Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiRegular Season NBA 2016/2017 – Le pagelle (parte 2/2)

Regular Season NBA 2016/2017 – Le pagelle (parte 2/2)

di Stefano Belli

Sacramento Kings: voto 6

Il voto è una media non matematica fra quello molto basso per tutto ciò che è successo fino alla trade deadline e quello più alto per aver finalmente dato una svolta ad un percorso estremamente rischioso. Il rinnovo di DeMarcus Cousins sarebbe stato un evento sanguinoso per il futuro della franchigia, che ora invece può tornare a ‘respirare’ e a programmare il futuro.
I primi mesi di regular season hanno seguito il solito copione: Cousins che gioca da fenomeno e si comporta da idiota, i Kings che a volte vincono, molte altre volte perdono. Dopo la trade che ha spedito DMC a New Orleans, la squadra ha chiaramente ‘giocato a perdere’, cercando di muovere i primi passi di una necessaria ripartenza. La contropartita ricevuta dai Pelicans poteva sicuramente essere più consistente, considerando che Tyreke Evans (fine contratto) e Langston Galloway (player option) potrebbero non far più parte della squadra. D’altro canto, Buddy Hield è nettamente migliorato una volta sbarcato a Sacramento, e con le scelte ottenute (una al primo e una al secondo giro) i Kings potranno pescare due volte nelle prime 10-12 chiamate del prossimo draft (più una volta al secondo giro). Anche i netti miglioramenti di Willie Cauley-Stein e i lampi mostrati dal rookie Skal Labissiere sono tra le note positive della stagione. Per guadagnare credibilità servirà ancora molto tempo, ma quantomeno siamo all’alba di una nuova era.

 

San Antonio Spurs: voto 8

Passano gli anni, ma gli Spurs rimangono la solita certezza. Ennesima, grande regular season (61 vinte – 21 perse) e ventesima qualificazione consecutiva ai playoff. Il tutto, come di consueto, dosando a dovere le energie in vista della corsa ai playoff, in cui la banda di Gregg Popovich rimane l’unica credibile alternativa (Houston permettendo) ai Golden State Warriors ad Ovest.

Con Tim Duncan ormai in pensione, Manu Ginobili quasi certamente prossimo all’addio e Tony Parker non più al meglio, Kawhi Leonard si è preso definitivamente il ruolo di lìder maximo. Oltre alla mostruosa presenza difensiva che lo ha sempre contraddistinto, il numero 2 ha mostrato un bagaglio offensivo in continua evoluzione, avvicinandosi sempre di più al prototipo della perfetta macchina da pallacanestro. E’ soprattutto grazie alla sua stagione da MVP che gli Spurs hanno addirittura messo in discussione il primato in classifica degli Warriors. Gli altri fattori dell’ennesimo successo non erano tutti prevedibili ad ottobre. Che i veterani Ginobili, Parker, Patty Mills, David Lee e Pau Gasol potessero ancora dare un contributo importante, ce lo si poteva aspettare; che il catalano diventasse una macchina da triple, un po’ meno… Popovich è stato ancora una volta in grado di valorizzare al massimo gli elementi in uscita dalla panchina. Da Jonathon Simmons a Kyle Anderson, fino alla sorpresa Dewayne Dedmon e al promettente rookie Dejounte Murray.
La consueta marcia di avvicinamento alle partite che contano davvero ha regalato alcune perle, come le sonore lezioni di basket impartite prima agli Warriors (schiantati con trenta punti di margine nella opening night), poi ai Cavs (battuti con lo stesso scarto il 27 marzo). Certo, queste squadre bisognerà batterle più avanti, ma gli Spurs hanno fatto intendere chiaramente che saranno pronti ad approfittare di ogni loro passo falso.

