NBA Jersey Stories – I Favolosi Anni dei Bucks | Nba Passion
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NBA Jersey Stories – I Favolosi Anni dei Bucks

NBA Jersey Stories – I Favolosi Anni dei Bucks

Lew Alcindor (#33) e Oscar Robertson (#1)

Lew Alcindor (#33) e Oscar Robertson (#1)

Gli Stati Uniti, sul finire degli Anni Sessanta, erano assolutamente ‘the place to be’.
Erano gli anni degli Hippie, della Summer Of Love e del Festival di Woodstock.
L’America era il punto di riferimento politico e culturale del mondo libero, che si contrapponeva alla feroce repressione vigente nel blocco sovietico. Soprattutto, erano gli anni in cui le nuove generazioni salivano alla ribalta, annunciando a quelle vecchie che, come cantava Bob Dylan, “The Times They Are A-Changin’”.
Un periodo favoloso dunque, ma non per tutti. Non certo per la comunità afroamericana, ancora alle prese con una spietata segregazione razziale, che faceva eccezioni solo per mandare i neri a combattere in Vietnam.
I ‘Favolosi Anni Sessanta’ erano anche quelli dei linciaggi, delle marce pacifiche represse con la violenza e degli assassinii di Malcolm X e Martin Luther King.
In un contesto del genere, il mondo dello sport poteva rappresentare una speranza di riscatto per la popolazione nera.
In passato c’era stato Jackie Robinson, primo giocatore ‘colored’ a militare nella Major League Baseball. Gli Anni ’60 avevano portato autentiche icone come Jesse Owens, Muhammad Ali, Bill Russell e Wilt Chamberlain.
Nell’epoca dei grandi cambiamenti, però, la Black America aveva bisogno di nuovi simboli.
E’ per questi motivi che la rapida ed inarrestabile ascesa dei Milwaukee Bucks rappresentò qualcosa che andava ben oltre la pallacanestro.

Il basket professionistico giunse a Milwaukee nel 1968, quando una NBA in continua espansione autorizzò la nascita di due nuove franchigie: i Bucks, per l’appunto, e i Phoenix Suns.
Come già visto più volte nel corso delle Jersey Stories, i primi anni di vita delle nuove formazioni sono storicamente difficili. Sia Bucks che Suns ebbero una stagione d’esordio disastrosa (27W-55L per Milwaukee, addirittura 16-66 per Phoenix), che però diede loro la possibilità di giocarsi (con il classico metodo, fortunatamente abbandonato, del ‘lancio della monetina’) la prima scelta all’imminente draft. Il sorteggio fu vinto dai Bucks, con quello che rimane tuttora il più grosso colpo nella storia della franchigia.

Lew Alcindor con la prima, storica maglia dei Bucks

Lew Alcindor con la prima, storica maglia dei Bucks

Non c’erano assolutamente dubbi su chi sarebbe stato scelto per primo in quel draft del 1969.
Ferdinand Lewis Alcindor jr., detto ‘Lew’, non aveva semplicemente dominato fino a quel momento; aveva piuttosto rivoluzionato il gioco del basket.
Nato e cresciuto ad Harlem, New York, tra i ‘casermoni’ popolari e le partite al leggendario Rucker Park, Alcindor aveva stracciato ogni record già ai tempi della high-school. Al termine dei suoi quattro anni alla Power Memorial Academy, infatti, Lew aveva perso la miseria di SEI delle CENTODUE partite disputate, chiudendo oltretutto come miglior marcatore della storia liceale newyorchese.
Nel 1966, l’approdo di Alcindor a UCLA (University of California, Los Angeles) sconvolse per sempre il mondo del college basketball.
Non si era mai visto, prima di allora, un centro che univa ad un fisico dominante e un atletismo fuori dal comune delle doti tecniche sopraffine come le sue.
Che fosse nato un nuovo fenomeno fu chiaro a tutti fin dalla prima partita, in cui il ragazzo mise a referto CINQUANTASEI punti (record assoluto per l’ateneo californiano, battuto dai 61 dello stesso Lew qualche mese più tardi).

