The Last Dance, finalmente l’attesa è quasi finita: lunedì 20 aprile in Italia sulla piattaforma Netflix, uscirà il documentario che racconta l’ultima grande cavalcata dei Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman e coach Phil Jackson. Qui, vi riportiamo alla mente come si arrivò a quel fatidico ultimo ballo insieme.
Michael Jordan: ascesa, primo ritiro, ritorno e “The Last Dance” con i Bulls
Per i Bulls di Jordan e Pippen non è stato subito facile arrivare sul tetto della NBA. I primi grandi avversari sono stati i Detroit Pistons di Isiah Thomas e del futuro compagno di squadra Dennis Rodman. Quei Pistons, infatti, avevano eliminato per tre anni di fila i biancorossi dai playoffs, vincendo ben due finali consecutive. Poi la svolta. Nel 1991 in finale di Conference i Bulls incontrano di nuovo i Pistons; tuttavia questa volta riescono ad estrometterli dalla corsa per il titolo, e in finale incontreranno poi i Los Angeles Lakers di Magic Johnson. Sappiamo com’è andata a finire: i Bulls vincono la serie con un netto 4 a 1 aggiudicandosi il primo titolo NBA. Questo sarà il primo titolo del primo three-peat.
L’anno successivo lo scoglio più grande lo affrontano al secondo turno contro i New York Knicks di Pat Ewing. Dopo una vittoria sofferta, s’impongono anche sui Cleveland Cavaliers e poi battono in finale i Portland Trail Blazers. E due!
Nel 1993, la strada si fa ancora una volta impervia contro i Knicks di Ewing in finale di Conference. Dopo essere andati sotto per 2-0, Chicago si rialza e inanella una serie di 4 vittorie consecutive. In finale ci sarà un aspro conflitto con i Phoenix Suns dell’MVP Charles Barkley. Queste sono le tre tappe decisive verso la vittoria anche di quella serie: la vittoria di gara 3 dopo ben 3 overtime, i 54 punti di MJ in gara 4 e il tiro clutch della vittoria di John Paxson in gara 6. Ed ecco che è servito il primo three-peat.
A quel punto intorno ai Chicago Bulls di coach Phil Jackson, Michael Jordan e Scottie Pippen si era creato un vero e proprio mito. E a renderlo ancora più grande ci mette del suo anche lo stratosferico Team USA che si era presentato alle Olimpiadi del 1992 e che passa alla storia come Dream Team. Però, ecco che succede qualcosa di imprevedibile. Dopo la vittoria del terzo titolo consecutivo, Jordan, all’età di 30 anni, decide di ritirarsi dal basket dopo l’assassinio del padre.
Fu un momento difficile per il nativo di Brooklyn, pieno di dubbi ed incertezze. Non a caso, passerà il 1994 giocando a baseball insieme ai Birmingham Barons. Quello era lo sport tanto amato dal padre e Michael cerca in quel mondo di trovare una congiunzione con lui. Tuttavia ottiene solo risultati modesti e il richiamo della palla a spicchi era troppo grande per negare di sentirlo. Nel 1995, così, torna a lavorare con i Bulls finché il 18 marzo di quell’anno annuncia il suo ritorno nel mondo NBA: “Sono tornato”. I’m back.
Durante i due anni di assenza dalla lega, ne avevano approfittato intanto gli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon vincendo due titoli consecutivi. La stagione 1995/96 è perciò quella che vede in ritorno in scena a pieno organico di Chicago col suo leader indiscusso che può contare anche sull’arrivo estivo di Dennis Rodman. I Bulls instaurano un vero e proprio dominio chiudendo la stagione regolare con 72 vittorie e sbarazzandosi in finale dei Seattle Supersonics di Gary Payton e Shawn Kemp. Chicago è tornata sul tetto del mondo!
La stagione successiva procede sulla falsariga di quella precedente. Dominio Bulls in regular season: 69 vittorie in tutto. In finale questa volta ad opporsi ci sono gli Utah Jazz dello storico duo composto da John Stockton e Karl Malone. La serie è equilibrata ed è ferma sul 2 a 2. Serve una scossa. Ci pensa proprio MJ, che nonostante soffra di intossicazione alimentare e di disidratazione, segna 38 punti e vince la cosiddetta “gara dell’influenza”, the Flu Game. Con altri 39 punti del leader in gara 6 viene bissato il secondo titolo consecutivo. I Bulls sono ancora sull’Olimpo del basket.
Michael Jordan: “Sapevamo che quella sarebbe stata la nostra ultima avventura insieme, ‘The last dance'”
Tuttavia, ecco che iniziano ad arrivare i problemi ed i malumori. E tutti questi ruotano attorno al GM Jerry Krause. Quest’ultimo ha sempre mantenuto con coach e giocatori un rapporto distaccato, per non dire inesistente. Molte scelte discutibili di Krause già in passato avevano fatto discutere e si era arrivati all’inizio della stagione 1997/98 che i rapporti erano ai minimi termini. Tra il general manager e Phil Jackson c’era ormai una frattura insanabile; in tutto questo, Jordan ed i compagni appoggiavano il loro coach in toto. La stagione poi non si prospettava delle migliori vista anche l’assenza quasi certa di Scottie Pippen fino al gennaio successivo a causa di un problema al piede.
“L’unica nota negativa sono le parole di Krause che ha detto che i titoli non vengono vinti da allenatori e giocatori, ma dalle organizzazioni. Michael ha detto che non sarebbe tornato ai Bulls finché non ci fossi stato io come coach. Tuttavia, ho firmato un contratto annuale e i Bulls hanno tutte le intenzioni di farmi fuori alla prossima stagione. Come ha detto Michael ‘E’ un modo terribile per finire una cavalcata incredibile’”. Così Jackson aveva commentato ormai i rapporti ai minimi termini col front office di Chicago.
L’unico motivo per cui Jordan era ancora a Chicago erano coach Jackson e i suoi amati compagni di squadra. Altrimenti probabilmente avrebbe deciso di cambiare aria. “Io ho preso sempre le parti di Phil” aveva detto MJ. “Se non fosse lui ad allenare, io non sarei qui. Una cosa è certa: non sono qui per i soldi e i soldi non mi tratterranno”.
“Per questo Phil ad inizio anno diceva ‘This is the last dance’ (questo è l’ultimo ballo, ndr). Praticamente abbiamo giocato sapendo che quella era l’ultima volta. Ma è anche servito per concentrarci e per renderci certi che avremmo finito tutto nel modo giusto. Allo stesso modo in cui l’inizio dell’anno sembrava triste, abbiamo provato a divertirci e a finire tutto nel migliore dei modi”. Firmato Michael Jordan.
Questi sono i presupposti di “The Last Dance”. Squadra ed allenatore erano ormai legati da un rapporto indissolubile e non avrebbero permesso che tutto fosse rovinato dal delirio di onnipotenza di Krause. Quella era la loro ultima avventura insieme ed erano decisi a viverla al meglio. Spingendo sempre al massimo sull’acceleratore, come avevano sempre fatto, nonostante tutte le avversità del caso. C’era in ballo molto di più di una semplice stagione sportiva: c’erano tutta la determinazione, la ferocia, l’affetto e l’ardore di un gruppo.
Tutte queste emozioni verranno raccontate in 10 episodi di un’ora che usciranno a gruppi di due ogni settimana. Quindi, allacciate le cinture e preparatevi a vivere questo ultimo ballo insieme a Michael Jordan ed ai suoi Chicago Bulls.
