fbpx

Dopo 19 anni di onorata carriera Tim Duncan ha lasciato i San Antonio Spurs. 19 anni in cui il leader silenzioso dei neroargento ha portato la squadra sempre ai playoff, 19 anni in cui è riuscito a vincere per ben 5 volte il Larry O’Brien Trophy. In tutti questi anni Duncan è stato il volto di una franchigia, il simbolo di un sistema che per anni ha rappresentato il basket semplice ed essenziale dei San Antonio Spurs. Fin da quel 1997 in cui David Stern annunciava il suo arrivo con la prima scelta al draft Duncan ha dimostrato di avere una capacità che solo in pochi nella loro carriera hanno avuto il privilegio di avere: la leadership. Tim però, a differenza di altri interpreti dell’ultimo ventennio di questa capacità, è stato un leader diverso. Al contrario di come può esser stato per Jordan o Kobe, che manifestavano apertamente il loro carattere di fronte al mondo intero, Tim è riuscito a incarnare questo ruolo in maniera silenziosa, senza troppe parole. Duncan lo ha fatto a modo suo, semplicemente con uno sguardo o con una stretta di mano. Nella sua carriera poche sono le volte in cui si è sentito sotto le luci della ribaltà, molte di più invece quelle in cui ha agito da cosiddetto padre di una grande famiglia come quella dei San Antonio Spurs. In qualche occasione potreste aver sentito parlare di Tim come uno che il basket non lo amava particolarmente, e lo riteneva un semplice lavoro. Tutto ciò è estremamente scorretto, al contrario di quello che la sua espressione possa far trascendere. Il rapporto tra Duncan e la pallacanestro si può paragonare a un’immensa storia d’amore che ancor oggi continua seppur con meno “hype”, come direbbero gli americani. L’esempio più grande ci arriva proprio dallo stesso Duncan, che per anni con questo gesto ci ha abituato prima di ogni partita degli Speroni. Come detto, prima di ogni partita il caraibico era solito abbracciare con tutto il suo cuore quella palla a spicchi che teneva tra le braccia, che per anni ha rappresentato forse la sua più grande ragion di vita. E quando quel 12 maggio scorso Duncan è uscito sotto gli applausi scroscianti della Chesapeake Arena nella sua ultima partita nel cuore dei tifosi un pizzico di malinconia si è manifestata. Quello che per anni era stato il loro beniamino da quel momento in poi non li avrebbe più deliziati con le sue giocate, non li avrebbe più emozionati come aveva fatto per ben diciannove anni. Nonostante fossero rimasti ancora Manu Ginobili e Tony Parker, non ci è difficile pensare che un vuoto abbia potuto colpire il cuore di quei tifosi. Chi sarebbe stato il leader con l’assenza di Tim? Chi avrebbe preso il suo posto?

Nessuno e sottolineo nessuno, si sarebbe aspettato che quel ragazzino scelto al draft (no, questa volta non è Tim il protagonista) del 2011 sarebbe potuto diventare il nuovo simbolo della squadra, seguendo le orme del “padre” cestistico Tim Duncan. Eppure a rivederlo oggi Kawhi Leonard, il ragazzo con le treccine scelto dai Pacers e girato poi agli Spurs per volere di Pop di quel fatidico draft, non abbiamo alcun timore nel paragonare le movenze di questi a quelle del caraibico. Leonard, proprio come Duncan, non parla molto ma sa essere ugualmente un leader, proprio come Duncan. É un “killer” silenzioso, a cui non serve dire niente perchè già sa qual è il suo compito. Nessuno si sarebbe aspettato che l’MVP delle Finals del 2014 progredisse così velocemente, sia tecnicamente che caratterialmente. Oggi Kawhi porta sulle spalle un’intera franchigia, e non importa se i media non lo considerino un candidato MVP a tutti gli effetti, perchè a lui come a Tim non interessa particolarmente. Se avreste detto quel 23 giugno 2011 a RC Buford che quel ragazzino con le trecce sarebbe diventato quello che è oggi vi avrebbe riso dietro, sonoramente. Nell’ultimo periodo abbiamo sempre pensato a Leonard come uno specialista difensivo, come un grandissimo reclutatore di palloni; dimenticandoci della crescità che Kawhi ha avuto in attacco.

Quest’anno, in una stagione in cui si tende ad esaltare la prestazione individuale del singolo, Leonard non ha voluto essere da meno. Pur in un sistema come quello degli Spurs in cui si guarda prima alla squadra che il singolo, Leonard ha voluto far sapere che, in fondo, c’era anche lui. Nella notte gli Spurs hanno affrontato i Cleveland Cavs, in Ohio nella casa del Re e Leonard ancora una volta ha deciso che era il momento di far parlare di sè, sempre nel suo stile. Non erano bastate le cinque partite di fila con almeno 30 punti dei giorni scorsi, “Kawow” ha voluto aggiungerne un altra. Contro LeBron e compagni ha fatto registrare 41 punti da stacanovista puro, di cui 18 tra il quarto periodo e l’overtime. Se gli Spurs sono riusciti a rimontare e a vincere poi parte del merito è sicuramente da attribuire a quel numero 2 di San Diego State che come il suo padre cestistico ha fatto per anni è riuscito a trascinare la squadra verso la vittoria. Una sorta di passaggio del testimone in casa Spurs, e Leonard è sicuramente la persona più adatta.

Da Tim Duncan a Kawhi Leonard, dal passato al presente (e futuro) dei San Antonio Spurs

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento

Questo sito web usa i cookies per migliorare la tua esperienza: speriamo sia ok per te, se non lo fosse puoi farne a meno. Accetta Leggi