Dopo aver saltato la prima stagione per via della ‘freshman rule’ (regola che impediva alle matricole di far parte delle squadre sportive), Lew, sotto la guida del grande coach John Wooden, condusse i Bruins a tre titoli NCAA consecutivi, venendo sempre nominato miglior giocatore del torneo.
La sua supremazia fu talmente evidente che, nel 1967, la NCAA bandì l’utilizzo delle schiacciate. Quell’assurdo divieto, pensato per limitare l’esplosività di Alcindor e rendere più equilibrate le partite, si rivelò invece un incredibile vantaggio per il fenomeno di UCLA. Negli anni trascorsi con i Bruins, Lew perfezionò un tiro ad una sola mano, definitoskyhook (gancio-cielo), che consegnerà alla leggenda. La cosiddetta ‘Alcindor rule’ verrà abolita solamente nel 1976.

Alcindor esegue il celeberrimo skyhook contro Wilis Reed (New York Knicks)

Alcindor esegue il celeberrimo skyhook contro Wilis Reed (New York Knicks)

Con lo ‘scherzo della natura’ di Harlem in campo, i Bruins persero solamente DUE incontri in tre stagioni.
Nel 1968 Lew, convertitosi nel frattempo all’Islam, si rifiutò di rappresentare i segregazionisti Stati Uniti alle Olimpiadi di Città Del Messico, passate alla storia per il guanto nero del Black Power sfoggiato sul podio dagli atleti Tommie Smith e John Carlos.
Dopo aver declinato l’offerta degli Harlem Globetrotters, Alcindor si dichiarò eleggibile per il draft 1969. Venne chiamato sia dai Bucks, sia dai New York Nets della American Basketball Association. Tra le due franchigie si scatenò una vera e propria asta, vinta infine da Milwaukee. I Nets si consoleranno, due anni dopo, con l’arrivo di un altro fenomeno newyorchese: Julius ‘Doctor J’ Erving.

Ad un solo anno dalla fondazione della franchigia, la storia dei Bucks cambiò per sempre.
L’arrivo di Lew Alcindor oscurò il cielo sopra la NBA, trasformando Milwaukee in una squadra da titolo. La seconda regular season fu chiusa con un record quasi speculare al precedente: 56-26.
Al primo anno da professionista, l’ex stella di UCLA fu chiamato all’All Star Game. A fine stagione, con una media di quasi 29 punti a partita, fu pìù che scontata l’assegnazione del premio di Rookie Of The Year.

Trascinati dal formidabile centro, i Bucks arrivarono alle finali di Conference, dove ad attenderli c’erano i grandi New York Knicks dell’MVP Willis Reed. Lo scontro avrebbe determinato non solo la prima finalista, ma soprattutto i nuovi padroni della lega, con la dinastia dei Boston Celtics ormai conclusa.
Nonostante la loro giovane star, i Bucks dovettero arrendersi agli invincibili Knicks di Reed e Walt ‘Clyde’ Frazier, che vinsero la serie in cinque partite prima di conquistare il titolo nelle epiche Finals contro i Los Angeles Lakers (quelle del walk-in di Reed in gara-7).

La stagione successiva portò nel Wisconsin il miglior partner possibile per Alcindor: nientemeno che ‘The Big O’, Oscar Robertson.

Oscar Robertson (Milwaukee) marcato da Jerry West (L.A. Lakers)

Oscar Robertson (Milwaukee) marcato da Jerry West (L.A. Lakers)

Nato nella miseria assoluta e cresciuto nel Tennessee, il cuore dell’America razzista, Robertson aveva vissuto in prima persona un periodo in cui la segregazione era ancora lontanissima dall’essere bandita.
Dopo aver imparato a giocare a basket (secondo la leggenda) tirando delle palline da tennis (se non di stracci) in un cestino, Oscar si era iscritto ad una scuola superiore per soli neri ad Indianapolis, città in cui era cresciuto.
Con la Crispus Attucks High School, Robertson aveva conquistato il primo titolo statale per una scuola riservata ai ‘colored’.
Macinati numerosi record all’Università di Cincinnati, ‘The Big O’ era stato selezionato, per via di una cosiddetta ‘territorial pick’, dalla locale franchigia NBA, i Cincinnati Royals (oggi Sacramento Kings).

