Nella serata che permette ai Portland Trail Blazers di abbracciare nuovamente CJ McCollum dopo due mesi di assenza, la scena è orchestrata magistralmente da Damian Lillard. La sfida contro i New Orleans Pelicans è ad alto livello di intrattenimento, garantito dalla dinamicità offensiva di entrambe le squadre. Il grado di esperienza e maggior talento nei singoli riflette il differente posizionamento, e di conseguenza le rispettive ambizioni. In quanto le due squadre condividono tanto il sesto posto nella lega per efficienza offensiva (113.7 punti), quanto due degli ultimi tre per il dato inerente alla difesa. Lo sviluppo della gara è costantemente nelle mani di un ottimo attacco dei New Orleans Pelicans.
I 38 assist finali su 46 tiri segnati dal campo dimostrano la meritevole dose di attenzione nei propri confronti. Ma allo stesso tempo, l’appannamento finale nei 6 minuti conclusivi sono tratti che testimoniano come la strada da compiere sia lunga. Una convivenza di elogi e moniti. D’altro canto, i Portland Trail Blazers certificano la propria tenuta mentale all’interno dei 48 minuti. All’ingresso dei citati 6 minuti che accompagnano verso la sirena finale, il punteggio è di 100-117 in favore dei New Orleans Pelicans. Con la decisione di adottare un quintetto con Carmelo Anthony da finto centro, la maggiore mobilità paga ottime ricompense.
In questo frangente, il parziale è di 25-7 in favore dei Portland Trail Blazers. Come riportato da Andrew Lopez di ESPN, i New Orleans Pelicans sono stati tenuti a 3 su 10 dal campo e hanno registrato tre palloni persi. Ed inoltre, i Portland Trail Blazers sono la prima squadra all’interno di questa stagione a recuperare 17 punti nei 6 minuti conclusivi di una gara. Anticipatamente a questa, la somma del record complessivo di ogni squadra era 0-236.
Il marchio di Damian Lillard nel parziale decisivo
Ben 18 dei 25 punti finali che hanno permesso ai Portland Trail Blazers di centrare il quinto posto nella Western Conference (23-16), sono stati segnati o assistiti da Damian Lillard. Finora ha spesso dovuto ricorrere ad uno sforzo straordinario per impattare ancor più vigorosamente la sua stellare impronta. Le prolungate assenze di Jusuf Nurkic e CJ McCollum non hanno alterato la competitività dei Portland Trail Blazers. Ed il merito è da attribuire in maniera unanime a Damian Lillard. Ed al modo di elevare il livello dei suoi compagni, specialmente nelle situazioni clutch. Pochi altri giocatori nella lega possiedono tale capacità, che spesso viene riconosciuta con il premio di MVP stagionale. Una conversazione in cui Damian Lillard è raramente stato ospite. Probabilmente, mai come in questa stagione merita l’attribuzione di questo riconoscimento. Ciò riflette anche la preziosità e la rarità del talento che ogni anno governa questa lega.
La sua prestazione ha ancora una volta un connotato di classe e storicità. I 50 punti finali con solamente 20 conclusioni dal campo tentate, di cui 13 realizzate (65%), sono il secondo dato più efficace e prolifico dal 1983. Imperdonabile non sottolineare i 10 assist, una categoria dove sinora Damian Lillard sta pareggiando il massimo nella sua carriera con 8.0 di media. La combinazione di queste due voci gli permette di entrare in una ristrettissima elite di giocatori che hanno registrato almeno 16.000 punti e 4.000 assist nelle prime nove stagioni. Assieme a LeBron James, Larry Bird ed Oscar Robertson. Ed infine, raggiunge Russell Westbrook al secondo posto per maggior numero di gare da 50 punti e 10 assist con tre. Dietro solo a James Harden (8).
In the clutch: la spiegazione dell’approccio
La giocata decisiva passa dalle sue mani. Dopo un banale errore dei New Orleans Pelicans dalla rimessa in una situazione di vantaggio sul 123-124. Nei 5 secondi finali, Damian Lillard cerca una conclusione dalla lunga distanza e ottiene la chiamata per un fallo di Eric Bledsoe. I due tiri liberi sanciscono la vittoria per i Portland Trail Blazers e l’ennesima certificazione del binomio Dame Time.
