Devin Booker cerca aiuto per risollevare i suoi Phoenix Suns: “Super-team? Si, Grazie!”
22 anni, figlio d’arte (il padre Melvin ha condotto migliaia di pick and roll in maglia Virtus Pesaro e Olimpia Milano), titolare di un’estensione contrattuale da 5 anni e 158 milioni di dollari complessivi appena vergata in calce, ed un compito difficile da svolgere: far ricordare al mondo che si, i Phoenix Suns esistono ancora.
Il percorso di Devin è stato sinora costellato di punti, complimenti e.. tante sconfitte. La stagione NBA 2018\19 dei Phoenix Suns è iniziata alla stesso modo in cui era finita la precedente. Perdendo.
4-15 per iniziare. Momenti di pallacanestro “imbarazzante”, per rimanere sulle parole dello stesso Booker, ed una incredibile ed isolata vittoria sul quasi inviolabile parquet del Fiserv Forum di Milwaukee, la casa di Giannis Antetokounmpo.
Una squadra, i Suns, ritrovatasi incredibilmente senza point guard titolare, dopo aver rinunciato subito ad Elfrid Payton ed aver riempito la falla col veterano Isaiah Canaan e con l’acerbissimo Elie Okobo. E che si è vista costretta a chiedere gli straordinari in regia proprio a Devin, senza però avere il coraggio di gettare la maschera e schierarlo ufficialmente da “Steph Curry del deserto (dell’Arizona)”.
Point Book? On this roster, might be time to stick with Point Book. pic.twitter.com/YiXE613a6G
— Zach Lowe (@ZachLowe_NBA) November 24, 2018
Il risultato? 7.1 assist a partita per Booker sinora. Che tradotto nel gergo sacerdotale delle Advanced Stats di oggidì valgono per un net offensive rating di squadra di 7.6 (valido per il terzo valore All-NBA), quando l’ex Kentucky Wildcats viene impiegato da point-guard.
Devin Booker: “Ora è arrivato il momento di vincere”
Numeri che – al netto dei punti a partita (24.9) e del talento – fanno di Devin Booker uno dei grandi uomini-franchigia della lega.
La firma di un contratto così pesante cambia il modo in cui si guarda ad un giocatore NBA. Un singolo giocatore può sembrare fenomenale a 10 dollari, poi firmare un contratto da 1000, fare le stesse cose di prima e finire nella lista dei “così-così”, se va bene.
“In questi primi anni, si è trattato di capire: quale sarà il mio ruolo? Com’è davvero la NBA? Ancora, sono davvero uno starter? I primi anni sono andati bene, per me. Sono diventato un giocatore solido. Ora, è arrivato per me il momento di vincere”
– Devin Booker –
Così Devin Boker a Vincent Goodwill di Yahoo Sports. I Phoenix Suns di oggi sono – alla meglio – una squadra con un leader designato (Booker), una potenziale seconda star nel già solido DeAndre Ayton, ed un coach giovane ed emergente come Igor Kokoskov (allievo di Larry Brown e, recentemente, di Quin Snyder degli Utah Jazz).
Ed il resto?
Giocatori mai sbocciati (Dragan Bender, per il quale i Suns spesero la quarta scelta assoluta al draft 2016) o sinora ancora “in attesa di giudizio” (Josh Jackson), e spazio salariale da vendere.
La strada per la gloria di Devin Booker pare ancora lunga.
I Suns hanno storicamente avuto parecchie difficoltà nell’attrarre grandi free agent (con tanti saluti alla storia del clima. In Arizona il sole splende 300 giorni l’anno, quando l’anno non è un granché. Vero, Toronto?), ma Booker ha fiducia nelle sue possibilità di poter invertire la tendenza:
“Una trade in un super-team? Al contrario, voglio che il super-team venga da me! Chi si affaccia alla free agency vedrà in me ed in DeAndre (Ayton, ndr) ciò che abbiamo da proporre, e le potenzialità che abbiamo, ne sono convinto (…) è mio compito accelerare il processo, e far si che i Phoenix Suns possano migliorare e salire di livello, avendo me come punto d’appoggio”
– Devin Booker –
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