Prima di debuttare come professionista, Robertson prese parte alle Olimpiadi di Roma del 1960. Grazie al miglior roster di sempre nell’era dei collegiali (che comprendeva altre future star NBA come Jerry West e Walt Bellamy), gli USA conquistarono agevolmente la medaglia d’oro.
In un decennio dominato dai Celtics di Bill Russell, Oscar riuscì ad imporsi come una delle stelle più luminose della lega. Con la maglia dei Royals fece cose mai viste prima; 30,5 punti di media nell’anno da matricola (indiscusso Rookie Of The Year), 10 All Star Game consecutivi, di cui uno come miglior giocatore dell’incontro, MVP della stagione 1963/64. Soprattutto, Robertson divenne celebre per le sue triple-doppie; nella stagione 1961/62 (quella dei 100 punti di Chamberlain) chiuse con 30,8 punti, 12,5 rimbalzi e 11,4 assist DI MEDIA (unico giocatore nella storia).
Alcuni dissapori con l’allenatore/giocatore di Cincinnati, il leggendario Bob Cousy, portarono Oscar a chiedere di essere ceduto, spianando la strada per il suo approdo a Milwaukee.

Pick'n'roll tra Alcindor e Robertson

Pick’n’roll tra Alcindor e Robertson

Con i due fuoriclasse finalmente insieme, i Bucks divennero inarrestabili. Dominarono la regular season con il miglior record NBA dell’epoca (66-16) e con la più lunga striscia di vittorie consecutive (20) fatta registrare sin dalla nascita della lega. Alcindor fu eletto per la prima volta MVP, chiudendo anche come miglior marcatore stagionale.

Ai playoff la squadra di coach Larry Costello (all’epoca inserita nella Western Conference) demolì prima i San Francisco Warriors di Nate Thurmond, poi i Lakers dei ‘Big Three’ (Jerry West – Elgin Baylor – Wlt Chamberlain), approdando per la prima volta alle NBA Finals.

Come avversari trovarono i Baltimore Bullets, guidati da Wes Unseld ed Earl ‘The Pearl’ Monroe, conosciuto anche come ‘Black Jesus’.
Malgrado la caratura dei rivali, non ci fu mai partita. Milwaukee li annientò con un sonoro 4-0 e divenne per la prima volta Campione NBA, a soli tre anni di distanza dalla nascita della franchigia.

Il giorno successivo a quel grande trionfo, Lew Alcindor scomparve.
La più grande star afroamericana del momento, fresca di titolo e di Finals MVP, decise di adottare il nome musulmano Kareem Abdul-Jabbar (traducibile in “umile servo di Dio”). La scelta fu dettata dal desiderio di omaggiare le origini africane della sua famiglia, deportata negli Stati Uniti durante il triste periodo dello schiavismo.

Per fortuna della squadra, non cambiarono le devastanti abilità del giocatore, MVP anche nella stagione 1971/72.
Il 9 gennaio del 1972 i Bucks ospitarono i Los Angeles Lakers, i quali avevano vinto le ultime 33 partite consecutive (record tuttora imbattuto). Lo showdown tra le due superpotenze fu anche l’occasione per un nuovo, attesissimo faccia-a-faccia tra due dei più grandi centri della storia: Kareem Abdul-Jabbar e Wilt Chamberlain.

Scontro fra titani: Wilt Chamberlain (Lakers) contro Kareem Abdul-Jabbar

Scontro fra titani: Wilt Chamberlain (Lakers) contro Kareem Abdul-Jabbar

Il duello fu stravinto dal ragazzo di Harlem, che mise a referto 39 punti, 20 rimbalzi e 10 stoppate. La più lunga winning streak di sempre era stata interrotta.
I Lakers ebbero modo di rifarsi con gli interessi, battendo 4-2 Milwaukee alle finali di Conference (nonostante un Kareem da 33,7 punti di media nella serie) e vincendo poi il titolo a spese dei Knicks.

‘The Big O’ e Kareem condussero la squadra ai playoff anche nella stagione successiva. Al primo turno, però, i Bucks furono eliminati dai Golden State Warriors, freschi di trasferimento da San Francisco alla vicina Oakland.
Con la carriera di Robertson che si avviava alla conclusione, la stagione 1973/74 rappresentava una sorta di ultima spiaggia per una squadra che voleva a tutti i costi tornare al vertice.
Milwaukee si presentò al via senza le divise che ne avevano accompagnato i primi, gloriosi anni, bensì sfoggiando una delle maglie più belle di tutti i tempi.

