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Home NBA, National Basketball AssociationNBA Passion App 1961/62 – La stagione dei record

1961/62 – La stagione dei record

di Stefano Belli

Uno degli aspetti che contribuiscono maggiormente a rendere la NBA la lega più spettacolare al mondo è il fatto che ogni stagione ci lascia qualcosa da ricordare: un evento, una partita, una prestazione… Ce ne sono poi alcune destinate a rimanere nella storia, come ad esempio il 2015/16, anno delle 73 vittorie dei Golden State Warriors, dell’incredibile rimonta finale dei Cleveland Cavaliers e dei ritiri eccellenti di Kobe Bryant, Tim Duncan, Kevin Garnett e Ray Allen.
La stagione 1961/62, però, settò l’asticella ad un livello pressoché irraggiungibile. Fu LA stagione per eccellenza, quella in cui il libro dei record venne riscritto dalla prima all’ultima pagina.

Bill Russell e coach Red Auerbach, braccio e mente della dinastia dei Boston Celtics negli Anni '60

Bill Russell e coach Red Auerbach, braccio e mente della dinastia dei Boston Celtics negli Anni ’60

Il 1961 fu un anno di svolta, non solo per la storia della pallacanestro. Il mondo intero seguiva con ansia le vicende che portarono ad un passo dal trasformare la Guerra Fredda in un conflitto mondiale a tutti gli effetti. Dalla Baia dei Porci alla costruzione del Muro di Berlino, fino ai primi interventi americani in Vietnam, la tensione tra gli USA del neo-presidente John Fitzgerald Kennedy e l’URSS di Nikita Kruscev era salita alle stelle. Gli States erano ancora stretti nella morsa della segregazione razziale, con le manifestazioni per i diritti civili che venivano puntualmente represse con la violenza.
Nel frattempo, iniziava il decennio che avrebbe rivoluzionato la cultura popolare contemporanea. Dalle radio risuonavano le canzoni di Elvis Presley, Ray Charles, Etta James e Ben E. King, ma in quegli stessi mesi debuttavano artisti come Bob Dylan, i Beatles e i Beach Boys, mentre in Inghilterra si incontravano per la prima volta Mick Jagger e Keith Richards. Nelle sale uscivano pietre miliari come West Side Story, La Dolce Vita e Colazione da Tiffany.

In questo irripetibile contesto, la NBA si preparava ad una nuova stagione. Anche la lega cestistica americana stava vivendo una fase rivoluzionaria della propria esistenza. La dinastia dei Boston Celtics di Red Auerbach e Bill Russell aveva già cominciato a mietere vittime, con tre titoli vinti nei quattro anni precedenti. Nuove stelle si erano affacciate sulla ribalta più prestigiosa: dallo stesso Russell a Wilt Chamberlain, da Oscar Robertson ad Elgin Baylor e Jerry West. Lo spostamento dei Lakers da Minneapolis a Los Angeles, avvenuto nel 1960, aveva portato la prima franchigia NBA sulla West Coast (nel 1962 anche gli Warriors si trasferiranno, da Philadelphia a San Francisco), causando un non indifferente problema logistico. Le altre squadre dell’allora Western Division, infatti, erano Cincinnati Royals, Detroit Pistons, St. Louis Hawks e i nuovi arrivati Chicago Packers. Basta un’occhiata ad una qualsiasi cartina geografica degli USA per rendersi conto dell’abissale distanza di L.A. da ognuna delle città in questione.
Avrete notato che la lista delle avversarie dei Lakers a ‘ovest’ era piuttosto ridotta. Non ci sono omissioni; la NBA del 1961 era composta da sole nove franchigie. Oltre a quelle già citate, sulla costa est (…) c’erano Boston Celtics, Philadelphia Warriors, Syracuse Nationals e New York Knicks.

