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NBA, lo studio: “Saltare più partite non riduce i rischi di infortuni”

di Michele Gibin
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In caso il richiamo di ottobre di Joe Dumars non fosse stato abbastanza chiaro, la NBA ha diffuso uno studio di 57 pagine curato da Christina Mack, a capo della Injury Surveillance & Analytics di IQVIA, che dimostra come non esista alcuna correlazione tra il load management e la minore incidenza di infortuni per giocatori.

Uno studio che ha preso in esame la frequenza di partite giocate, la “schedule density” (il numero di partite ravvicinate in un dato periodo di tempo), la “cumulative NBA participation” e verificato la relazione tra tali parametri e l’incorrere di infortuni. Il risultato? “Nessuna correlazione particolare”.

I risultati evidenziano che saltare partite e applicare pratiche di load management, o anche di avere periodi più lunghi tra una partita e l’altra, non riduce il rischio di infortunarsi per un giocatore“, si legge nell’abstract dello studio. E ancora, “la frequenza di infortuni non si è rivelata più alta della media durante le fasi più dense del calendario NBA, né immediatamente dopo“, neppure se si prendono in esame anche età, minuti giocati e pregressi di un singolo giocatore.

Uno studio basato su dati raccolti negli ultimi 10 anni NBA, fino alla stagione 2022-23 e su un campione di 150 giocatori “di alto livello” per ciascuna stagione.

Uno dei dati più interessanti dell studio è quello che dimostra quanto la pratica dei riposi programmati per i giocatori più importanti si sia diffusa nel tempo. Nel 2013-14, la prima annata presa in esame dallo studio, le partite saltate cumulate erano state 169 tra i giocatori-campione, nel 2022-23 il doppio, 380. Nel solo decennio 2010-2020, un giocatore NBA ha saltato in media 23.9 partite a stagione, contro le 17.5 del decennio precedente e addirittura le appena 10.6 del decennio 1990-2000.

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