Ray Allen si è raccontato a “My Vet”, trasmissione di Yahoo Sports in cui giocatori o ex-giocatori del mondo NBA ripercorrono parte delle loro carriere. “Candy man” è passato alla storia del basket per il suo tiro e in generale per la sua tecnica, una delle più sopraffine di sempre. Non a caso viene considerato insieme a Steph Curry il migliore tiratore da tre punti della storia. Il prodotto di UConn ha giocato 18 stagioni nella NBA, dopo essere stato scelto alla quinta scelta al Draft del 1996 dai Milwaukee Bucks.
The latest in our My Vet series @YahooSportsNBA: Ray Allen on Milwaukee lessons, Michael Jordan welcoming him to the NBA and the key to NBA longevity. https://t.co/Z4XDlmeC33 pic.twitter.com/eerLg5VggE
— Ben Rohrbach (@brohrbach) August 27, 2019
Allen ha giocato in Winsconsin fino al 2003, per poi accasarsi presso i Seattle SuperSonics. Nel 2007 è poi giunto alla corte di Doc Rivers ai Boston Celtics dove insieme a Paul Pierce e Kevin Garnett ha formato i celebri “big three”, un trio che rimarrà negli annali come uno dei più forti di sempre; quello che ha raggiunto due finali NBA e che ha vinto il titolo del 2008. Terminata l’avventura nei Celtics, Allen ha passato le ultime due stagioni ai Miami Heat di LeBron James, con cui ha vinto un altro titolo.
Ray Allen racconta le sue prime esperienze da rookie a Milwaukee
Ray viene anche ricordato per la sua maniacale, per non dire ossessiva, organizzazione del lavoro e della routine quotidiana. Durante la trasmissione si è parlato spesso dell’importanza dei singoli giocatori di avere un veterano come guida. Anche Kevin Garnett ha ribadito l’esigenza di questo passaggio di testimone: il maestro del lungo ex Celtics era stato Sam Mitchell, mentre Garnett lo era a sua volta stato di Rajon Rondo. Ma quale fu il mentore di Ray Allen?
“Ho avuto Johnny Newman. Giocavamo nella stessa posizione, così spesso lo osservavo e lui mi diceva sempre quello che avrei dovuto fare. Mi ha sempre spinto nella direzione giusta. Indirettamente, si è preso cura di se stesso sempre nella maniera giusta. Mi ha dato qualcosa a cui ispirarmi”
Allen ha poi parlato delle tante lezioni dentro e fuori dal campo apprese dai suoi mentori: “Questi ragazzi erano molto semplici. Non c’erano molti soldi. Forse la paga più alta era di 1.6 o 1.7 milioni di dollari, così li vedevi curare i loro interessi. Non guidavano macchine incredibili. Ognuno affittava la macchina o la comprava tramite un accordo. Ci davano l’esempio”.
Ha continuato parlando dei suoi primi ricordi da rookie a Milwaukee: “Non dovevo fare niente in particolare. Durante il training camp, eravamo soliti cantare e dire una preghiera prima di ogni pranzo o cena che facevamo”. Allel prosegue poi raccontando quelli che sono stati i suoi episodi simbolici. Nel raccontare il modo in cui è stato accolto nella NBA narra in modo lapidario un aneddoto tra lui e suo maestà, Michael Jordan:
“Era la seconda gara di pre-season della mia carriera. 15 Ottobre 1996. United Center. Micheal Jordan. Mi disse ‘Benvenuto in NBA’ durante una palla a due”
Il metodo giusto per guidare i giovani secondo Allen
Poi ha spiegato quelle che secondo lui è il processo giusto per inserire un rookie in un roster NBA: “Sto cercando di cambiare la narrativa del dire soltanto ‘duro lavoro’ per indicare una strada ai ragazzi; perché quando dici a dei ragazzi di lavorare duro è un fiasco. Così, sto provando a portarli a vedere e ad insegnargli una preparazione e poi spezzarla in diversi frammenti (esercizi, ndr): arrivare in tempo, fare una parabola più alta col tiro rispetto a come faresti in partita. E’ un lavoro duro, ma se puoi spezzarlo in diversi elementi e farlo apprendere pezzo per pezzo, allora dicono ‘Ok, posso facerla’”.
Con quali ragazzi in particolare Ray ha stretto un legame dopo che è diventato un veterano? “Michael Reed a Milwaukee e Damien Wilkins quando ero a Seattle. Questi ragazzi erano stati scelti al secondo round e volevano migliorare. Volevano rimanere nel giro per un po’ e mi hanno fatto tutte le domande possibili per imparare e crescere”.
Ray Allen è ancora un grande punto di riferimento per tutti i nuovi rookie o giocatori di basket che vogliono giocare nel ruolo di shooting guard e che vogliono migliorare la tecnica di tiro. Chissà se vedremo in futuro “He Got Game” su qualche panchina NBA.