Walt Bellamy (a sinistra) e Wilt Chamberlain, tra i grandi protagonisti della leggendaria stagione 1961/62

Walt Bellamy (a sinistra) e Wilt Chamberlain, tra i grandi protagonisti della leggendaria stagione 1961/62

In quanto ‘expansion team’, i Packers (antenati dei Washington Wizards, non dei Chicago Bulls – che arriveranno nel 1966) ebbero la possibilità di pescare per primi al draft del 1961. La loro scelta si tramutò in Walt Bellamy, da Indiana University, già centro titolare di quel Team USA che aveva spazzato via un avversario dopo l’altro alle Olimpiadi di Roma. L’anno da rookie di Bellamy fu uno dei motivi per ricordare in eterno quel 1961/62: chiuse la regular season con 31.6 punti e 19.0 rimbalzi di media. Fece registrare ben trentuno incontri con almeno 30 punti e 20 rimbalzi (di cui otto con 40 o più punti) e due partite da TRENTA rimbalzi (con 35 e 33 punti). Mai nessuna matricola si avvicinerà mai a questi numeri, mentre una soltanto ci era riuscita in precedenza: Wilt Chamberlain (un altro dei protagonisti di quella stagione; lo ritroveremo più avanti), che nel 1959/60 vinse i premi di Rookie Of The Year, MVP stagionale e MVP dell’All Star Game, chiudendo con le insensate medie di 37.6 punti e 27.0 rimbalzi. Walt entrerà comunque nel libro dei record NBA nel 1968/69, quando chiuderà la stagione regolare con 88 partite disputate sulle 82 in calendario (per via della trade che lo spedì ai New York Knicks).
Malgrado l’exploit di Bellamy e la presenza di altri solidi giocatori (tra cui Slick Leonard, che diverrà immortale come allenatore degli Indiana Pacers nella ABA), i Packers finirono con il peggior record NBA (18 vinte – 62 perse).

Subito sopra di loro (e anch’essi incredibilmente fuori dai playoff, dopo la finale NBA persa l’anno prima) arrivarono i St. Louis Hawks, ai quali non bastò la straordinaria stagione individuale di Bob Pettit. Autentica leggenda vivente di Louisiana State University (tanto che a Baton Rouge, Louisiana potete trovare il Bob Pettit Boulevard) e primo MVP della storia NBA (1955/56), Pettit fece registrare statistiche sinistramente vicine a quelle di Bellamy: 31.1 punti e 18.7 rimbalzi a partita. Per ventinove volte mise a referto una doppia-doppia da almeno 20 punti e 20 rimbalzi, ma le vere perle della sua stagione furono la tripla-doppia da 28+25+10 contro i Lakers (8 novembre 1961) e la sconcertante prestazione da CINQUANTUNO punti e TRENTA rimbalzi contro gli Warriors di Chamberlain (6 dicembre). Cifre assolutamente folli, se stessimo parlando di una stagione ‘normale’. Invece, Bellamy e Pettit (che fu eletto MVP dell’All Star Game grazie ad una prova da 25 punti e 27 rimbalzi) erano ben lungi dall’essere considerati i migliori giocatori di quell’incredibile annata.

Da sinistra: coach Alex Hannum, Elgin Baylor, Jerry West e Bob Pettit

Da sinistra: coach Alex Hannum, Elgin Baylor, Jerry West e Bob Pettit

Nella lontana Los Angeles, ad esempio, le star di Hollywood si lustravano gli occhi di fronte alle meraviglie messe in mostra da Elgin Baylor e Jerry West. Se le prestazioni fin qui citate furono obiettivamente inumane, quelle di Baylor (che giocò solamente 48 partite, visto che venne chiamato dall’esercito a stagione in corso) furono da fantascienza. 38.3 punti e 18,7 rimbalzi di media, solo sei volte sotto i 30 punti a referto e una serie di singole performance ‘for the ages’. Tra queste, obbligatorio citare la notte da 50 punti, 20 rimbalzi e 7 assist contro Syracuse (4 dicembre 1961), la tripla doppia da 52+25+10 contro St. Louis (13 dicembre) e una partita da SESSANTATRE punti e TRENTUNO rimbalzi contro Chamberlain e compagni (i cui incontri, quell’anno, devono proprio essere stati qualcosa di imperdibile). Il 17 gennaio 1962, con Baylor a prestare servizio in contesti meno piacevoli, ne farà 63 anche West contro i Knicks. Lo stesso ‘Mr. Logo’ che, la settimana successiva, ne rifilò 50, con 8 rimbalzi e 10 assist, ai Cincinnati Royals. Chiuse la stagione 1961/62 con 30.8 punti, 7.9 rimbalzi e 5.4 assist.

