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Kobe è già in palestra

di Stefano Belli

Di fronte a eventi epocali e improvvisi come la tragedia che ha portato via Kobe Bryant (oltre a sua figlia Gianna e ad altre sette persone), tutti ci sentiamo in dovere di manifestare una reazione. Vista la caratura del personaggio in questione, realisticamente così lontano ma irrazionalmente così vicino a tanti, l’ondata emotiva prende inesorabilmente il sopravvento. Chi non ha seguito la carriera di Kobe se la cava più in fretta: nello schianto sono morti un giovane milionario e delle ragazzine che avevano tutta la vita davanti. Molti di loro si commuovono per qualche giorno, prima di commuoversi per il prossimo dramma. Alcuni condividono la foto di quel giovane papà e di quella povera bambina per accumulare pollici in su e cuoricini, che non guastano mai. Altri utilizzano la sciagura come propaganda elettorale, altri ancora si lanciano in sentenze figlie dei nostri tempi, del tipo: Le disgrazie sono ben altre, con tutti i soldi che aveva poteva permettersi di andare in giro in elicottero tutti i giorni…”.

Gli appassionati di sport in generale, che conoscono Kobe di fama e magari hanno pure una sua maglia nell’armadio, si lanciano in una sorta di ‘gara’, assolutamente genuina e mossa dalle migliori intenzioni, a suon di epitaffi strappalacrime, magari ripresi dai tweet (assolutamente genuini e mossi dalle migliori intenzioni) del calciatore o del motociclista di turno. Nella stessa trappola finiscono i giornalisti, soprattutto quelli che lavorano per testate che alle imprese del ‘Black Mamba’ hanno dedicato qualche trafiletto ogni tanto, concedendogli una pagina intera solo in occasione del ritiro (forse) o del processo per stupro (sicuramente). Ecco dunque i titoloni sul migliore di tutti, sul grande italiano e sul grande milanista, come se l’essere italiano o milanista possa far aumentare il dispiacere per la sua perdita. Oppure gli interminabili elenchi dei record e dei trofei collezionati da Kobe in vent’anni da professionista, trofei e record a cui forse non si era dedicata troppa attenzione, sul momento. Meglio ancora se, per aiutarli in questa maratona (più stile-Vespa, che stile-Mentana), vengono interpellati i più autorevoli professionisti del settore, quelli da far parlare per due minuti, prima di rispedirli nel loro piccolo mondo incantato, ripetere la notizia un’ultima volta e tornare a concentrarsi sul posticipo del campionato cadetto o sulle prove libere di Sepang.

Quelli che dalla scomparsa di Kobe vengono messi più a dura prova, però, siamo noi. Quelli che hanno ancora il suo adesivo sul diario delle medie e le sue maglie (numero 8, numero 24 o entrambi) in uno scatolone, consumate dai lavaggi. Quelli che hanno provato centinaia di volte i suoi fade away al campetto, quelli che sono schizzati in piedi sul divano dopo una sua schiacciata e quelli che lo hanno idolatrato o maledetto (a seconda delle simpatie) dopo il suo ennesimo canestro vincente, quelli che hanno criticato il suo farewell tour ma si sono emozionati come bambini leggendo o ascoltando Dear Basketball. Per noi, il rischio di perdere il controllo è altissimo. E noi lo sappiamo meglio di tutti: il controllo, Kobe, non lo perderebbe mai. Non l’ha mai perso. Nemmeno nel 2003, dopo l’arresto in Colorado, quando la sua vita privata e la sua immagine pubblica stavano andando in frantumi. La dirigenza dei Los Angeles Lakers e coach Phil Jackson gliel’avevano dovuto chiedere: “Te la senti di affrontare la stagione?”. Lui ci avrà pensato un attimo, poi avrà risposto come ai playoff 2006, rialzandosi dopo il fallo ‘criminale’ con cui Raja Bell dei Phoenix Suns aveva provato a fermarlo: un sorriso, una scrollata di spalle, via la polvere: “Quando si comincia? Dai, che siamo in ritardo per l’allenamento!”. E’ vero, Kobe ha giocato leggermente sotto media quell’anno (24 punti a partita, contro i 30 del 2002/03), ma spesso si presentava in campo dopo un’udienza, oppure aveva la valigetta pronta per saltare sul jet privato, dopo la doccia, e discutere con gli avvocati una strategia difensiva ben diversa da quella studiata per arginare i pick’n’roll tra Tony Parker e Tim Duncan. Kobe è riuscito a mantenere la lucidità anche il 12 aprile 2013, sul parquet dello Staples Center, quando la rottura del tendine d’Achille aveva appena compromesso la stagione dei Lakers e, soprattutto, il suo finale di carriera. Attorno a lui, i volti scioccati di compagni, avversari e tifosi. Nella sua testa, un pensiero fisso: segnare i due tiri liberi, uscire con le proprie gambe dal campo e iniziare subito a lavorare, per tornare al più presto e, ovviamente, più forte di prima. Kobe ha superato egregiamente tutto questo. Noi, che non saremo mai come Kobe, dovremmo quantomeno provarci.

