NBA Jersey Stories – Hakeem The Dream | Nba Passion
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NBA Jersey Stories – Hakeem The Dream

Hakeem Olajuwon

NBA Jersey Stories – Hakeem The Dream

130922111204-hakeem-sitting-092113.1200x672Quando Hakeem Olajuwon approcciò per la prima volta il mondo della pallacanestro era un quindicenne come tanti di Lagos, Nigeria, che divideva il suo tempo libero tra i due sport più in voga del momento: il calcio, ovviamente, e la pallamano.

Essendo già allora (fine Anni ’70) molto alto, sul prato verde giocava come portiere, sviluppando riflessi e movimenti che, con il passare degli anni, lo avrebbero reso il centro dal più elevato tasso tecnico nella storia della NBA.
Quando la squadra di basket della sua scuola superiore fu ammessa ad un torneo cittadino, i compagni pensarono di coinvolgere il prestante Akeem il quale, nonostante non conoscesse minimamente le basi del gioco, diede fin da subito l’impressione che, con tanto buon lavoro, sarebbe potuto migliorare considerevolmente.

Effettivamente, Hakeem Olajuwon prese sempre più confidenza con il nuovo sport (dichiarerà di essersene innamorato fin da subito) e affinò sensibilmente le sue abilità, tanto da guadagnarsi una chiamata nelle giovanili della nazionale nigeriana.
Come raccontato dallo stesso Hakeem (la ‘H’ fu aggiunta al suo cognome dopo l’arrivo negli States, per facilitarne la pronuncia), il suo coach tentò subito di insegnargli a schiacciare, in un primo momento senza ottenere alcun risultato.
Un quarto di secolo più avanti, quel ragazzino avrebbe insegnato ad ‘allievi’ del calibro di Kobe Bryant e LeBron James come muoversi in post-basso.

Ad ogni modo, il potenziale di Akeem era evidente a tutti. Un giorno, il coach dei Cougars, squadra di basket della University Of Houston, ricevette una chiamata di uno scout locale, che gli consigliò di visionare il ragazzo.
Detto, fatto. Olajuwon intraprese la strada verso gli USA accompagnato dallo scetticismo dei genitori, che non capivano perché mai il loro Akeem preferisse perdere tempo a giocare a pallacanestro invece che aiutare l’azienda del padre, leader nel business del cemento.

Un giovanissimo Hakeem Olajuwon

Un giovanissimo Hakeem Olajuwon

Secondo la leggenda, quando Hakeem Olajuwon atterrò negli States non c’era nessuno ad aspettarlo. Riuscì a contattare l’università, che gli suggerì di cercarsi un taxi.

Una volta messo piede in campo, però, l’atteggiamento e la considerazione nei suoi confronti cambiarono rapidamente.

Per coltivare le sue grandissime qualità, l’ormai “Hakeem” venne messo sotto l’ala protettrice del grande Moses Malone, che in quegli anni dominava i tabelloni con la nuova maglia degli Houston Rockets, inaugurata proprio in concomitanza con il suo arrivo in Texas (1976).
Malone, che ad Houston fu due volte MVP della NBA (1979 e 1982) fece da mentore al giovane nigeriano, che in breve tempo si affermò come uno dei migliori prospetti collegiali.
Una volta, per commentare una sua incredibile schiacciata, coach Guy Lewis disse: “it was like a dream”, dando vita all’immortale soprannome di Olajuwon: ‘The Dream’, appunto.

Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler 

Insieme al compagno e amico Clyde Drexler, Hakeem portò i Cougars (nel frattempo ribattezzati ‘Phi Slama Jama’, un nomignolo che enfatizzava lo stile di gioco altamente spettacolare, fatto di atletismo e schiacciate) a due finali NCAA.
Malgrado entrambe si conclusero con una sconfitta (nel 1983 contro la sorprendente North Carolina State di coach Jim Valvano, l’anno successivo contro la Georgetown di Patrick Ewing, grande avversario di Olajuwon anche nella NBA), le finali furono una grande vetrina per Drexler e Olajuwon.
Il primo fu scelto dai Portland Trail Blazers nel 1983, il secondo fu la prima chiamata assoluta in quel draft 1984 (forse il più ricco di sempre; dopo Hakeem vennero chiamati, tra gli altri, Michael Jordan, Charles Barkley e John Stockton) che inaugurò l’era da commissioner di David Stern.