 

Toronto Raptors: voto 7

Meno brillanti rispetto all’anno scorso, ma comunque solidi come sempre, nelle ultime stagioni. Il miglior DeMar DeRozan mai visto (quinto miglior realizzatore NBA con 27.3 punti di media) ha guidato i canadesi in un ottimo inizio di regular season, poi una serie di pericolosi sbandamenti hanno portato la dirigenza ad intervenire sul mercato. Ecco dunque P.J. Tucker e Serge Ibaka, arrivati prima della trade deadline. I due si sono inseriti prontamente nei meccanismi di coach Dwane Casey, risultando determinanti nel buonissimo sprint finale, che ha permesso ai Raptors di chiudere al terzo posto la Eastern Conference. Il principale problema, però, è che questa squadra non sembra in grado, né quest’anno, né nell’immediato futuro, di poter ambire a grossi traguardi. DeRozan non potrà fare meglio di così, mentre l’altro leader Kyle Lowry è apparso già in fase calante. Sull’altro piatto della bilancia c’è un nucleo giovane in continua crescita. Perso Terrence Ross nella trade per Ibaka, si sono fatti notare, pur con evidenti limiti, giocatori come Norman Powell (23 anni), Jakob Poeltl (21), Lucas Nogueira (24) e Pascal Siakam (22).Anche Jonas Valanciunas, che vecchio non è (24 anni), è riuscito a riscattare un brutto inizio di stagione con un finale in crescendo. Chiaro, le prospettive di squadre come Minnesota e Philadelphia sono di ben altro livello, ma quantomeno, una volta che la magica coppia Lowry-DeRozan avrà esaurito le cartucce, ci sarà qualcosa su cui ricostruire.

 

Utah Jazz: voto 8,5

I Jazz sono stati una delle grandi rivelazioni di questo 2016/17, concluso con il quinto posto nella Western Conference e il ritorno ai playoff, da cui mancavano dal 2012. Questo ottimo risultato arriva dopo una buona fase di ricostruzione, ma non è stata l’esplosione di qualche giovanissimo a dare la spinta decisiva. Tra gli innesti più recenti, infatti, sia Dante Exum che Trey Lyles non sono cresciuti un granché. Anche Rodney Hood, comunque positivo, ha avuto una leggera involuzione rispetto alla stagione passata. Decisamente più rilevante il contributo dei veterani George Hill, Joe Johnson e Boris Diaw, chi più, chi meno. Ma a fare davvero la differenza, oltre al lavoro dell’ottimo Quin Snyder in panchina, è stata la consacrazione di Gordon Hayward e Rudy Gobert, protagonisti di una stagione stellare. Il primo, chiamato per la prima volta all’All Star Game, è stato il punto di riferimento offensivo; il secondo, da annoverare tra i candidati sia al Defensive Player Of The Year che al Most Improved Player Of The Year Award, ha assunto il comando della fase difensiva, chiudendo peraltro la regular season come miglior stoppatore NBA. Degno di elogi anche il sorprendente Joe Ingles, divenuto col tempo un tassello fondamentale per il puzzle di Snyder. Chissà che Utah non lo possa richiamare, visto che andrà in scadenza a fine stagione…
Con i playoff che, nel migliore dei casi, finiranno al secondo turno contro Golden State, il vero turning point per il futuro dei Jazz sarà la prossima estate, con la free-agency di Hayward che rappresenta un grosso spauracchio per tifosi e dirigenza. Solo una volta sciolto questo nodo sarà possibile avere un’idea sulle prospettive di questa giovane ed emergente franchigia.

 

Washington Wizards: voto 8

Davvero una sorpresa questi Wizards, specialmente dopo il pessimo avvio di regular season. Una stagione a doppia faccia quella degli uomini di Scott Brooks, partiti con 12 sconfitte nelle prime 18 partite e finiti poi nei piani alti della Eastern Conference. Come sempre, gli artefici di una stagione tanto soddisfacente, che ha visto il ritorno ai playoff (con tanto di fattore campo) dopo l’uscita a vuoto del 2016, sono più di uno. In primis, ovviamente, John Wall. Il leader indiscusso della squadra ha giocato il miglior basket in carriera: al suo meglio per punti, assist e palle rubate, è stato anche eletto Eastern Conference Player Of The Month a dicembre. Al suo fianco, la consacrazione di Bradley Beal (All Star Game 2018?) e l’esplosione di Otto Porter sono state decisive per il salto di qualità. Anche la dirigenza ci ha messo del suo; le aggiunte di Brandon Jennings e, soprattutto, Bojan Bogdanovic hanno dato maggiore profondità ad un roster fin lì troppo dipendente dal quintetto titolare (completato alla perfezione da Markieff Morris e Marcin Gortat). Quella che si presenta con la quarta testa di serie ai playoff è una squadra estremamente solida e dinamica, che si rivelerà con ogni probabilità un cliente scomodo per chiunque. Sorprese in arrivo?

You may also like

Lascia un commento