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Around the Garden: Boston Celtics con il secondo posto nel mirino e poi…

di Nicola Bogani

Boston Celtics, con la pausa per l’All Star Game si possono cominciare a fare alcune considerazioni e capire più o meno quelli che possono diventare gli obiettivi di stagione. Le forze in campo ormai sono ben chiare a tutti, così come pian piano stanno iniziando a delinearsi le posizioni che determineranno i playoffs.

Bostons Celtics, la crescita di Tatum

Dopo il gennaio complicato vissuto dalla squadra tra infortuni, cali di concentrazione e stanchezza accumulata giocando ogni due giorni, fattori che hanno fatto perdere qualche partita sanguinosa, ecco che nel momento più complicato la crescita di Jayson Tatum ha riportato il sereno in casa Celtics.

Nelle ultime 12 partite sono 10 le vittorie incamerate, e guarda caso le due sconfitte (Pelicans e Rockets) sono arrivate la prima in una serata in cui Tatum era assente, e l’altra in Texas in una delle sue rare serate no di questo periodo che sembra magico per lui. Concetto del resto ancor più chiaro dalle cifre di febbraio, che parlano di una media di 28.3 punti a partita con percentuali al tiro ottime (48.2% da due e 46.8% dalla distanza ), con in totale quasi 20 tiri a partita che lo vedono ormai come il go-to-guy insieme a Kemba Walker, soprattutto nei possessi finali delle partite giocate punto a punto.

Incredibilmente solo i liberi sono calati in percentuale (70%) sebbene abbia aumentato quasi del doppio i tentativi a gara, indice della maggior aggressività nel cercare il ferro.

 

In questo processo di crescita e maturazione i compagni sembrano assecondare felici la crescita del prodotto di Duke, ed anche Kemba Walker, che riesce così ad usurarsi meno, sembra appoggiare senza problemi il giovane compagno continuando ad incoraggiarne la crescita.

Molte delle speranze di successo passeranno in questi mesi dall’ulteriore passo in avanti che saprà fare Tatum, che resta probabilmente il miglior “two way player” della squadra, cosa che è certificata dal quinto posto dell’intera lega nel real plus minus, con un +5.09 che parla chiaro.

 

Lo sprint finale che deciderà il seeding e di conseguenza il bracket dei playoffs ad Est sembra racchiuso tra quattro squadre, con i Milwakee Bucks ormai lanciati saldamente al primo posto e più protesi alla ricerca di record di squadra che a fare da arbitro tra Raptors, Celtics, Heat e Sixers, che in quest’ordine si presentano alle ultime 27-28 sfide della stagione.

Raptors e Celtics hanno preso vantaggio sulle inseguitrici ma hanno però nel prossimo futuro un calendario più duro che le attende.

Entrambe hanno infatti un coefficiente di difficoltà 517, coefficiente dato dalla percentuale di vittorie delle sfidanti, mentre Miami che insegue a tre partite da Boston, oltre ad avere più partite in casa (16-12) ha un coefficiente di 466, ed i Sixers addirittura con un 455 che potrebbe permettere loro sogni di inseguimento impensabili, guardando la classifica.

Per i Celtics, 13 le sfide in casa e 15 quelle in trasferta, con un viaggio duro ad Ovest subito per riprendere la marcia e non farsi risucchiare da chi insegue, tenendo sempre a tiro i Toronto Raptors.

Mai come quest’anno sembra importante il fattore campo, visto il ruolino di marcia delle prime sei squadre nelle partite casalinghe, e possibilmente finire dalla parte opposta dei Bucks, ad oggi squadra che sembra fuori portata per tutti. Al ritorno in attività coach Brad Stevens dovrebbe finalmente avere tutto il roster a disposizione, cosa capitata raramente nella prima parte e che potrebbe risultare un fattore chiave nella lotta serrata che aspetta i Celtics.

Se il trio Walker-Tatum-Brown resta fondamentale e continua a viaggiare sopra i 20 punti di media a partita, il vero ago della bilancia di questa squadra però restano Marcus Smart e Gordon Hayward. Entrambi servono per togliere pressione ai compagni nei momenti decisivi ed esser pronti a colpire gli avversari in caso venga lasciato loro maggior spazio. I migliori momenti ad inizio stagione e ora prima dell’All-Star Game sono infatti arrivati con loro due come protagonisti positivi.

Boston Celtics, Ainge regala una grossa chance ai giovani

Ci sono diverse chiavi di lettura per capire perché Danny Ainge non ha messo mano al “portafogli” per aggiungere profondità a questo roster in vista dello sprint finale e dei playoffs.

La prima è che capendo che era impossibile colmare completamente il gap che separa i Celtics dall’essere veramente una contender, Ainge non abbia voluto spendere eccessivamente (assets) per dei “leasing” a breve termine, dando così più spazio ai giovani che nella seconda parte della stagione si stanno comunque comportando bene.

La seconda è che Ainge abbia preferito aspettare i buyout per vedere se ci sarà occasione di arricchire la squadra, tenendo in cassaforte le scelte di questa estate. Di sicuro ai playoffs la profondità della panchina sarà meno determinante che durante la lunga stagione, anche se qualche arma in più per spaiare le carte durante i playoffs sarebbe sicuramente apprezzata da Stevens, che sino ad ora ha fatto un mezzo miracolo nel tenere a galla la squadra nonostante la marea di complicazioni date dai tantissimi infortuni.

La continua crescita di Grant Williams non solo in difesa (41% al tiro da tre punti negli ultimi 3 mesi), l’apporto solido di Brad Wanamaker e la crescita costante di Semi Ojeleye lasciano comunque abbastanza tranquilli in caso di emergenze, fino a quando non si inizierà a fare sul serio.

Nel caso in cui si presentasse un’occasione per completare il roster via buyout, il sacrificato di turno dovrebbe essere Javonte Green, l’unico giocatore che in caso di taglio non finirebbe per pesare negli anni successivi.

Il numero 5 di Kevin Garnett va nei rafters

L’ultima partita contro i Clippers ha visto un annuncio importante e atteso da tempo, ma che ha colto comunque un po’ tutti di sorpresa.

La maglia numero 5 di Kevin Garnett andrà finalmente ad accodarsi alla lunga lista dei numeri ritirati da questa gloriosa franchigia. Sebbene KG abbia giocato sole 6 stagioni e vinto un solo titolo con i Celtics, rimane un giocatore di un’importanza unica per una squadra che aveva perso la sua identità, e che non trovava una via d’uscita. Garnett portò oltre al suo talento, un cambio di mentalità che fu decisivo allora, e che ancora oggi è il marchio di fabbrica dei Boston Celtics.

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