Anthony Davis

New Orleans col passare del tempo sta sempre più assomigliando ad un deserto. Un deserto vasto, arido, dove le speranze si perdono, dove trovare la strada maestra è pressochè difficile, se non impossibile. Un deserto dove è raro trovare le oasi di ristoro, dove un giovane baluardo predica tutto il suo talento senza essere seguito, senza che i suoi sforzi vengano ripagati. Anthony Davis si è caricato sulle spalle la banda Pelicans per guidarla in quella che si preannuncia un’altra stagione regolare difficile, tortuosa. Non che ci fossero alternative migliori. ‘The Unibrow’, nell’estate 2015, ha messo ha messo la firma su un rinnovo quinquennale da 145 milioni di dollari complessivi dopo una trattativa col front office (tanto sarebbe divenuto restricted free agent e la franchigia avrebbe pareggiato qualsiasi offerta).

Trattativa in cui si sarà parlato dell’ambizioso progetto per potenziare piano piano il roster e renderli una mina vagante della Western Conference. Macchè. L’arrivo di coach Alvin Gentry non ha fatto fare il salto di qualità a livello tecnico ad un gruppo falcidiato inoltre da troppi infortuni: il risultato del travaglio è stato un record di 30 vittorie e 52 sconfitte, con i playoff visti dal divano di casa. L’andazzo, per ora, non sembra affatto cambiato. Ancora guai fisici per i giocatori, altri problemi, altre sconfitte. E un Davis in grande spolvero, nonostante tutto. Già, il ragazzone di Chicago, da buon leader, non può rimanere a guardare la sua squadra prenderle di santa ragione da chi si presenta davanti: fa tutto quello che è in suo potere, forse anche di più. Ma non basta. Perchè le sue performance mostruose non riescono incredibilmente a portare i frutti sperati.

50 punti, 16 rimbalzi, 5 assist, 7 rubate e 4 stoppate nella sconfitta all’esordio contro i Denver Nuggets, 35 punti e 15 rimbalzi nel KO contro i Milwaukee Bucks, fino ad arrivare ai 34+14 (ed annesse 4 stoppate) nel capitombolo contro i Sacramento Kings. Che brutto vederlo dannarsi l’anima e vederlo rientrare negli spogliatoi col muso lungo. Uno spreco autentico. Sta di fatto che non ci si può più stupire di quello che il classe 1993 riesce a combinare.

Un ottimo controllo del corpo e tecnica affinata, unita ad un vasto ventaglio di soluzioni offensive, lo rendono a tratti inarrestabileElegante, tutt’altro che macchinoso, come un fiume in piena: quando ha il pallone in mano, brucia il marcatore a grandi falcate e va ad aggredire il ferro concludendo con una schiacciata o dei layup da manuale. Devastante e molto intelligente cestisticamente, non a caso si rende protagonista di tagli o movimenti con cui riesce a smarcarsi e a finalizzare senza problemi. Perfino in transizione, con agilità (urge ricordare che è alto 208 cm e pesa 114 kg). Un netto passo in avanti è stato fatto nello sviluppo del midrange shot: il suo percorso di miglioramento era iniziato nella RS 2015/2016, nella quale ha messo a segno 121 tentativi dalla media con una percentuale del 43.4%.

La shot chart di Anthony Davis relativi al tiro della media, stagione 2015/2016. (Fonte: Basketball Reference)

La shot chart di Anthony Davis relativi al tiro della media, stagione 2015/2016. (Fonte: Basketball Reference)

Riesce a tirare dal palleggio con scioltezza, addirittura pure in uscita dai blocchi, come se fosse una leggiadra guardia. Una valida costante è rappresentata dal gioco in pick and pop, fonte cospicua di punti. L’intesa coi compagni, in tal senso, si è ormai consolidata, è diventata naturale. Naturale come il modo in cui l’ala grande riesce ad insaccare, mettendosi pure a giochicchiare con qualche beffarda finta. Attenzione, perchè col tempo potrebbero esserci significativi incrementi del rendimento dall’arco dei tre punti

Davis conclude a canestro dopo il pick and pop eseguito perfettamente con Tim Frazier.

Davis conclude a canestro dopo il pick and pop eseguito perfettamente con Tim Frazier.

Un cyborg che batte continuamente colpo, che legge bene i vari scenari e riesce ad uscirne quasi sempre con la scelta giusta. Discorso tranquillamente applicabile alla difesa. Eh sì, Davis nella propria metà campo si tramuta in un muro arcigno, duro da scalare: dinamico e repentino nei cambi, riesce a piegare le gambe e a far sentire il fiato sul collo all’avversario, contenendolo magnificamente con la sua apertura alare. Se qualcuno si sogna di forzare il tiro si becca una bella stoppata. Sempre lì, a giganteggiare con la sua mole nel pitturato e a custodire il canestro da bravo rim protector. Senza dimenticare che è perfettamente in grado di iscrivere il suo nome sotto la voce ‘steals’. Evitando di portarla troppo per le lunghe, il caro Anthony è un difensore completo, buono per tutte le occasioni. Con un repertorio decisamente invidiabile.

Sul pick and roll dei Nuggets, Davis esce e va dritto dritto a rubare le palla ad Emmanuel Mudiay, infilando poi un canestro in transizione.

Sul pick and roll dei Denver Nuggets, Davis esce e va dritto dritto a rubare le palla ad Emmanuel Mudiay, infilando poi un canestro in transizione.

Qualcuno inizia a chiedersi quanto questo percorso ad ostacoli durerà, per quanto ancora Anthony Davis dovrà predicare nel deserto. Il tempo darà le sue risposte, mentre il numero 23 le ha già date: anche uno dei migliori lunghi della NBA, dai numeri titanici e dalle doti sovrumane, non può camminare da solo. Ha bisogno di aiuto. Ciò dipende esclusivamente dai Pelicans, che dovranno cercare di sistemare i cocci. Magari la fortuna inizierà di nuovo a girare…

 

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