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Le città delle Finals NBA: Cleveland

di Luigi Ercolani
Cleveland

Cleveland, Ohio, contea di “Big Mistake on the Lake”. Andateglielo poi a raccontare, che in teoria sarebbe quella di Cuyahoga. No, troppo semplice, troppo lineare. Cleveland è molto di più, una contraddizione in termini, un eterno paradosso, un ginepraio intricato in cui perdere la bussola è più difficile che orientarsi, in cui, come avrebbe cantato Jovanotti, “le regole non esistono, esistono solo le eccezioni”. Cleveland è, e non può non essere. Tutto il resto, compreso il provare a raccontarla, è materia assai complicata. Una città che vive sul filo, in equilibrio precario. Una città di cultura sportiva e dell’intrattenimento (su questo ci torniamo), in cui vanno a braccetto le magnificenze naturali dello stato dell’Ohio e il grigiore dell’industrializzazione più pesante.

Brutta bestia, Cleveland. Prende il nome da un generale, Moses Cleaveland, che qui vi giunse con la sua compagnia nel 1796. Lo sviluppo della comunità in realtà fu piuttosto lento e, con l’eccezione dell’aver dato i natali al ventesimo presidente degli Stati Uniti (Andrew Garfield, il cui ricordo positivo si protrae stranamente fino ad oggi), non ebbe modo di finire sulla cartina geografica, come direbbero da quelle parti. Solo dopo la Guerra Civile (1861 – 1865) la città iniziò a prosperare, nello specifico esportando ferro e carbone provenienti dall’alta regione dei Grandi Laghi: la crescita fu talmente vertiginosa che Cleveland finì per diventare uno dei maggiori produttori d’acciaio della giovane nazione. Siccome ricchezza chiama ricchezza, poi, a stretto giro di posta a conoscere una rapida ascensione furono altri settori, da quello meccanico al tessile, da quello chimico all’abbigliamento, in un crescendo rossiniano di industrializzazione che ebbe il maggior esponente in John D. Rockfeller (sì, il capostipite di quei Rockfeller).

Negli Stati Uniti, però, dove hanno l’occhio lungo e per fortuna non si sono ancora visti ministri dell’economia affermare sibillini “Con la cultura non si mangia”, la ricchezza chiama anche conoscenza. Ecco quindi che, una volta esplosa la sua anima produttiva, la città dell’Ohio grazie al patrimonio accumulato poté dotarsi di poli culturali, caratteristica che ha mantenuto fino ai giorni nostri. Per dire, oggi, le mete migliori da visitare sono molteplici: la “Rock & Roll Hall of Fame & Museum”, su cui non ci dilunghiamo siccome dubitiamo che abbia bisogno di presentazioni; il “Cleveland Museum of Art”, che ospita mostre di ogni continente; l’ “Healthspace Cleveland”, dedicato alla salute degli esseri umani; il “Western Reserve Historical”, con la sua collezione di auto e aeroplani d’antan; il “Great Lakes Science Centre”, il quale offre un resoconto sulle condizioni naturali attuali del lago, non propriamente ottimali.

Ecco, perché se a un certo punto, come ci ricorda Newton, tutto ciò che sale deve anche scendere, Cleveland è stata, anche in questo, verticale. Tutto ebbe origine dall’incendio del 1969, in cui presero fuoco detriti petroliferi et similia del fiume Cuyahoga. Questo evento, peraltro non l’unico accaduto ma di certo il più grave, costrinse le amministrazioni territoriali e nazionali a interrogarsi sul problema dell’inquinamento. Il conseguente abbandono progressivo delle tradizionali industrie cittadine portò un altrettanto progressivo degrado urbano e svariati problemi di ordine sociale. Solo negli anni ’80 il piano di riqualificazione si focalizzò anzitutto sull’area del lungofiume, le cui zone abbandonate furono trasformate in quartieri animati, attivi, e interventi strutturali del successivo decennio hanno ulteriormente rinvigorito la città, anche se una certa cappa grigia chi c’è stato racconta che ancora aleggi.

Cleveland: Skyline

Cleveland: Skyline

Prima di lasciarci, dopo questo excursus turistico, vi dovevamo una spiegazione, in merito alla cultura sportiva e d’intrattenimento. Sulla prima, tolto l’idolo di casa LeBron James nato e cresciuto ad Akron che resta addirittura in un’altra contea, il nome più conosciuto urbi et orbi è quello di Jesse Owens, che per chi non lo sapesse (ma siamo pronti a giurare non ci sia nessuno) fu l’atleta di colore che vinse quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino del ’36, compresa una gara di salto in lungo che, la leggenda narra, vide il cancelliere tedesco alzarsi imbufalito dal posto che occupava in tribuna e urlare “Schwein!” (maiale) al colored che in un amen aveva sterilizzato tutte le fantasie sulla superiorità ariana. Non siete soddisfatti? Aggiungiamoci pure allora Earl BoykinsCharles Oakley e Ruben Patterson, che magari non saranno stati campionissimi ma hanno sudato sui parquet NBA per molto tempo, segno evidente che qualcosa di speciale dentro dovevano pur averlo.

La cultura dell’intrattenimento è, al contrario, più ricca di nomi famosi, a cominciare da quel Paul Newman che ha scritto un pezzo importante di storia del cinema, ma anche Keir Dullea (2001: Odissea nello spazio), e Joe Walsh, membro del gruppo rock Eagles. E tuttavia, quelli che paradossalmente influenzano di più l’era moderna sono, in linea teorica, quelli nati prima di tutti, addirittura ad inizio ‘900: i loro nomi sono Jerry Siegel e Joe Shuster. I due, di origini ebraiche, attorno all’inizio agli anni ’30 idearono le storie a fumetti di un personaggio dalle capacità straordinarie il quale, pur risentendo di influenze da parte di alcuni illustri predecessori, creava un precedente: quel personaggio era Superman, e quando il pellegrinaggio dei due autori fu terminato allorché trovarono una casa editrice disponibile a pubblicarne le avventure (la National Comics), poté iniziare il fumetto di stampo supereroistico che continua imperterrito a mietere vittime anche ai giorni nostri.

Abbiamo detto “fumetto”? Allora rimanete in linea, perché non è finita. Avete presente la Marvel, quella grossa azienda che ha dietro la Disney e che fa miliardi semplicemente con Robert Downey Jr./Iron Man che si soffia il naso? Orbene, suddetta azienda era, alla fine del secolo scorso, sul lastrico, a causa di scellerate politiche aziendali. Fu un altro figlio di Cleveland, Brian Micheal Bendis, a risollevarne le sorti, ponendo le basi di un universo più fresco e vicino ai giovani, le cui vicende sono la spina dorsale della realtà cinematografica condivisa che ha strutturato un nuovo modo di fare cinema. Ah, e i due registi-cardine di tale realtà cinematografica, ovvero i fratelli Russo? Sissignore, di Cleveland anche loro.

Ecco quindi, alla conclusione di questa panoramica, vi abbiamo idealmente scorrazzato in giro per la città più importante dell’Ohio chiedendovi in cambio solo la pazienza di seguirci. Se siete rimasti con noi fino alla fine, non vi siete addormentati o non avete cambiato canale, siete rimasti di certo anche voi affascinati da quanto abbiamo esplorato. Una città contraddittoria, inspiegabile se non attraverso aneddoti. “The Big Mistake on the Lake”: Dio ce la conservi così.

 

Per NBA Passion

Luigi Condor Ercolani
Fourth Quarter

 

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