La squadra
La matematica, la fisica e la chimica insegnano che il totale è sempre uguale alla somma delle sue parti. Lo sport insegna… beh, che non sempre la scienza ha ragione.
Se così fosse basterebbe una buona calcolatrice, qualche testone di Harvard e qualcuno a scaldare la panchina. E’ vero, in alcuni sport è possibile (quasi) assemblare una squadra vincente sulla sola base delle sue statistiche, ma il più delle volte non basta sommare le percentuali per ottenere il risultato. Lo sa bene più d’un magnate ex-sovietico.
Il bello dello sport è proprio scoprire come la somma delle parti (i giocatori) possa risultare superiore o inferiore alle attese: chimica di squadra, tattica, evoluzione dei singoli, sono tutti elementi che non si possono inserire a priori nell’equazione di uno sport collettivo.
Alla fine dell’anno sportivo, dunque, magari ti trovi con una squadra di scappati di casa sul tetto della Premier League. Oppure quella con il miglior record di sempre che subisce una rimonta mai avvenuta e finisce per perdere il titolo in casa.
Consci di ciò, è bene soppesare bene le valutazioni sui componenti. Ma negli spogliatoi di Lakers e Milan il tratto comune è evidente fin dalla carta d’identità.
Montella e la dirigenza ne hanno fatto un vanto, un tratto distintivo in un mondo ormai falsato da diseguaglianze monetarie ben lontane dal “fair-play finanziario” tanto sbandierato. Perché difficilmente vedrete il Crotone vendere e comprare giocatori per cifre a otto zeri.
Sotto con i giovani, dunque. Alcuni frutti del vivaio (Locatelli), altri acquisti oculati anche se costosi (Romagnoli). Qualcuno sembra già un predestinato di livello assoluto (Donnarumma), altri sembrano avere la solidità del vecchio campione, quello con le ginocchia non tanto sane ma che compensa con esperienza e qualche trucco del mestiere (Bonaventura).
Il collega americano si è trovato una squadra costruita a tavolino dopo tre anni di tanking selvaggio. Le differenti dinamiche dello sport americano hanno fruttato due buone seconde scelte (Russell e Ingram), con qualità evidenti ma da sviluppare ed un lungo dalla fisicità travolgente e dalle possibilità tecniche tutte da scoprire (Randle). Fuori dalla Lottery, come l’ovulo giallo dentro gli ovetti Kinder, sono arrivati giocatori sorprendenti, anch’essi magari non destinati alla Hall of Fame, ma con la non secondaria qualità di essersi dimostrati pronti fin da subito per il gioco NBA (Clarkson e Nance).
Le due squadre hanno associato alla rosa delle “vecchie volpi”, giocatori non certo giovanissimi, il cui prime è passato da un po’ e che non hanno mai brillato in senso assoluto. Proprio come Bacca, quasi ai margini della squadra e non ceduto solo perché nessuno desiderava prenderselo. Fortuna o lungimiranza che sia, il colombiano ha deciso più d’una partita, nonostante sembri quasi ai margini del progetto tattico.
Mozgov e Deng, nelle fila gialloviola, hanno qualità ed esperienza per sopperire agli inevitabili cali di rookie e sophomore, anche se i loro contratti pesano e peseranno nei prossimi anni sulle capacità di manvora della dirigenza. Per non parlare di Lou Williams e SwaggyP, due autentiche spine nel fianco delle difese avversare.
Ciò che determinerà o meno il successo delle due squadre sarà la capacità di mantenere integro il roster (o la rosa) senza cedere alle lusinghe del mercato e di stelle (o presunte tali) che sireneggiano dalla free agency.
O, al contrario, di riuscire a discernere chi, giovane o meno, è utile alla causa, riuscendo nel difficile intento di valutarne con obiettività le reali possibilità di crescita. Difficoltà che aumentano in modo inversamente proporzionale con l’età del giocatore.

