Cleveland Cavaliers: voto 6

LeBron James, di recente, ha risposto così alle critiche dei giornalisti: “Io ho giocato sei finali consecutive, sono l’ultima persona al mondo a cui parlare di regular season.”. Visto il suo curriculum, in effetti, è una replica che ci può stare; quella dei campioni in carica, però, è stata una stagione regolare ben poco convincente. Partenza a razzo, poi un brusco rallentamento a gennaio e un pessimo marzo hanno compromesso il primato nella Eastern Conference, che i Cavs detenevano ormai da due anni. Più che il piazzamento finale, che di certo non procurerà ondate di panico in Ohio, a preoccupare maggiormente è l’atteggiamento mostrato dagli uomini di coach LeBr…ehm, Tyronn Lue. Dopo l’ottimo inizio, arrivato sulla scia dell’entusiasmo per lo storico titolo conquistato a giugno e coronato dal successo natalizio contro gli acerrimi rivali Warriors, Cleveland si è concessa una pigra passerella verso i playoff. Molte delle 31 sconfitte stagionali sono arrivate per la mancanza di tre fattori fondamentali: difesa, concentrazione e…LeBron James.
Senza il Re, protagonista dell’ennesima stagione da MVP, la squadra ha mostrato apertamente di essere una barca in balia delle onde. Anche la società non scherza, a tal proposito; nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato dopo il trionfo delle Finals, la tendenza di David Griffin e soci a prostrarsi sempre e comunque ai desideri del numero 23 è continuata in questo 2016/17. Dalle continue richieste – immediatamente esaudite – di nuovi giocatori (a stagione in corso sono arrivati Kyle Korver, Derrick Williams, Deron Williams, Andrew Bogut e Larry Sanders; solo il primo ha avuto un impatto degno di nota) ai timeout ‘imposti’ a colui che, sulla carta, sarebbe il suo allenatore, questa ‘egemonia’ di King James potrebbe rivelarsi estremamente pericolosa in caso di mancato repeat. Con l’arrivo dei playoff, considerata l’età media estremamente elevata, saranno i tre fattori sopra elencati a fare la differenza tra un nuovo trionfo e il più brusco dei risvegli.
Dallas Mavericks: voto 5

Per i texani un avvio di stagione da incubo, con due sole vittorie nelle prime quindici partite e con il poco onorevole record di 10 W – 24 L a fine 2016. Poi una seconda parte in netta crescita, comunque insufficiente per riavvicinarsi alla zona playoff. A conti fatti, un’annata da dimenticare per la franchigia di Mark Cuban, invischiata nella complicata fase di transizione che accompagna gli ultimi anni di carriera del grande Dirk Nowitzki. Il tedesco, tormentato dai problemi al tendine d’Achille, è stato uno degli involontari inquilini dell’affollatissima infermeria dei Mavs. A causa delle numerose assenze, coach Rick Carlisle ha dovuto optare per una serie di soluzioni ‘alternative’, alcune delle quali si sino rivelate delle piacevoli sorprese. Un esempio fra tutti l’inattesa esplosione di Seth Curry, che per qualche settimana è stato il più celebrato dei due fratelli. O ancora, l’imprevisto impatto dei giovani Yogi Ferrell e Dorian Finney-Smith, che desta nuove speranze per la costruzione della squadra del futuro. Per lo stesso scopo, a stagione in corso è stato preso Nerlens Noel, ‘esule’ dell’affollato reparto lunghi dei Sixers (peccato che, come contropartita, sia stata spedita a Philadelphia una pedina interessante come Justin Anderson). Certo, sia Noel che Harrison Barnes, reduce da un buon debutto con la nuova maglia, sono ben lontani dal concetto di “uomo-franchigia”, ma rappresentano una buona dose della linfa necessaria per tenere in vita la quercia. Tagliati i ‘rami secchi’ con le partenze di Deron Williams e Andrew Bogut (per il quale avevo pronosticato: “farà sentire, eccome, la sua presenza sotto i ferri”… purtroppo per lui, detto, fatto!), con l’addio di ‘WunderDirk’ sempre più vicino e con un promettente draft in arrivo, per Dallas potrebbe arrivare l’occasione di voltare definitivamente pagina.
Denver Nuggets: voto 7,5

