Record: 49-33
C’era un tempo, che ad alcuni può sembrare non molto distante e che ad altri apparirà un’era geologica fa, in cui a Houston risuonava il motto di “Dont’ever underestimate the heart of a champion!”. Ve lo ricordate? Fu dopo la vittoria del 1995 dei Rockets sui Magic, quella dell’esperto Olajuwon contro il giovane O’Neal, e la compagine texana, che aveva penato per superare Suns e Spurs veniva data per morta. Invece fu un 4 -0 in scioltezza, e Tomjanovich ripeté il suo mantra sul non sottostimare il cuore del campioni.
Sembra passata una vita, perché ora al contrario i Rockets sembrano divertire fino a quando non è necessario giocare “da grandi”. Lì, misteriosamente, si sciolgono. È successo con Portland ai playoff 2014, così come contro Golden State in finale di Conference nell’ultima sessione di post season: Howard, Harden, Terry, Ariza, Josh Smith, tutta gente più rodata degli avversari , e persino di titoli vinti o finali disputate. Invece, gli esperti Rockets hanno incocciato sui giovani e più affamati Warriors. Dimostrando ancora una volta che, per salire sul gradino più alto del podio, alle parole (Harden è il secondo autunno di fila che si definisce il miglior giocatore della Lega) devono necessariamente seguire i fatti. Perché i secondi, come dice quel Tale, non li ricorda nessuno.
Movimenti di mercato
Il nucleo base è rimasto sostanzialmente intatto, e per certi versi questo è un bene: l’elementi di rilievo partito è sostanzialmente solo Josh Smith, considerando che Prigioni e Papanikolaou portavano un contributo che rasentava lo zero. In compenso, da Denver è arrivato Ty Lawson, play creativo ma con la fama di non essere propriamente un’educanda nella sua vita da atleta, e che contenderà a Beverly e Terry il posto da titolare in una pericolosissima lotta a tre, e Marcus Thornton, valido back-up con anche lui la nomea di piantagrane se resta troppo in panchina. E se già la situazione parrebbe così una polveriera, la sorte (che sia “buona” o “mala” lo scopriremo col senno di poi) dal draft ha portato un paio di talentini mica male come gli atletici Harrell e Dekker, che delle loro squadre erano i riferimenti. Insomma, il mercato texano può leggersi in due modi: o ha regalato un’autostrada per il titolo, o ha prodotto la cosa più simile alla Virgin nel mondo del basket. La quale, per chi non lo sapesse, è la navetta spaziale schiantatasi nel deserto un anno fa.
Quintetto Base
ESPN ci aiuta anche in questa occasione: il competente sito statunitense ha ipotizzato che lo starting five come composto da Patrick Beverly in cabina di regia, Harden nel ruolo di guardia, Trevor Ariza in ala piccola, Terrence Jones in ala forte e Dwight Howard come centro. Tuttavia è anche possibile che McHale decida di inserire tra i primi cinque Ty Lawson ed eventualmente Thornton da “3” se la situazione (tecnica o di spogliatoio) lo richiedesse. È da tenere d’occhio infine il dualismo Jones – Harrell, in un confronto tra due atleti usciti da college avversari (il primo giocava a Kentucky, il secondo a Louisville). Possibile elemento che potrebbe ulteriormente riscaldare gli animi in squadra.
Aspettative prossima stagione
Alte, e buttando un occhio al roster non potrebbe essere altrimenti. Houston l’anno passato ha fatto le finali di Conference, ma quest’anno la concorrenza si è rinforzata, Spurs e Clippers su tutti, per non parlare dei Thunder. Dunque, anche considerando ciò che si è detto finora, volendo offrire un giudizio salomonico, è plausibile che i Rockets arrivino almeno almeno al secondo turno di playoff. Quello che accadrà dopo sarà in mano a loro.
Giocatore Chiave
Partendo dal presupposto che è inutile soffermarsi sulle qualità realizzative di James Harden, la maggior parte delle fortune di Houston dipenderanno da Dwight Howard: esperto, fisico, il lungo nativo di Atlanta dovrà garantire alla sua squadra la tenuta difensiva che serve per vincere i titoli, o almeno per approdare nelle finali “che contano”. In questo senso avrà un grosso aiuto da Ariza, ma se “Superman” vuole mantenere il nomignolo dovrà essere tale non solo nelle sue statistiche, ma anche spronando lui per primo i compagni, guidandoli con l’esempio, reggendo mentalmente, trascinandoli, equilibrando tra i momenti in cui è necessario passare la palla e quelli in cui invece deve andare da solo. Non saranno concesse pause, se l’obiettivo è l’anello. Tutti i grandi lo hanno dimostrato, se vuole iscriversi al club dovrà passarci anche lui.
Possibile sorpresa
Chi potrebbe stupire è Montrezl Harrell. Il prodotto di Louisville arriva con numeri e nomea non marginale, tutt’altro. Si è già anticipato il probabile duello con Terrence Jones, che dal canto suo in tre anni di NBA ha mostrato pochino (11.0 punti di media, 1.4 stoppate ma sopratutto soli 6.4 rimbalzi). Il nuovo arrivato, che non ha fatto in tempo a sfidare l’avversario a livello collegiale, è già pronto a fargli le scarpe, e rispetto all’altro rookie Sam Dekker il tonnellaggio sembra favorirlo (115 chili contro 104) a fronte di un’altezza non dissimile. Jones farà meglio a iniziare a guardarsi le spalle.


