Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsLos Angeles LakersCosì distanti, così vicini: Milan e Lakers, stessa faccia di medaglie diverse

Così distanti, così vicini: Milan e Lakers, stessa faccia di medaglie diverse

di Andrea Badiali

Il presente

Giocatori ed allenatori giovani, entusiasmo alle stelle, la voglia di tornare a lottare per le posizioni che contano. Tutti elementi che spiegano come l’anno agonistico 2016-2017 sia iniziato ben al di sopra delle attese.

Il Milan ha cominciato ben presto a macinare punti e gioco, arrivando dopo qualche settimana addirittura al secondo posto dietro l’imprendibile (quanto acerrima rivale) Juventus. Il calendario di certo ha aiutato, così come la fortuna, ma i meriti vanno equamente divisi anche con l’allenatore ed i giocatori: il fattore principale è stata la capacità (e la voglia, aggiungerei) di aiutarsi nelle coperture e nei raddoppi, lasciando poco campo agli avversari e giocando il contropiede nel modo più veloce possibile).

Ma anche i Lakers non sono stati da meno: dopo le prime 20 partite avevano un record del 50% e presidiavano l’ultimo posto utile per i playoff. Gioco frizzante, veloce, con tanti giocatori spesso in doppia cifra pur con un minutaggio contingentato (quasi tutti sotto i 25 minuti). Certo, la difesa lasciava a desiderare, ma l’attacco riusciva a compensare in modo egregio. Blocchi ben portati (soprattutto lontano dalla palla), percentuali da tre più che buone e, soprattutto, la miglior panchina della lega hanno portato tante vittorie e qualche scalpo importante (citofonare Warriors).

Poi sono arrivati i problemi. Qualche infortunio, la fatica, gli avversari che cominciano a conoscere le tattiche e gli schemi. Certo, c’è anche la sfortuna, purtroppo non bilanciata dalla buona volontà di tecnici e giocatori.

Pian piano le due squadre scivolano in classifica. I Lakers, addirittura, da papabili per la postseason si trovano con il peggior record di Conference. Ultimi.

Il Milan tiene botta, ma l’obiettivo europeo (ed il sogno Champions League) è sempre più lontano.

La causa di questo tracollo, più o meno verticale, è la stessa: la mancanza di esperienza. I giocatori non sono figli illegittimi di Van Basten o prodotti dalla mitosi di Bryant. Ma è altrettanto inconcepibile che si siano trasformati in brocchi nel giro di qualche settimana.

Il punto è che le sconfitte sono tanto didattiche quanto le vittorie. Anzi, forse lo sono di più. Se tocco una lampadina spenta sento che è fredda, ma solo se la tocco quando è accesa capisco che mi posso bruciare.

Il problema è tornare ogni volta negli spogliatoi senza aver raggiunto il risultato, quello per il quale lavorano ore ed ore in palestra e sul campo, tutti i santissimi giorni, non fa di certo bene al morale.

Valgon bene tutti i discorsi sui moduli, sulle spaziature ed i raddoppi, sui blocchi e le sovrapposizioni, ma la verità è che l’esperienza di forgia sul dolore e solo dalla sconfitta si costruiscono le basi per la dominazione.

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