Ryan Resch, vice president of strategy and evaluation dei Phoenix Suns, ha reso pubblico in una lunga intervista concessa a Kevin Arnowitz di ESPN di essere gay, diventando il primo membro di un front office NBA a fare un coming out pubblico.
Resch, 29 anni e che lavora per i Suns dal 2017, ha raccontato di come la decisione di rendere pubblico in squadra e nel front office il suo orientamento, sia maturata durante il la prima ondata di pandemia del marzo 2020, quando l’intera lega si era fermata a causa del virus. Il suo obiettivo? Dopo un percorso personale di accettazione del proprio modo di essere, “è quello di contribuire a rendere accettata per tutti, sia dentro che fuor dalla lega, l’esistenza di persone omosessuali nel basket professionistico“.
Resch ha raccontato della sua decisione di comunicare la novità a James Jones, gm dei Suns e suo diretto responsabile, e ai colleghi. “Ed è stata la conversazione più banale, paradossalmente, che ci potesse essere. Jones e tutti lo hanno accettato e hanno mostrato la loro gentilezza sin da subito. Mi hanno dato la sicurezza che sul fronte lavorativo non ci sarebbero stati problemi, e così anche al lavoro ho finalmente iniziato a vivere per chi sono realmente“.
L’executive ha poi ripercorso il suo colloquio con il proprietario della squadra, Roberts Sarver, che da mesi è sotto indagine anche da parte della NBA per una pesante inchiesta pubblicata a novembre da ESPN sul clima tossico e di discriminazione di genere e mobbing a quanto riportato da diverse testimonianze instaurato in anni di gestione della franchigia. “Ci ho potuto parlare solo mesi dopo la mia decisione di informare James Jones e il resto dei colleghi. é successo solo un paio di settimane fa e Mr Sarver è stato fantastico, mi ha detto di essere contento per me, di come abbia accettato di essere a mio agio nel vivere la vita che volevo (…) e che per me l’unico criterio che avrebbe determinato la parabola del mio lavoro qui sarebbe stato solo il merito e la qualità“.
Alla domanda sul perché secondo lui non ci siano ancora stati atleti apertamente gay nella NBA, Resch ha risposto: “Dobbiamo considerare l’età di molti di questi ragazzi, e quanto chieda questo mondo da loro in anni che per loro sono di formazione e sviluppo. A 19-20 anni hanno contratti milionari da giustificare, standard altissimi di rendimento da soddisfare di fronte alla scena del basket mondiale (…) con tali pressioni dall’esterno, avere il tempo di concentrarsi su chi si è veramente non è facile. I giocatori potrebbero inoltre correre rischi con sponsor e contratti ricchissimi, o affrontare domande fastidiose magari durante una serie di playoffs. Diciamo che in questo settore la privacy non è molta. Cosa direi a un giocatore che venisse a ‘confessarsi’ da me? Che probabilmente il rischio che percepisce nella sua testa è maggiore di quello concreto, razionale. E che vivrebbe meglio la sua vita perché avrebbe accettato di essere come è“.