L’obiettivo playoff sembrava francamente difficile da raggiungere e infatti, anche quest’anno, Danilo Gallinari e compagni vanno in vacanza ad aprile. Tuttavia, i Denver Nuggets ci hanno provato con convinzione fino alla fine, con l’ottavo posto sfumato solamente alla terzultima partita. Ciò che rende comunque quella dei Nuggets un’ottima stagione è la consapevolezza acquisita di essere sulla strada giusta. Nikola Jokic, 21 anni, è esploso fragorosamente, diventando a tutti gli effetti la stella della squadra. Gary Harris (22) è cresciuto tantissimo, mentre il rookie Jamal Murray (19) si è rivelato una delle migliori matricole dell’anno. Se aggiungiamo che la trade deadline ha portato in Colorado Mason Plumlee, ventiseienne dalle mani ‘educate’, otteniamo quella che a tutti gli effetti è l’ossatura di una squadra dal futuro roseo. Da questo punto di vista, l’unica nota stonata è stato il mancato salto di qualità di Emmanuel Mudiay (20), finito ad un certo punto fuori dalle rotazioni. Età e potenziale sono sicuramente dalla sua parte, forse però avrà bisogno di cambiare aria per dare una svolta alla sua fin qui breve carriera.
A proposito di cambi di scenario… Continuo a sostenerlo da tempo: liberarsi di Gallinari (che avrà una player option a luglio), Wilson Chandler e Kenneth Faried (sotto contratto fino al 2019) potrebbe essere la definitiva spinta verso i playoff. Per carità, nutro un rispetto profondissimo per dei signori giocatori (il valore del Gallo lo conosciamo bene, ma anche ‘Manimal’ ha dimostrato, sul finire della stagione, di poter ancora dire la sua), ma la separazione fra le loro strade e quella della franchigia appare sempre più inevitabile. Chissà che non possa rappresentare anche per loro l’occasione di competere finalmente per qualcosa…
Detroit Pistons: voto 5

Come gli Charotte Hornets, anche i Pistons sono stati protagonisti di un inatteso scivolone. Il crescente livello medio della Eastern Conference non ha fatto prigionieri ed entrambe le squadre, presenti nel 2016, sono rimaste a casa. Fino a metà marzo, Detroit era in piena corsa per i playoff, ma un pessimo finale di regular season ne ha compromesso le sorti.
La costruzione del roster, sulla carta, era stata portata avanti molto bene: quintetto più che solido e panchina rinforzata in estate. Il problema principale è stata la mancata crescita dei presunti leader: Andre Drummond e Reggie Jackson. Il primo sembrava in rampa di lancio verso una carriera da perenne All-Star, invece la convocazione dello scorso anno è stato il punto in cui la sua parabola ha cominciato a scendere. Jackson ha iniziato in ritardo la stagione per via di un infortunio al ginocchio, poi è entrato in conflitto con il presidente-allenatore Stan Van Gundy, che ad un certo punto lo ha sostituito in quintetto con Ish Smith, panchinandolo definitivamente con la seguente spiegazione: “Il piano è farlo stare un po’ in disparte per ‘pulirsi la mente’ e iniziare la off-season senza più l’amaro in bocca”… Mah!
Ora la franchigia si trova in una situazione non semplicissima: con Drummond e Jackson sistemati almeno fino al 2020 (salvo eventuali trade), l’unico giocatore di riferimento a non avere un contratto blindato è Kentavious Caldwell-Pope, forse il migliore dei suoi quest’anno. La qualifying offer a KCP sarà pertanto una delle principali scelte attorno a cui ruoterà un’estate con pochissimo margine di manovra.