Poca, pochissima roba, rispetto a ciò che fu in grado di compiere la stella di quei Royals, Oscar Robertson. Il suo nome è stato citato parecchie volte nel corso dell’ultima stagione, perché un ragazzo californiano chiamato Russell Westbrook è riuscito nell’inconcepibile impresa di eguagliare e poi superare il record che ‘The Big O’ consegnò alla leggenda ben 55 anni prima. Robertson fu infatti il primo (ed unico, fino alla folle corsa di Russ) giocatore nella storia a chiudere una stagione con una tripla-doppia di media. Ne fece registrare ben 41 (primato infranto dal ‘nostro’ RW poche settimane fa), tra cui una da 40+15+16 contro Chicago, un’altra da 40+12+17 contro i Lakers e una da 42+15+18 contro…gli Warriors, ovviamente. Il suo tabellino, a fine regular season, reciterà: 30.8 punti, 12.5 rimbalzi e 11.4 assist. E fu subito storia.

'Mr. Triple-Double' Oscar Robertson con la maglia dei Cincinnati Royals

‘Mr. Triple-Double’ Oscar Robertson con la maglia dei Cincinnati Royals

Le epiche prestazioni di Bellamy, Pettit, Baylor, West e Robertson (tutti ampiamente sopra i 30 punti di media) sarebbero già bastate per rendere immortale quella stagione. A farla entrare definitivamente nel mito, però, ci pensò l’uomo dei record per antonomasia: Wilt Chamberlain.
Il 1961/62 fu l’anno in cui ‘The Big Dipper’ posizionò quell’asticella ad un altezza inimmaginabile, sia prima che dopo. 50.4 punti (indisturbato record all-time), 25.7 rimbalzi (terzo posto; ai primi due c’è sempre Wilt) e 48.53 minuti di media. Sì, perché Chamberlain giocò sempre, overtime inclusi. Anche i 42 punti realizzati all’All Star Game di St. Louis furono un record, infranto però da Anthony Davis (52) nell’ultima, discutibile edizione della partita delle stelle.
Andando a scorrere i boxscore dell’epoca, la prima impressione che si ha è quella di trovarsi in un viaggio lisergico alla Jefferson Airplane (band che si formerà nel 1965 a San Francisco, nuova casa degli Warriors di Wilt): iniziò con due gare da 48+25 e 57+32, chiuse 45 incontri con oltre 50 punti a referto, 14 oltre quota 60. L’8 dicembre 1961 perse contro i Lakers nonostante una prova da SETTANTOTTO punti e QUARANTATRE rimbalzi, mentre il 13 gennaio guidò Phila alla vittoria sui Packers con una più ‘modesta’ serata da 73+36. Agli stessi Packers rifilò 34 punti e 33 rimbalzi nell’ultimo incontro di regular season del 14 marzo.
Pochi giorni prima, esattamente il 2 marzo del 1962, Wilt si presentò alla Hershey Sports Arena di Hershey, Pennsylvania (casa degli Warriors per alcune partite) e scrisse la pagina più impressionante della storia del gioco. Contro i New York Knicks, Chamberlain realizzò 23 punti nel solo primo quarto, poi ne aggiunse 18 nel secondo e 28 nel terzo. Raggiunta quota 69 con dodici minuti ancora da giocare, il sonnolento pubblico casalingo iniziò a sentire profumo di leggenda. Gli avversari cercarono di fermarlo in tutti i modi, tenendo a lungo il pallone e facendo falli intenzionali su qualsiasi altro suo compagno. Nel frattempo, lo speaker aggiornava il parziale ad ogni canestro. Quando il numero 13 infilò i punti 99 e 100, un’ondata di spettatori si riversò sul terreno di gioco. La prestazione definitiva era appena andata in scena, sotto i loro occhi.