Kareem con la fantastica maglia inaugurata dai Bucks nel 1973

Kareem con la fantastica maglia inaugurata dai Bucks nel 1973

La terza stagione da MVP in quattro anni di Kareem, ormai nettamente il più forte giocatore del pianeta, portò i Bucks alle NBA Finals. Tra le vittime di Robertson e compagni ci furono i Lakers i quali, privi di Chamberlain (ritiratosi l’estate precedente) e dell’infortunato West, erano giunti al tramonto di un’epoca gloriosa.

La serie finale del 1974 tra Milwaukee Bucks e Boston Celtics fu una delle più agguerrite di sempre.
Nonostante un Oscar Robertson ormai trentacinquenne (che dovette sopperire anche all’assenza dell’infortunato Lucius Allen), Milwaukee riuscì a tener testa ai più giovani avversari, guidati da campionissimi del calibro di John Havlicek, Dave Cowens, Paul Silas e Jo Jo White.
Gara-5, disputata al Boston Garden, fu la più spettacolare della serie; venne decisa al doppio overtime da un meraviglioso skyhook di Kareem quasi sulla sirena. Nella decisiva gara-7, Boston decise di raddoppiare, se non addirittura triplicare costantemente lo straripante centro avversario. La strategia si rivelò vincente, e i Celtics portarono a casa il primo titolo dell’era post-Dynasty.

L’epopea dei grandi Milwaukee Bucks, invece, stava per volgere al termine.
‘The Big O’ si ritirò dopo la sconfitta. Si dedicherà a tempo pieno al miglioramento delle condizioni di vita degli afroamericani di Indianapolis, mantenendosi costantemente in prima linea per la difesa dei diritti civili.

L’altro grande leader della squadra, Kareem, attraversò un periodo complicato. Durante un incontro di preseason subì un duro colpo che gli danneggiò un occhio, costringendolo ad indossare degli occhialini protettivi per il resto della carriera. Per la rabbia, il numero 33 sferrò un pugno al supporto del canestro, rompendosi una mano!
L’incidente costò molto caro ai Bucks che, privati della loro star fino a stagione inoltrata, non riuscirono a qualificarsi per i playoff.
La cosa peggiore, però, fu la crescente insofferenza di Abdul-Jabbar, il quale dichiarò più volte come il freddo Midwest americano andasse un po’ stretto ad un personaggio del suo calibro. Kareem disse esplicitamente di voler giocare in una grande città, in modo da poter “soddisfare le proprie esigenze culturali” (parole sue; d’altronde l’era di Internet era piuttosto lontana…). La dirigenza fu costretta ad organizzare una trade con i Lakers, che portò via per sempre il più grande giocatore mai passato da Milwaukee.

1975: Kareem in maglia Lakers

1975: Kareem in maglia Lakers

Ad Hollywood, Kareem continuò la sua scalata all’immortalità; insieme a Magic Johnson, nel 1979, darà inizio all’era dello ‘Showtime’. Non solo: la California si rivelerà, effettivamente, il posto più adatto per il suo ruolo di portavoce della comunità nera americana. Nel 2012 verrà nominato ‘ambasciatore culturale’ dal Governo degli Stati Uniti.
I suoi Bucks, abbandonate per sempre le fantastiche maglie dei giorni belli, caddero in una mediocrità da cui usciranno (in parte) solamente negli Anni ’80, con l’arrivo di Sidney Moncrief.
Nel 1977, le strade di Kareem e della sua ex squadra si incrociarono in uno dei numerosi incontri stagionali. Quella partita passò alla storia per il deprecabile pugno in faccia dell’ex Lew Alcindor ai danni di Kent Benson. Per Kareem, oltre ad una nuova frattura alla mano, arrivò una sospensione di 20 partite.
Non certo il miglior modo per ricordare la grande avventura di un’icona planetaria e della squadra con cui, negli anni che cambiarono il mondo, scrisse la Storia, non solo della pallacanestro.

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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