Alle porte della stagione corrente, in pochi avrebbero potuto immaginare la redenzione della Baia, tornata a illuminare la lega dopo un biennio trascorso nei bassifondi. La squadra di coach Kerr e Stephen Curry è tornata a sfornare una qualità di pallacanestro davvero lodevole. Un fluidità che da quelle parti non si vedeva dai tempi in cui i Dubs stracciavano record e dominavano ogni avversario.
Merito di alcuni senatori finalmente tornati sui loro livelli e di un offseason che ha visto Golden State operare con la giusta parsimonia. Tra scelte al draft, acquisizioni in free agency e il reintegro di alcuni profili, lasciati maturare in precedenza in G-League, gli Warriors si ritrovano con un roster profondo e ben amalgamato. Chi entra riesce sempre a dare il suo contributo, a prescindere dal ruolo assegnato. Titolare o gregario non fa differenza. Ecco uno dei segreti della partenza sprint della franchigia californiana.
Tuttavia chi fa la voce grossa oramai da anni in quel del Chase Center è Stephen Curry, assoluto mattatore in queste prime venti uscite. Il fuori classe originario di Akron ha mostrato una condizione psicofisica stratosferica tradotta in numeri di assoluto livello: 28.3 punti , 6.8 assist, con il 44% di realizzazione oltre l’arco prima della partita contro i Suns.
Imbeccato da Chris Haynes di Yahoo Sports, Curry si è aperto a un breve spazio di conversazione, giostrata soprattutto nell’ultimo quadriennio della squadra della Baia, vissuto tra alti e inevitabili bassi.
All’indomani dell’ultimo atto delle Finals 2019, in molti prospettavano la chiusura di un cerchio.
I Raptors di Kawhi Leonard portavano a casa il primo titolo della loro storia. Dall’altra gli Warriors raccoglievano i cocci di una serie giocata tra mille problemi fisici.
Emblematica l’espressione del numero 30, dopo il grave infortunio occorso a Klay Thompson, che aveva seguito la rottura del tendine d’Achille di Kevin Durant.
In quel volto c’era la consapevolezza, non solo di aver concluso un’era, ma anche di una sfortuna arrivata proprio nel momento decisivo. Un fattore chiave per la mancata conquista del quarto titolo in cinque anni.
Nella stagione seguente, i Golden State Warriors decisamente più compassati sul piano tecnico, si apprestavano a condurre un annata dove il duo Green-Curry, avrebbe dovuto traghettare un nucleo di giovani verso la maturazione, con Thompson fermo ancora ai box.
Ciò che ne uscì fu una campagna in chiaroscuro, con la squadra californiana costretta a godersi dal divano di casa, i playoffs della bolla di Orlando.
Un colpo basso, per chi come Stephen Curry abituato a certi palcoscenici.
“Guardare la bolla è stato il punto più basso in quei due anni. C’era una parte di me che sentiva che era bello rinfrescarsi, e una parte di me sentiva davvero la mancanza di giocare su quel palcoscenico. Era la prima volta in sette anni che non ero ai playoffs. Sappiamo che ogni giocatore ha avuto le proprie esperienze nella bolla, ma mi sarebbe piaciuto essere lì a competere. Direi che quello è stato il punto più basso in termini di esperienza di basket perché mi sentivo così lontano da esso. Questo è quello che amo fare”.
E ancora il numero 30:
“Me l’ero presa un po’ perché ero abituato a esibirmi in certi periodi dell’anno. Capisci le chiacchiere o le narrazioni della lega quando è al massimo livello, ma per me, è più che altro la natura competitiva. Ti ricordi quanto è divertente. So che la bolla era diversa, ma si guardavano squadre di cui si conosceva tutto. È stato difficile perché sappiamo cosa vuol dire prepararsi per i playoffs e per la rincorsa al campionato e quanto sia divertente.”
La rinascita nella stagione corrente
18-3 il record attuale, secondi dietro ai travolgenti Suns diretti da Monty Williams. Un bilancio fin qui più che positivo, con la franchigia del Chase Center tornata finalmente al centro delle attenzione di tifosi e media.
“Dovevamo vincere per ottenere l’attenzione. Così funziona il business. Ora anche solo guardando l’arena, l’atmosfera è diversa. C’è un’energia diversa intorno a quello che facciamo. La gente probabilmente non ci crede (…) Vogliamo solo vincere e capiamo cosa ne deriva e vogliamo essere in quella situazione più di ogni altra cosa perché l’abbiamo sperimentato e sappiamo quanto sia divertente”.
Tuttavia delle riserve c’erano circa il grado di competitività di una squadra che soli pochi mesi prima coglieva la sua seconda assenza di fila ai playoffs. Prezzo da pagare durante una fase di ricostruzione.
“Ne stavo parlando con Draymond, dobbiamo capire quanto velocemente le cose possono cambiare nella lega. E c’era un piccolo dubbio che si era insinuato in noi chiedendoci se il business avrebbe preso il sopravvento, prima di avere la possibilità di tornare con gli infortuni e le decisioni che devono essere prese tutto il tempo in cui ti stai facendo il c**o per tornare fisicamente e mentalmente proprio a questo livello. Abbiamo sempre pensato che se avessimo potuto ottenere alcuni pezzi, saremmo tornati dove volevamo essere. Quindi sappiamo che abbiamo ancora una lunga strada da percorrere.”
Parole che danno il grado di cognizione cui ci ha sempre abituato Stephen Curry. Nondimeno un profilo competitivo come il suo, è sempre proiettato al massimo dei traguardi: il titolo NBA. Certo, per sognare è ancora presto, ma se prima ciò era etichettabile come un utopico miraggio, adesso esso si è trasformato in una solida possibilità.
Solo il tempo ci darà conferme o smentite sull’effettiva redenzione di questo gruppo. Per il momento i segnali lasciano intravedere grandi potenzialità. Ora la palla passa nelle mani sapienti di Steve Kerr. A lui il compito di dare continutità a un avvio spumeggiante.

