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New York Knicks 2021

di Luigi Ercolani

Ci siamo. Sono le Finals NBA, where amazing happens, dove il meglio del basket a stelle e strisce si coagula e fa sì che tutti gli occhi del mondo cestistico guardino verso gli Stati Uniti.

Siamo a New York, la capitale mondiale e Mecca della palla a spicchi. Ed è un po’ anche la città del destino.

From New York to Washington

Kirsten Gillbrand è al Madison, in parterre con la sua scorta. Aguzza la vista per riconoscere qualcuno, ogni tanto stringe qualche mano, sorride, sembra calma.

Nella primavera dell’anno prima ha superato Hillary Clinton nelle primarie democratiche per la presidenza.

Le due si conoscono bene: la prima ha preso il posto della seconda come senatrice dello stato di New York nel 2009, quando l’ex first lady fu nominata da Obama segretario di stato.

Nel testa a testa tutto al femminile che ha lasciato poco spazio al Cory Booker senatore del New Jersey, ha prevalso di pochi millimetri la Gillbrand.

Di larga scala, invece, la vittoria sull’altro newyorchese doc, Donald Trump, le cui politiche contraddittorie sono state mal digerite anche da chi l’aveva votato per convinzione, e non come semplice rifiuto di Hillary Clinton.

E i Knicks, alla prima uscita della prima donna (newyorchese) presidente degli Stati Uniti, hanno rullato i derelitti Cavaliers, con cui un tempo c’era rivalità.

E poi… beh, poi sono arrivati alle Finals. New York, la città del destino.

Knicks mix

Gli arancioblù che sono sono una squadra letteralmente devastante. Giocano un basket che ricorda molto quello dei Sacramento Kings di vent’anni prima.

L’importante è dare palla a uno dei due lunghi in post alto, che ha le mani buone, mentre l’altro si è andato a mettere in post basso. Da lì backdoor, riaperture fuori per penetra-e-scarica o per penetra e basta.

I nomi dei due lunghi? Porzingis, ma su questo non avevamo dubbi, e il figlio newyorchese (guarda un po’…) Moses Brown, o Guillermo Hernangomez.

In panchina? Darrell Armstrong. Serviva uno che avesse sale in zucca, esperienza sul campo, un curriculum già buono in panchina.

Armstrong è stato lì, dal 2009, ad abbeverarsi alla fonte di Rick Carlisle, che poi lo ha consigliato ai Knicks (ah, indovinate di dov’è Carlisle? È facile…).

All’inizio non è stato facile, la prima stagione e mezza i playoff non sono arrivati e qualche mugugno giù si era alzato.

Tutto è cambiato con l’arrivo di Terry Rozier. Nessuno ha capito l’insistenza di Armstrong sul piccolo play dell’Ohio finché non è esploso.

Sgusciante, dal tiro mortifero, l’ideale per attivare Tim Hardaway, la terza punta dopo il lettone e l’ex Celtics.

La corsa all’oro

Il primo turno dei playoff è stato all’insegna delle rivalità. I Miami Heat allenati da Chris Bosh mentre Spoelstra da un anno ricopre il ruolo di President of Basketball Operations dopo il ritiro di Pat Riley.

Non è stata una bella serie, anzi. Intensa, sicuramente, e altrettanto appagante dal punto di vista emotivo. Ma non tecnicamente bella.

Sono volate botte come dei bei tempi, e in gara-6, a due minuti dalla fine con i Knicks sul +17, c’è mancato poco che il coach texano mettesse le mani addosso ad Armstrong.

Da lì e iniziata una rimonta furibonda, spentasi su sei lunghezze di distanza che hanno consegnato la vittoria ai Knicks.

Poi sono arrivati i Bucks. Giannis Antetkoumpo ha fatto vedere i sorci verdi alla difesa della Grande Mela. Al Madison ha giocato come fosse tarantolato.

Punti, rimbalzi, una partita portata via e una quasi. Poi però Milwaukee non ha saputo difendere il fattore campo, e su quel “fattore” si potrebbe discutere.

Un altro 4-2 dopo quello contro gli Heat, e la sensazione che la corsa verso le Finals si sarebbe arrestata contro i Celtics. Errore.

Irving è l’uomo di riferimento dei Celtics, ha carisma, talento, tremendismo. La batteria di esterni dei biancoverdi ha colpito a ripetizione: Kyrie, Smart, Hayward, Brown, Tatum.

Sotto però i Celtics, con il solo Sabonis, non sono riusciti a fronteggiare la prima linea avversaria. Risultato: un 4-1 che nessuno aveva o avrebbe predetto.

Faccia da Finals

E ora, ora che le Finals sono arrivate a vent’anni dall’ultima volta, ora che davanti a una presidente newyorchese si può provare a vincere, questi Knicks ci credono.

Si può fare, si può tentare di dare finalmente l’assalto al terzo titolo, si può provare a spezzare la maledizione che vede New York capitale mondiale del basket pur trionfando raramente tra i pro.

Di fronte i Phoenix Suns di Ulis, Knight, Booker, Jackson e Bender. In panca, Steve Nash. Ci sarà da divertrsi. Garantito.

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