Hershey, 2 marzo 1962: Wilt Chamberlain celebra i 100 punti rifilati ai New York Knicks

Hershey, 2 marzo 1962: Wilt Chamberlain celebra i 100 punti rifilati ai New York Knicks

Ad assistere a quello storico incontro c’era anche Harvey Pollack, ‘uomo delle statistiche’ in casa Warriors. Visto che, in quel 1962, non c’erano le varie TNT o ESPN a trasmettere gli incontri, la leggendaria performance di Wilt avrebbe potuto perdersi nel tempo. Per imprimerla definitivamente nella storia, Pollack ebbe un’idea geniale: diede a Chamberlain un foglietto su cui aveva scritto il numero 100. Ne nacque uno scatto che diverrà una vera e propria icona.

Alla luce delle cifre strabilianti che abbiamo visto, dunque, verdetto scritto: Chamberlain MVP e Philadelphia Warriors campioni NBA, giusto? Non proprio…
Se c’è una cosa che ci ha insegnato il basket americano degli Anni ’60 è che, alla fine, vincevano sempre i Boston Celtics. Il 1961/62 non fece eccezione. Il grande Bill Russell non chiuse la stagione con statistiche paragonabili a quelle appena analizzate (si ‘accontentò’ di 18.9 punti e 23.6 rimbalzi a partita – con UNDICI gare oltre i 30 catturati), ma guidò la sua squadra ad un altro record, ovvero quelle 60 vittorie mai raggiunte in precedenza. Per questo motivo, i vari Chamberlain, Robertson, Baylor, West, Pettit e Bellamy, nonostante la loro stagione mostruosa, rimasero a mani vuote: Russell fu eletto MVP per la terza volta in carriera (altro record dell’epoca, manco a dirlo).

I playoff del 1962 non assomigliavano più di tanto a quelli attuali; essendoci nove squadre, solo le prime sei vi accedevano. La seconda e la terza classificata di ogni Division si affrontavano al primo turno, per poi incontrare le rispettive prime (Celtics e Lakers, ovviamente) in quella che oggi definiremmo “finale di Conference”.
I Cincinnati Royals, nonostante la tripla-doppia di media (quasi inutile specificarlo) in quattro partite di Robertson, persero la prima serie contro i non irresistibili Detroit Pistons. Nell’altra Division, i Philadelphia Warriors superarono i Syracuse Nationals per 3-2, con una gara-4 da 56 punti e 35 rimbalzi di Chamberlain. Se nella Western Division i Lakers ebbero un compito tutto sommato agevole (vittoria in sei partite, con sia Baylor che West oltre i 30 di media), la sfida per il trono dell’Est divenne un ‘instant classic’. Lo scontro fra titani tra Russell (22.0 punti e 25.9 rimbalzi di media nella serie) e Chamberlain (33.6 + 25.9) portò a sette, combattutissime partite, con le due squadre mai vittoriose per due gare consecutive. Alla fine, come sempre, la spuntò Boston, che si presentò puntualmente all’appuntamento con le Finals.

Elgin Baylor (Los Angeles Lakers) contro Bill Russell (Boston Celtics) alle NBA Finals 1962

Elgin Baylor (Los Angeles Lakers) contro Bill Russell (Boston Celtics) alle NBA Finals 1962

Lakers e Celtics si erano già affrontate per il titolo nel 1959 (con i primi ancora di casa a Minneapolis), ma la loro storica rivalità era appena cominciata. Nel decennio ’59-’69 le due squadre furono avversarie in ben sette finali NBA, tutte – nessuna esclusa – vinte dai biancoverdi di Red Auerbach. Anche in quel 1962, le sontuose prestazioni di Jerry West (40 punti in gara-2) ed Elgin Baylor (61 punti e 22 rimbalzi in gara-5) non bastarono ai biancoblu (già, diventeranno gialloviola nel 1966) per avere la meglio su una maledizione che si infrangerà solo negli Anni ‘80, quelli di Magic Johson e dello ‘Showtime’. La serie del ’62 si concluse in un’epica gara-7, decisa all’overtime da una prova memorabile di Russell: trenta punti e QUARANTA rimbalzi (ne aveva presi altrettanti in gara-2 delle Finals 1960).
I Celtics vinsero il quinto titolo della loro storia (e il loro quarto consecutivo, altro record di allora), facendo calare definitivamente il sipario sulla più grande stagione di sempre.

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