Nel corso dell’intervista immediatamente successiva alla gara ai microfoni di NBA on TNT, Damian Lillard ha spiegato quale sia il suo approccio in quella che viene attribuita come la sua comfort zone. Da tempo riconosce che deve saper “compiere un passo in avanti, anziché indietro. Perché molte persone tendono a chiudersi in queste situazioni, a far prevalere il nervosismo nel pensare a cosa possa andare storto. Io divento semplicemente più aggressivo. E se le cose vanno male, mi assumo ogni responsabilità. Se invece vanno bene, abbiamo fatto il nostro lavoro, ma il giorno dopo torniamo in palestra e lavoriamo per migliorare ancora.”
La gratitudine nel possedere un’arma ad elevato tasso di letalità, non nasconde le lacune difensive mostrate dai Portland Trail Blazers nel resto della gara. Una serie di aggiustamenti potrebbero realmente innalzare le possibilità di restare sulla scena per più tempo possibile in questa stagione. Perciò, seppur Damian Lillard sia il migliore giocatore nella lega per efficacia nei momenti caldi della gara, è necessario che i Portland Trail Blazers riducano il numero di volte in cui finire in queste situazioni. E governare in maniera migliore la gara nei quarti precedenti, facendo maggior affidamento sulla difesa. Ed è ciò che proprio Damian Lillard vuole trasmettere. “Dal momento in cui porteremo in campo un elevato livello nella prestazione difensiva, allora otterremo il rispetto di chiunque. Perché nei playoffs ci aspetterà un grande sforzo.”
Il discorso motivazionale regalato dal cuore di Damian Lillard
Sempre durante l’intervista con ogni ospite dagli studi di NBA on TNT, Damian Lillard viene interrogato a penetrare nella parte più profonda della sua essenza. La domanda finale è un tappeto rosso alla sua celebrazione come uomo. Non è casuale che provenga da Dwayne Wade. La questione sollevata riguarda il cammino intrapreso per ottenere tale livello di fama e grandezza, così che ogni giovane in ascolto possa sentirsi ispirato. La tranquillità con cui Damian Lillard occuperà i successivi due minuti rende il suo discorso ancora più autentico, come se fosse preparato da tempo. La sensazione che prevale è che qualora avesse monopolizzato la scena per un lasso di tempo ancor più ampio, nessuno avrebbe mai interrotto il suono delle sue parole. “Nessuna delle cose che tu hai nominato (fama, sponsorizzazioni, pubblicità, ndr) sarebbero possibili senza il lavoro.”
Damian Lillard ha raccontato come per brillare oggi, abbia dovuto lavorare al buio in una maniera difficilmente descrivibile. Ma comprensibile per tanti suoi colleghi. “Mi sono dovuto costruire la mia strada, e guadagnarmi ogni cosa nel tragitto. E non sapevo mai se tutto ciò mi avesse ripagato, se fossi riuscito ad ottenere dei risultati. Quindi so cosa vuol dire essere uno sconosciuto, non avere i riflettori puntati addosso. Voler essere notato, voler ottenere una borsa di studio nelle migliori scuole e ogni cosa di questo genere. Perché in quel momento mi trovavo dietro le quinte a lavorare. Allora non posso dimenticare ogni passo che ho compiuto che mi hanno portato sin qui.”
Ed oggi non dimentica“ogni cosa che ha reso possibile ognuno di questi raggiungimenti. E sono il lavoro, la disciplina, l’umiltà, la compassione. Tutte cose che formano la persona che sono e porto con me ogni giorno. Perché so che sono parte del perché sono riuscito ad ottenere ognuna di queste ricompense. Non posso fare altro che rimanere fedele a tutto questo.” La creazione di una personale e profonda mentalità che determini la ricerca di risultati in ogni momento della vita di questi atleti, prettamente sportivi o meno, è la più applicata dimostrazione della fedeltà ai valori di etica, lavoro e dedizione. Sicuramente non è sua intenzione, ma Damian Lillard pare abbia presentato al mondo la Dame Mentality.