Kobe Bryant in una delle sue infinite sessioni di tiro

Kobe Bryant in una delle sue infinite sessioni di tiro

Certo, un fenomeno del genere va ricordato e omaggiato come si deve, ma non facciamoci scappare la mano. Non perdiamo tempo lanciando petizioni per intitolargli vie, piazze e aeroporti o per far cambiare il logo della NBA: l’immortalità l’aveva raggiunta ben prima che quel maledetto elicottero lo trascinasse con sé. Non gridiamo allo scandalo se l’NBA va avanti: Kobe sarebbe sempre andato avanti, avrebbe giocato comunque. L’ha sempre fatto. Ha giocato su qualsiasi infortunio, accorciandosi di fatto la carriera. Spalla destra malandata? Nessun problema, si tira di più con la mano sinistra. Schiena a pezzi? Fa niente, il trofeo di MVP stagionale non è poi così pesante da sollevare. Dito rotto e operazione necessaria? Ma quale operazione, un bel giro di nastro e si va in battaglia. Naso rotto da un fallo di Dwyane Wade, primo e unico flagrant nella storia dell’All-Star Game (26 febbraio 2012)? Benissimo, basta una maschera protettiva, e alla prima occasione (4 marzo) Wade lo si fa impazzire, gli si piazzano 33 punti sul muso e lo si manda a sedere per sopraggiunto limite di falli.

Riguardiamoci in eterno i suoi 81 punti contro i Raptors e le sue finali contro i Celtics, le sue inchiodate acrobatiche e i suoi canestri impossiibli, ma non dipingiamo Kobe per quello che non è stato. Non è stato il giocatore più forte, più veloce, più bello, più bravo, più vincente, più corretto e più simpatico della storia. Non è stato il miglior realizzatore, il miglior rimbalzista o il miglior passatore di sempre. La sua non è una storia da ‘sogno americano’: lui non è arrivato dal ghetto, è cresciuto nella bambagia. Sicuramente non è stato il giocatore più amato dagli allenatori (chiedere a Phil Jackson, che ha più volte preteso la sua cessione) e dai compagni (chiedere a Shaquille O’Neal, che alla richiesta “O me, o lui” si è visto rispondere dalla dirigenza “Lui”). Di certo non è stato un santo, troppo spesso ha anteposto il proprio ego al bene della franchigia e la sua smodata ambizione è più volte sconfinata nell’arroganza. Ma su una cosa ci sono pochi dubbi: nessuno, più di Kobe, ha saputo trasmettere una passione così viscerale per il gioco del basket. Nel suo caso, questa passione si è trasformata in un’ossessione, una continua ricerca della perfezione che lo ha portato a studiare a memoria i movimenti di Michael Jordan nel tentativo (perfettamente riuscito) di imitarli, a chiudersi in sala video mentre i compagni uscivano a cena, a chiamare Marco Belinelli in una notte d’estate italiana, chiedendogli se conoscesse un posto in cui potersi allenare insieme, a lavorare ogni giorno come se fosse un rookie, e non una superstar planetaria, ad arrivare al campo due ore prima di quelli che arrivavano al campo due ore prima.

Noi non siamo mai stati Kobe, non lo saremo mai. Non abbiamo neanche un briciolo del suo talento e della sua ferocia agonistica. La passione e l’ispirazione, però, non ce le toglierà mai nessuno. Quella passione e quell’ispirazione che, noi ragazzi degli Anni Novanta e Duemila, abbiamo preso da Kobe, più che da Jordan (quando giocava lui eravamo troppo piccoli), la passione e l’ispirazione che cercheremo di trasmettere alle nuove generazioni. Non ce le ha tolte il suo ritiro, non ce le porterà via di certo la caduta di quell’elicottero. Tra le mille banalità di questi giorni, una è un po’ più vera delle altre: con Kobe se ne va una parte di noi, quella che più volte ci ha fatto abbandonare il prato verde e le porte e ci ha spinto sotto quel canestro così alto a cercare di buttarci dentro quella palla così grossa. Magari buttandoci indietro, mordendoci la maglia. battendoci il petto e facendo la faccia cattiva. Il fuoco che ci ha acceso dentro Kobe, però, non si spegnerà facilmente. Quel fuoco che ci ha fatto allenare in palestre gelide alle 11 di sera, con la certezza che la doccia, alla fine, sarà ancora più fredda, quel fuoco che ci ha trascinato al campetto a dicembre, con una nebbia fantozziana, o in pieno agosto, con i teschi di bufalo appesi ai pali, quel fuoco che ci ha fatto restare a tirare finché non ne entravano dieci di fila, che poi diventavano inevitabilmente cinque, o forse tre, quel fuoco che ci ha convinto a giocare anche con un dito fasciato, con una caviglia dolorante o con la febbre, quel fuoco che ci ha spinto a cercare di migliorare, indipendentemente dal fatto di giocare nel parco dietro casa, e non al Madison Square Garden; quel fuoco si spegnerà solo quando le gambe non reggeranno più. Allora basta piangere, disperarsi o maledire il destino; scarpe ben allacciate, pallone nello zaino e si va a fare due tiri. Kobe è già in palestra da due ore, che ci aspetta.

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3 Commenti

Stefano 11 Febbraio 2020 - 20:36

Non riesco a non pensare a Kobe da quel maledetto giorno, era il mio giocatore preferito, ho iniziato a seguire l’NBA dalla sua stagione da rookie all’età di 7 anni. Quando penso a lui mi capita di stare male la maggior parte delle volte, quindi vado a rileggermi questo splendido articolo e riesco a sentirmi subito meglio.
Grazie ancora Stefano sei un grande.

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ugo moretto 31 Gennaio 2020 - 7:20

Io sono cresciuto nell’era Jordan,ma credo che Bryant,per la sua forza di volontà e tenacia,sia stato uno dei giocatori più forti della nuova era

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ugo moretto 31 Gennaio 2020 - 7:17

Io sono cresciuto nell’era Jordan,per me resterà il migliore di sempre;certamente Bryant è stato comunque un campione,degno erede forse di Jorda,con una forza di volontà sicuramente incredibile

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