Ad aggiudicarsi il tanto ambito centro dei Cougars furono proprio i Rockets di Houston, che vinsero il lancio della monetina, in uso all’epoca, proprio contro i Blazers di Drexler.
Tempo dopo, emerse una incredibile proposta che Portland fece a Houston: il centro Ralph Sampson in Oregon in cambio della seconda scelta, più Clyde Drexler! In una sola notte, i Rockets avrebbero potuto ottenere Hakeem Olajuwon, Drexler e una scelta da spendere magari per Jordan, oppure (più verosimilmente) per Barkley, gettando le basi per una potenziale dinastia.

La proposta però fu declinata e ciò che avvenne durante quel mitico draft è ormai noto, con la scelta di Sam Bowie che fu tanto una maledizione per i Blazers, quanto per il giocatore.
Per Hakeem, che sarebbe rimasto nella ‘sua’ Houston per formare le cosiddette ‘Twin Towers’ con Sampson (Rookie Of The Year in carica), era arrivato il momento di indossare la maglia rossa e bianca che lo avrebbe reso leggenda.

Hakeem Olajuwon (#34) e Ralph Sampson, le Twin Towers dei Rockets

Hakeem Olajuwon (#34) e Ralph Sampson, le Twin Towers dei Rockets

Fin dai primi mesi ai Rockets, Hakeem Olajuwon divenne una forza pressoché inarrestabile; 20,6 punti, 11,9 rimabalzi e 2,7 stoppate nella stagione da rookie (secondo al solo Jordan nella corsa al premio di matricola dell’anno), 23,5 + 11,5 + 3,4 nel 1985/86. Trascinati dalle Due Torri, i texani raggiunsero le NBA Finals nel 1986, lasciando per strada addirittura i grandissimi Los Angeles Lakers dello ‘Showtime’. Contro i Boston Celtics di Larry Bird, però, non ci fu storia e, come nelle finali del 1981, Houston si arrese.

L’esperimento delle ‘Twin Towers’ fu presto accantonato e, nel 1987, Sampson (vittima di numerosi infortuni nonostante la giovane età) venne spedito ai Golden State Warriors in cambio del veterano Rick Barry (principale artefice del titolo vinto nel 1975); ‘The Dream’ divenne così il leader incontrastato della squadra.

Dopo la finale persa contro i Celtics, Houston attraversò anni difficili ed avari di soddisfazioni. Olajuwon, nel frattempo, si affermò come una delle grandi star della NBA. Presenza fissa agli All Star Game di quel periodo e nei primi quintetti difensivi, il numero 34 dominò la lega per rimbalzi (2 volte consecutive) e stoppate (3 volte; a fine carriera sarà il miglior stoppatore di ogni epoca). Il 29 marzo 1990 fu il terzo giocatore di sempre (dopo Nate Thurmond e Alvin Robertson) a far registrare una quadrupla-doppia, grazie ai 18 punti, 16 rimbalzi, 10 assist e 11 stoppate rifilati ai Milwaukee Bucks.

1994: 'The Dream' viene eletto MVP stagionale

1994: ‘The Dream’ viene eletto MVP stagionale

Visti i cattivi risultati della squadra e i dissapori con una dirigenza che faticava a trovare giocatori di livello da affiancargli, nell’estate del 1992 Hakeem chiese di essere ceduto, senza però venire accontentato.
La tanto attesa scossa, comunque, venne data dall’arrivo in panchina dell’ex assistente, nonché giocatore dei Rockets Rudy Tomjanovich, subentrato a stagione in corso a Don Chaney.

Sotto la guida del nuovo allenatore, Hakeem Olajuwon tornò a dare il meglio di sé. Nel 1993 fu ad un passo dal vincere il titolo di MVP, che fu però assegnato a Charles Barkley. L’anno successivo, però, ‘The Dream’ si riscattò pienamente, vincendo sia l’ambito trofeo di miglior giocatore stagionale (primo non-americano a riuscirci), sia quello di Defensive Player Of The Year.

Grazie anche all’ottimo impatto del rookie Sam Cassell e alla crescita di giocatori come Mario Elie, Vernon Maxwell, Kenny Smith, Otis Thorpe e Robert Horry (non certo superstar, ma eccellenti ‘comprimari’), i Rockets chiusero la regular season con il secondo piazzamento ad Ovest.
Dopo aver superato i durissimi ostacoli rappresentati dai Blazers di Drexler, i Suns di Barkley e i Jazz della coppia John Stockton – Karl Malone, la squadra di Tomjanovich tornò alle NBA Finals.

