Quante volte nelle ultime settimane abbiamo sentito accostare a un giocatore la canonica frase “has entered into the league’s Covid protocols”. La situazione legata al virus come sappiamo negli Stati Uniti non sembra essere per nulla incoraggiante, con il paese alle prese con il continuo svilupparsi della quarta ondata di contagi. Anche l’organizzazione apparentemente perfetta messa in atto da Adam Silver e soci per far tornare la lega a una quanto più regolare normalità sembra fare acqua da tutte le parti. Sembra infatti che l’interesse economico e la volontà di voler a tutti i costi terminare la stagione prevalgano sulle salute di tutti.
DeMar DeRozan is out of the health and safety protocols, per Bulls PR
— Jamal Collier (@JamalCollier) December 17, 2021
Con il rientro di DeMar DeRozan e di altri 3-4 giocatori tra cui anche Nikola Vucevic, la situazione in casa Chicago Bulls pare essersi un minimo stabilizzata, dopo il preoccupante focolaio di casi sviluppatosi in squadra, e che ha costretto la NBA a cancellare diverse gare della franchigia e della sua affiliata in G-League, i Windy City Bulls. Billy Donovan (head-coach dei Bulls) inoltre aveva sollevato alcune polemiche in una recente intervista, sostenendo che molte altre squadre facciano giocare dei positivi asintomatici, ovviando i controlli.
Cosa che non deve aver fatto piacere a persone come Karl Anthony Towns, che grazie al virus ha perso le madre ed altri 6 familiari. Andre Iguodala, vicepresidente dell’Associazione Giocatori, ha dichiarato che purtroppo bisogna attenersi alle decisioni prese, e che ci sarà sempre una squadra che ne trarrà vantaggio ed un’altra svantaggio. Resta da capire come i Bulls, in un calendario già così denso di partite, possano recuperare i match non disputati. Ma anche a Brooklyn e a Los Angeles, sponda Lakers, la situazione non è affatto semplice. Infatti i primi hanno disputato alcune partite con il minimo imposto dalla lega di 8 giocatori, firmando anche negli ultimi giorni diversi giocatori con un contratto di 10 giorni, per evitare di fare la fine dei Bulls.
In Canada invece, per arginare il problema, si è deciso di ridurre la capienza delle arene al 50% e garantire l’ingresso solamente se si è in possesso di vaccino o di un tampone negativo. Esempio che potrebbe essere presto preso in considerazione anche da altre franchigie. Diversi analisti NBA, tra cui Jeff Van Gundy, consiglierebbero alla lega di fermarsi, perché non in grado attualmente di sostenere la difficile situazione contagi. Ma Adam Silver tira dritto: 82 partite sono e si faranno. La situazione per il capo della lega non è tragica come ai tempi di marzo 2020, e la maggior parte dei giocatori positivi starebbero comunque bene, non avendo contratto i sintomi tipici della malattia. Inoltre la NBA da sempre monitora la situazione anche grazie all’aiuto di esperti ed è sempre pronta a modificare le linee guida sul Covid, se fosse necessario. Ma il record negativo di oltre 30 giocatori attualmente out dai campi per essere entrati nei protocolli resta davvero indegno, anche per la credibilità della lega, con alcune squadre costrette a chiamare diversi giocatori dalle loro affiliate in G-League. Le partite che poi vengono fuori sono a dir poco imbarazzanti (Orlando-Miami e Sacramento-Memphis, disputate stanotte, ne sono un chiaro esempio) e rovinano non poco una lega che fa della spettacolarità e della perfetta organizzazione i suoi punti cardine.
NBA Players Entering Protocols Since Opening Night
— Kirk Goldsberry (@kirkgoldsberry) December 17, 2021
(10-Day Moving Average) pic.twitter.com/hA4YawqQVt
Come notiamo, il numero di ten-day contract firmati negli ultimi 5 giorni sono aumentati in maniera davvero considerevole. La lega, letti gli ultimi rumors, avrebbe raggiunto un accordo con l’Associazione Giocatori, secondo il quale una squadra sarebbe autorizzata, dopo un primo caso Covid, ad aggiungere un contratto di 10 giorni e un secondo dopo 4 casi. Tutto ciò per far si che le franchigie possano comunque mantenere, all’inizio delle partite, il numero minimo di 8 giocatori e di consentire quindi alla NBA di non rinviare ulteriori match. Questi nuovi contratti non andrebbero poi ad intaccare il tetto salariale dei team. Inoltre, per evitare sviluppi poco felici per tutti, le due associazioni hanno trovato un accordo secondo il quale durante il periodo delle vacanze natalizie verranno effettuati ripetuti test ed attuate misure più stringenti anche sull’uso delle mascherine. Prima di ogni partita, ad eccezione di chi è guarito dalla malattia o ha da poco effettuato il vaccino, tutto lo staff di ogni team verrà testato, anche per aumentare la tracciabilità.
Vedremo se le misure adottate avranno effetto e capiremo come la situazione si evolverà solamente nelle prossime settimane, ma l’impressione è che a questi provvedimenti si sarebbe dovuto pensare molto prima, anche per evitare inutili polemiche e non far precipitare la propria credibilità. Forse è la prima volta che Adam Silver e tutta l’organizzazione traballano, ma il virus è una rogna per tutti e non fa sconti neanche alla NBA. Ma la cosa fondamentale sarebbe, a mio avviso, quella di obbligare tutti i giocatori e gli staff delle franchigie a vaccinarsi, mettendo in atto l’unica vera arma che in questo momento abbiamo per provare ad uscire da questa sconfortante situazione che va avanti ormai da quasi 2 anni. Ma la recente scelta dei Brooklyn Nets di riammettere in squadra Kyrie Irving, da sempre no-vax convinto, è l’ennesima dimostrazione di come i giocatori, anche quando hanno palesemente torto, abbiano invece sempre la meglio. L’immobilità della lega in tal senso dovrebbe perlomeno far riflettere qualcuno.

