Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiNBA regular season 2016/17 – Le pagelle (parte 1/2)

NBA regular season 2016/17 – Le pagelle (parte 1/2)

di Stefano Belli

Golden State Warriors: voto 8,5

Chiudere la regular season con il miglior record NBA appare tutto sommato facile, se a quella che già prima era la squadra più forte si aggiunge un fenomeno come Kevin Durant. Il rischio che quel meccanismo così ben oliato si potesse inceppare, però, era comunque tra le ipotesi. Invece Steve Kerr ha svolto nel migliore dei modi un compito estremamente delicato: dare vita ai ‘Golden State Warriors 2.0’, quelli dei ‘Big Four’.

Dopo la scioccante opening night contro San Antonio, terminata con un roboante -30, i vice campioni NBA sono diventati un rullo compressore. La sconfitta nel bellissimo incontro di Natale contro Cleveland è arrivata dopo sette vittorie consecutive. Una striscia che però impallidisce di fronte ai quattordici successi con cui Golden State ha chiuso la regular season, giocando molte di queste gare senza KD. Il vero capolavoro della stagione è stata proprio la reazione all’infortunio del numero 35, che inizialmente aveva causato non poca agitazione, visto he Durant, tra l’altro, stava disputando la miglior stagione in carriera. Gli Warriors hanno dimostrato di essere ancora loro e di poter vincere (almeno le partite di regular season) anche con una stella in meno.
Questa nuova versione della squadra di Oakland non si affida più agli ‘assoli’ di Stephen Curry e Klay Thompson, quanto alla giusta distribuzione di possessi e responsabilità. Come facilmente prevedibile, tre realizzatori da 30 punti a partita non ne hanno messi insieme 90 ogni sera, ma si sono suddivisi abbastanza equamente il bottino: 25.3 di media per Curry, inevitabilmente calato rispetto all’insensata stagione 2015/16, 25.1 per Durant e 22.3 (career-high) per Thompson. Se inizialmente la presenza dell’ex stella dei Thunder sembrava poter in qualche modo ‘mettere in ombra’ gli ‘Splash Brothers’, con il passare dei mesi i tre hanno trovato il giusto equilibrio. Anche la panchina, seppur nettamente indebolita rispetto all’anno scorso, ha saputo trovare via via il suo spazio. Insomma, quella che si presenta ai playoff è la più credibile candidata al titolo NBA 2017.

 

Houston Rockets: voto 9

Una delle più grosse sorprese di questo 2016/17 sono gli Houston Rockets. Il nuovo coach Mike D’Antoni ha trasformato quell ache sembrava una franchigia alla deriva in una big della Western Conference, plasmandola a immagine e somiglianza dei Phoenix Suns di Steve Nash e cucendola su misura per James Harden. Il ‘Barba’, spostato ufficialmente nel ruolo di point guard, si è preso il palcoscenico con una stagione da fantascienza: 29.1 punii, 8.1 rimbalzi e 11.2 assist di media, tutti record personali. Quando a fine giugno verrà assegnato il premio di MVP, a salire sul palco saranno o lui, o Russell Westbrook.
Come nel caso dei Thunder, è pressoché impossibile giudicare la squadra a prescindere dalla sua stella. Sia la grande stagione dei tiratori (Eric Gordon, Ryan Anderson, Lou Williams e Trevor Ariza) che quella dei lunghi (Clint Capela, Nenè e Montrezl Harrell) di Houston sono esclusivamente dovute alle invenzioni del numero 13. I Rockets senza Harden (così come i Thunder senza Westbrook) non avrebbero la minima chance di fare i playoff; questi invece hanno ottenuto il terzo miglior record della lega e daranno fastidio a tutti nella corsa al titolo.
Solo i playoff ci mostreranno il valore reale di questa squadra. Certo, dovesse ‘incepparsi’ lo ‘Steve Nash 2.0’ la situazione si farebbe piuttosto critica. Forse, per ambire seriamente all’anello, serviranno ulteriori ritocchi la prossima estate.