Niente Celtics questa volta, bensì i New York Knicks i quali, con il momentaneo ritiro di Michael Jordan, erano diventati la squadra più temibile della Eastern Conference.
La serie fu il teatro di un leggendario duello tra i due migliori centri della lega, nonché rivali fin dai tempi del college: Hakeem Olajuwon e Patrick Ewing.

Olajuwon contro Patrick Ewing alle NBA Finals 1994

Olajuwon contro Patrick Ewing alle NBA Finals 1994

La grande sfida fu vinta dal nigeriano. In gara-6, con i Knicks avanti 3-2 Hakeem stoppò il potenziale tiro della vittoria di John Starks, mentre nella decisiva gara-7 chiuse con 25 punti e 10 rimbalzi, regalando ai Rockets il primo titolo della loro storia. Olajuwon fu il primo (e finora unico) giocatore di sempre a vincere i titoli di MVP stagionale, difensore dell’anno e Finals MVP nello stesso anno. Il sogno, anzi ‘The Dream’, era diventato realtà.

Hakeem Olajuwon verso la leggenda

Houston si presentò come la squadra da battere la stagione successiva, ma una difficile partenza (dovuta anche a qualche problema di salute di Hakeem) convinse il front-office ad operare drastici cambiamenti. Il giorno di San Valentino del 1995, Otis Thorpe fu mandato a Portland in cambio di Clyde Drexler.
‘The Glyde’, che aveva trascinato i Blazers alle finali NBA da MVP stagionale (1992) ed era stato un membro del leggendario Dream Team, si riunì dunque al vecchio compagno e amico Olajuwon, ridando vita ai fasti del Phi Slama Jama.

Hakeem e Clyde Drexler (#22)

Hakeem e Clyde Drexler (#22)

In quel febbraio 1995, Hakeem venne nominato Western Conference Player Of The Month. Nulla di strano per un campione di quel calibro, se non fosse che quello, per tutti i musulmani come lui, era il mese del Ramadan, in cui Olajuwon non poteva mangiare né bere fino al tramonto!

I Rockets, con il sesto miglior record, riuscirono a qualificarsi per i playoff, dove ebbero nuovamente la meglio su Utah e Phoenix.
Degno di nota il canestro decisivo di Mario Elie in gara-7 contro i Suns, festeggiato con un bacio rivolto al pubblico che verrà ribattezzato ‘Kiss Of Death’. La vittoria della serie in rimonta da parte di Houston contribuì all’appellativo ‘Clutch City’ con cui verrà spesso indicata la città.

Alle finali di Conference, ‘The Dream’ si trovò opposto ad un altro fenomenale centro, nonché compagno di Drexler a Barcellona: David Robinson, lìder maximo dei San Antonio Spurs ed MVP della regular season.
Gara-2 della serie fu il manifesto di quell’epoca, in cui i grandi centri la facevano da assoluti padroni.
‘The Admiral’ fu straordinario, chiudendo con 32 punti e 12 rimbalzi. Olajuwon, però, riuscì a surclassarlo, mettendo a referto un incredibile 41+16. In quella partita, Hakeem realizzò quello che forse è il canestro più celebre della sua carriera. Trovatosi faccia a faccia con il grande avversario, ‘The Dream’ diede prova della sconfinata abilità tecnica acquisita nel tempo, esibendo un movimento, chiamato Dream Shake, che lo aveva reso un giocatore assolutamente immarcabile.

Il numero 34 dominò letteralmente la serie con prestazioni leggendarie (43+11 in gara 3, 42 punti in gara-5, la stessa sera in cui Robinson ricevette il trofeo di MVP, 39+17 nella risolutiva gara-6), guidando i Rockets alle NBA Finals per il secondo anno consecutivo.

Gli avversari di turno furono i sorprendenti Orlando Magic della giovane ed esplosiva coppia Shaquille O’Neal – Penny Hardaway. La presenza di una star emergente come Shaq fece ruotare tutta l’attenzione intorno allo ‘scontro fra titani’ tra i due centri, accostato addirittura alle epiche sfide degli Anni ‘60 tra Bill Russell e Wilt Chamberlain.

