Un quinto dei giocatori NBA è oggi fermo per via del Covid, è questo il dato di dicembre che rende l’idea di quanto la lega stia facendo i conti con la nuova ondata di coronavirus che con la stagione fredda e l’insorgere della variante Omicron del virus ha investito nord America e Europa.
Le ultime squadre a rischiare un focolaio interno di Covid, in ordine cronologico, sono Portland Trail Blazers e Golden State Warriors. Per i Blazers sono 7 i giocatori inseriti nell’health and safety protocol della NBA, 5 per gli Warriors tra cui Draymond Green, Jordan Poole e Andrew Wiggins.
Anche squadre come i Phoenix Suns, che finora erano rimaste al riparo da contagi, registrano gli stop per Jae Crowder e Elfrid Payton in attesa degli esiti dei test condotti sul resto del roster. Gli Charlotte Hornets e i Chicago Bulls, che a fine novembre erano state le prime squadre a vedere tanti giocatori costretti a fermarsi, registrano gli stop per PJ Washington, Miles Bridges e Cody Martin (Hornets), e per Lonzo Ball, Alfonzo McKinnie e Tony Bradley (Bulls).
Tra i nomi importanti, gli ultimi a finire nel protocollo NBA anti Covid sono stati Lonzo Ball, Kyle Lowry dei Miami Heat, Draymond Green di Golden State e Dillon Brooks (assieme a De’Anthony Melton) dei Memphis Grizzlies. Gli Atlanta Hawks hanno ben 10 giocatori fermi tra cui John Collins, Kevin Huerter, Danilo Gallinari e la star Trae Young.
Sono state 9 finora le partite rinviate dalla NBA, tra cui 3 per i Brooklyn Nets e 2 per i Chicago Bulls, e che verranno recuperate presumibilmente in primavera, almeno dopo la pausa per l’All-Star Game di Cleveland (20 febbraio 2022). Le situazioni a roster di Hawks e Dallas Mavericks (tra i cui assenti figurano anche Luka Doncic e Tim Hardaway Jr) non permettono al momento di escludere altri rinvii di partite nelle prossime ore, sebbene ormai da due settimane la NBA sia intervenuta permettendo alle squadre di sostituire i giocatori risultati positivi al virus, firmando dei free agent con contratti rinnovabili di 10 giorni tramite il sistema della hardship exception.
Il 26 dicembre ha inoltre segnato la data d’inizio per il nuovo regime di test che la NBA, d’accordo con il sindacato dei giocatori NBPA, condurrà quotidianamente, il giorno della partita per ogni squadra che dovrà scendere in campo. Regime che andrà avanti almeno fino al 19 gennaio, l’obiettivo è quello di intervenire rapidamente per spezzare le catene di trasmissione del contagio tra giocatori e staff delle squadre. Saranno esentati dai test coloro i quali siano recentemente guariti dal virus o abbiano già ricevuto la terza dose di vaccino anti Covid.
Nuovo regime di test che, si attende, andrà a scovare ancora più casi positivi tra i giocatori soprattutto nei primi giorni. La scorsa settimana, prima di Natale, il commissioner NBA Adam Silver ha dichiarato che il 65% dei giocatori aveva già ricevuto la dose booster di vaccino, e che nella stra-grande maggioranza dei casi i contagi erano da attribuire alla variante Omicron del virus. Secondo gli esperti che affiancano la NBA per l’emergenza, sostiene Silver, la maggior parte dei giocatori ha presentato sintomi lievi o nessun sintomo dal contagio, un dato che se confermato potrebbe portare NBA e NBPA ad accorciare i tempi della quarantena prevista per gli atleti risultati positivi. Quarantena che per il momento resta di 10 giorni o finché l’atleta non risulti negativo a due test consecutivi nell’arco di 24 ore.
Silver ha escluso con forza la prospettiva di uno stop alla stagione regolare, il sistema delle eccezioni salariali “d’emergenza” permetterà fino a quando necessario il regolare svolgimento delle partite. La NBA non può permettersi di ritardare ancora la sua stagione e sforare di nuovo (sarebbe la terza volta di fila) la sua finestra di calendario ottobre-giugno. L’obiettivo di Silver è quello di finire la stagione regolare di 82 partite, come da calendario.
I soli 9 rinvii (al momento) sono da considerarsi un parziale successo, vista la situazione di alcune squadre. La NBA non si è fermata, il rovescio della medaglia è stato però una pausa di fatto per diverse squadre, che si sono presentate in campo zeppe di seconde e terze linee, di roster giocoforza raccogliticci. Come accaduto ad esempio domenica notte ai Toronto Raptors, tornati in campo dopo una settimana di stop e con soli 8 giocatori disponibili contro i Cavs a Cleveland: Chris Boucher, DJ Wilson, Yuta Watanabe, Dalano Banton, Svi Mykhailiuk, Juwan Morgan, Daniel Oturu, Tremont Waters e Justine Champagnie. Un roster da G-League.
Non è andata meglio ai Detroit Pistons, che contro i San Antonio Spurs erano privi di Cade Cunnigham, Isaiah Stewart, Saben Lee, Killian Hayes, Rodney McGruder, Isaiah Livers oltre agli infortunati Kelly Olynyk e Jerami Grant. O agli Orlando Magic, privi di 10 giocatori contro i Miami Heat.
Situazioni che di fatto si risolvono in “turni saltati”, in partite inevitabilmente perse in partenza per tante squadre, e che per tante squadre potrebbero finire per pesare in classifica, quando si deciderà chi farà i playoffs, e con che testa di serie. La magra consolazione è che il Covid è orizzontale, nessuna squadra è immune e che quindi l’effetto di protocolli e assenze finirà per livellare le discrepanze.
Per ora, Adam Silver e la NBA hanno ottenuto quello che si erano prefissati all’insorgere del problema: nessuna pausa alla stagione, si giochi.
L’effetto? E’ che in pausa ci è andato il basket giocato in campo.