 

Indiana Pacers voto 5

Per le aspettative riposte su di loro ad inizio stagione, i Pacers sono probabilmente la delusione più grande di questo 2016/17. Con gli innesti di Jeff Teague, Thaddeus Young e Al Jefferson, la presumibile esplosione di Myles Turner e la presenza di una superstar come Paul George, la squadra di Nate McMillan si presentava come la più credibile alternativa ai Cleveland Cavaliers per il dominio della Eastern Conference. PG13 e compagni, invece, hanno vissuto una stagione incredibilmente altalenante. Il culmine di questa instabilità è arrivato tra gennaio e febbraio, quando a una striscia di sette vittorie consecutive ne è seguita una da sei sconfitte filate. Solo un ottimo finale di regular season ha consentito il raggiungimento dei playoff, con la settima testa di serie. In fin dei conti George ha giocato bene, ma non da MVP, come ci si poteva aspettare. Il suo andamento ha avuto la stessa incostanza di quello della squadra; per fare un esempio banale, nel già citato periodo tra gennaio e febbraio è arrivata una prestazione da 33 punti seguita da una partita chiusa a quota 8. Turner è effettivamente cresciuto, ma non è ancora in grado di fare la differenza (e ci mancherebbe, ha appena 20 anni!). I nuovi arrivati, poi, hanno inciso fino ad un certo punto: Teague è partito male per poi riprendersi, Young ha avuto un calo fisiologico (non è più la giovane promessa di Philadelphia) e Jefferson, sempre più appesantito, sembra già sul viale del tramonto. Il fatto che sia stato richiamato nientemeno che Lance Stephenson, letteralmente ‘naufragato’ negli ultimi anni, è un chiaro segnale che le cose non siano andate esattamente come previsto. Ora sotto con i Cavs, con una probabile eliminazione al primo turno e con un’estate ricca di interrogativi.

 

Los Angeles Clippers: voto 6

Ok, hanno chiuso al quarto posto la Western Conference. Va bene, DeAndre Jordan è finalmente stato convocato all’All Star Game, Blake Griffin è tornato ai suoi livelli e Austin Rivers è cresciuto molto. Però questi Clippers sembrano tutto fuorché una contender. Dopo un inizio promettente da 14 vittorie e 2 sconfitte, la franchigia è tornata nella mediocrità che ha contraddistinto i migliori anni della sua storia. L’atmosfera da ‘ultima corsa’ che aleggia su tutta la stagione porterà, con ogni probabilità, ad un altro nulla di fatto (dovessero essere superati gli Utah Jazz, ci sarebbe Golden State ad aspettare). Ad un certo punto è balenata l’ipotesi di una trade per portare in California Carmelo Anthony. Se è vero che non sarebbe stata un’aggiunta sufficiente per impensierire Warriors e Spurs, è anche vero che avrebbe dato una minima scossa in vista del rush finale. Non dovessero sorprenderci con un clamoroso viaggio alle Finals, per Doc Rivers e compagnia arriverebbe il temutissimo momento della free-agency 2017. Dal primo luglio J.J. Redick sarà libero di trovarsi una nuova squadra, mentre sia Griffin che Chris Paul avranno una player option sul loro ultimo anno. Visto che il loro sodalizio, finora, non ha portato a nulla più che un secondo turno di playoff (nel 2012, 2014 e 2015 – anno del ‘suicidio’ contro Houston), non sarebbe così scioccante se decidessero di proseguire le loro carriere altrove. Considerato che gli unici under 25 del roster sono Rivers Jr. e Brice Johnson (fermo quasi tutta la stagione per problemi alla schiena), il futuro appare piuttosto nebuloso. Comunque aspettiamo a trarre conclusioni; dopo tutte le ‘sfighe’ di questi anni, potrebbe arrivare il titolo che non ti aspetti… No??

