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NBA, preoccupano gli effetti a lungo termine del coronavirus sulla salute dei giocatori

di Michele Gibin

Gli effetti a lungo termine dell’infezione da coronavirus preoccupano i responsabili sanitari della NBA, mentre le squadre hanno ripreso ad allenarsi nella bolla di Orlando.

Nei mesi di pandemia, abbiamo appreso che un’infezione da Sars-CoV2 rischia di lasciare segni a lungo termine sull’organismo del paziente, ai polmoni e all’apparato cardiocircolatorio. Per questo, la NBA ha deciso di sottoporre i giocatori che risultano positivi ed in seguito si “negativizzano” al virus anche ad esami clinici per scongiurare problemi di salute gravi.

I timori principali: e se un giocatore dovesse accusare problemi cardiaci anche dopo la quarantena e dopo essere guarito? Se dovesse mostrare segnali di affaticamento? Tutte incognite, come ammesso da alcuni executive NBA.

Il protocollo della NBA dentro la bolla o campus di Orlando è preciso: ogni giocatore o membro dello staff che dovesse risultare positivo dovrà stare almeno 14 giorni in quarantena, sia in presenza di sintomi da covid-19 che per gli asintomatici. Al termine del periodo di isolamento previsti esami clinici e cardiologici, il “COVID-19 Pre-Participation Cardiac Screening“.

NBA, in caso di positività al coronavirus per i giocatori “minimo due settimane stop”

Il risultato all’atto pratico è che una squadra potrebbe dover trovarsi a fare a meno di un giocatore per oltre due settimane, come chiarito dal Dr John DiFiori, director of sports medicine della NBA. “E chiunque resti fermo per due settimane avrà bisogno di tempo per riprendersi fisicamente, questa è una cosa che tutti, dagli allenatori ai dirigenti, devono avere ben chiara“.

Sono le possibili complicazioni cardiache a preoccupare, nel caso di atleti abituati a regimi di allenamento intenso e grandi sforzi. “Anche in presenza di pochi sintomi, e leggeri, una persona normale può riprendersi in una settimana“, spiega il Dr Matthew Martinez, consulente medico per la NBA “Ma se si è un atleta professionista il discorso cambia, quello che ci preoccupa è il possibile insorgere di rischi dovuti all’intensa attività ed a eventuali danni causati dal virus“.

Studi medici hanno evidenziato un insorgere di problemi cardiaci fino al 22% in pazienti che hanno sviluppato forme gravi di infezione, cifra che cala all’1% in caso di infezione leggera. La NBA sarà sempre pronta comunque ad aggiornare i suoi protocolli in caso di altri elementi.

L’effetto infiammatorio sul miocardio, che l’infezione da Sars-CoV2 provoca, è il responsabile per l’insorgere dei possibili problemi: “In due modi: col virus che provoca indirettamente l’evento infiammatorio sulle membrane del miocardio, e poi ci sono gli effetti diretti del virus sulle funzioni cardiocircolatorie“. Un effetto noto in tanti altri casi di infezione virale, come spiegato da DiFiori, ma che nel caso di atleti professionisti desta preoccupazione particolare.

Comunque, non abbiamo evidenza che un atleta sia a rischio di sviluppare complicazioni maggiori da coronavirus rispetto a chiunque altro, nulla lo suggerisce al momento“.

Prosegue DiFiori: “Se però un atleta dovesse sentirsi poco bene, non deve rischiare o sottovalutare. Ascoltate i medici delle squadre, questa non è una situazione in cui sia il caso di minimizzare i sintomi o gli effetti e continuare come se nulla fosse“.

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