 

Los Angeles Lakers: voto 4,5

Un voto così basso è frutto più che altro del brusco calo di entusiasmo nei confronti di una squadra che sembrava su una buona strada. Dopo anni di sconfitte, umiliazioni e scelte in lotteria, gli uomini di coach Luke Walton avevano fatto ben sperare con un avvio di regular season più che positivo. Arrivati a dicembre con un incoraggiante record di 10 vinte e altrettante perse, avevano fatto parlare i più incauti di “obiettivo playoff”. Poi è arrivato un più consono 2 W – 15 L a riportare tutti a più miti consigli. Da lì in avanti, i Lakers sono tornati in vertiginosa picchiata ai ben noti scenari: sconfitte, umiliazioni e scelte in lotteria (sempre che il destino non li beffi, escludendoli dalle prime tre e regalando la chiamata ai Sixers). I giovani di talento non mancano, ma questa è l’unica buona notizia. Quella un po’ meno buona è che nessuno tra questi sembra in grado di poter guidare la franchigia verso un ritorno al vertice. Né D’Angelo Russell, ancora troppo discontinuo, né Jordan Clarkson (che comunque, partendo dalla panchina, si è rivelato uno dei giocatori più produttivi), né tantomeno Julius Randle, apparso troppo ‘grezzo’ e altalenante anche al suo secondo anno completo da professionista. Decisamente da rivedere Brandon Ingram, praticamente invisibile per gran parte della sua stagione da rookie e messosi in mostra, a sprazzi, solamente nel finale; i suoi 19 anni sono comunque un lasciapassare per l’immediato futuro.
L’aspetto peggiore dell’ennesima stagione nera, però, è quello legato alle vicende societarie. Non appena i risultati hanno cominciato a non arrivare, Jeanie Buss ha dato il benservito al fratello Jim e allo storico general manager Mitch Kupchak, sostituiti da Magic Johnson e da Rob Pelinka, ex agente di Kobe Bryant. Ora lo sguardo è rivolto alla draft lottery del 19 maggio, che ci dirà se la ricostruzione potrà continuare con l’aggiunta di un’altra giovane stella (Lonzo Ball?), oppure se la risalita sarà ancora più ripida. A Philadelphia dicevano “Trust the process”, a L.A. potrebbe iniziare a sentirsi presto la domanda “What’s the process?”.

 

Memphis Grizzlies: voto 7

Tutto come previsto in casa Grizzlies: playoff raggiunti con una certa tranquillità (settimo posto) ed eliminazione al primo turno che, con ogni probabilità, sarà messa per iscritto tra qualche giorno per mano dei San Antonio Spurs. A far guadagnare un voto in più alla truppa di David Fizdale è il fatto di essere arrivati alla post-season con un roster del genere. Il principale rinforzo estivo, Chandler Parsons, è infatti rimasto a guardare per gran parte della stagione, tormentato da infortuni che rischiano di comprometterne seriamente la carriera. Con i soli Mike Conley e Marc Gasol in grado di ‘tirare la carretta’, il nuovo allenatore ha trovato aiuto dalle fonti più inaspettate. Se su Zach Randolph (35 anni) e Vince Carter (40) c’erano pochi dubbi, se non legati all’età, decisamente più sorprendente è stata la stagione di James Ennis, Andrew Harrison, Troy Daniels, JaMychal Green (uno dei giocatori più migliorati dell’anno) e Wayne Selden, giocatori arrivati sul grande palcoscenico dopo un percorso a dir poco tortuoso. Tra le varie storie, quella di Selden le riassume tutte: non scelto al draft 2016 e arrivato ai Grizzlies dopo mesi di D-League e un contratto decadale a New Orleans, l’ex giocatore di Kansas è finito addirittura in quintetto nella serie playoff contro gli Spurs. Poco da aggiungere, se non che il nuovo motto in Tennessee dovrebbe essere: “Memphis, where amazing happens”.
Si è capito ormai da tempo che questa versione della squadra è destinata a sparire per sempre. Il problema è: quando inizierà la nuova era?

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