Olajuwon marcato da Shaquille O'Neal, NBA Finals 1995

Olajuwon marcato da Shaquille O’Neal, NBA Finals 1995

Effettivamente, Hakeem Olajuwon e O’Neal furono i protagonisti principali di quelle Finals (32,8 punti e 11,5 rimbalzi di media per Hakeem, 28+12,5 per Shaq), ma furono ‘gli altri’ a risultare determinanti. In particolare, Kenny Smith e Robert Horry (che iniziò ad essere chiamato ‘Big Shot Rob’) segnarono due pesantissime triple (Smith in gara-1, Horry in gara-3) che indirizzarono la serie verso il Texas. Per i Magic, che si presentavano da favoriti alle finali, non ci fu niente da fare; i Rockets li schiantarono con un roboante 4-0.

Ancora una volta, Hakeem Olajuwon fu eletto MVP delle Finals. Per commentare il secondo titolo NBA consecutivo, coach ‘Rudy-T’ regalò alla stampa parole memorabili:

“We had nonbelievers all along the way, and I have one thing to say to those nonbelievers: Don’t ever underestimate the heart of a champion!”

Traducendo:

“Abbiamo incontrato dei miscredenti lungo il percorso, e a loro voglio dire una cosa: mai sottovalutare il cuore di un campione!”

Nell’estate del 1995 i due volte campioni NBA svelarono le nuove divise, completamente diverse dalle precedenti, che avrebbero dato il via ad una nuova era. Abbandonati i colori storici, rosso e giallo, si optò per uno stile che rispecchiava in pieno la tendenza un po’ ‘pacchiana’, ma inconfondibile dell’epoca.

Olajuwon, Drexler e (davanti) Barkley, con le nuove divise e i due titoli vinti

Olajuwon, Drexler e (davanti) Barkley, con le nuove divise e i due titoli vinti

La caccia al three-peat venne interrotta dai fenomenali Seattle SuperSonics targati Gary Payton – Shawn Kemp, che furono poi sconfitti alle Finals dai Chicago Bulls del rientrato Jordan.

Nel tentativo di tornare al vertice, venne organizzata una blockbuster trade (così vengono definiti gli scambi che coinvolgono giocatori importanti) con i Phoenix Suns; nel deserto dell’Arizona finirono Cassell e Horry (più Mark Bryant e Chucky Brown), mentre in Texas arrivò nientemeno che Charles Barkley, altro Dream Teamer ed ex-MVP.

Quell’estate Charles e Hakeem (naturalizzato americano nel 1993) presero parte alla spedizione USA che trionfò alle Olimpiadi di Atlanta.

Anche se non più giovanissimi, Olajuwon, Drexler e Barkley rimanevano tre dei più grandi giocatori del pianeta, e i Rockets iniziarono la stagione 1996/97 con il favore dei pronostici.
La stagione regolare venne chiusa con il terzo miglior record ad Ovest, e il primo turno dei playoff fu quasi un allenamento, contro i giovani ed inesperti Minnesota Timberwolves dell’astro nascente Kevin Garnett.
Il turno successivo fu l’occasione per la rivincita contro i Sonics; questa volta furono ‘The Dream’ e compagni ad avere la meglio.

Per poter finalmente incontrare gli altri grandi protagonisti degli Anni ’90, i Bulls di Jordan, bisognava superare l’ultimo ostacolo: gli Utah Jazz, come sempre guidati da John Stockton e da un Karl Malone versione MVP.
In gara-6, con Utah avanti 3-2, la battaglia tra stelle venne decisa dalla più improbabile delle superstar, con una prodezza destinata ad entrare nella storia:

La stagione successiva fu condizionata dai continui infortuni di Hakeem, il quale disputò solamente 47 partite. Houston chiuse all’ottavo posto, e dovette arrendersi nuovamente ai Jazz, stavolta al primo turno.

Quelli del 1998 furono gli ultimi playoff di Clyde Drexler, che annunciò il ritiro.
Per sostituirlo degnamente, la dirigenza ingaggiò Scottie Pippen, reduce da sei titoli NBA vinti in otto anni al fianco di Michael Jordan.

Scottie Pippen (a sinistra) con il nuovo compagno Hakeem

Scottie Pippen (a sinistra) con il nuovo compagno Hakeem

La convivenza tra ‘Pip’ e una ‘testa calda’ come Barkley non si rivelò semplice, e i Rockets finirono per perderli entrambi: Scottie fu ceduto ai Blazers, mentre Charles subì un grave infortunio che gli compromise il finale di carriera.

Era ormai chiaro come la Western Conference avesse trovato nuovi padroni; prima Utah, poi i Lakers di Kobe & Shaq, che eliminarono i ‘vecchi leoni’ di Houston sia nel 1999 che nel 2000.

Per i Rockets stava iniziando una fase di ricostruzione, avviata con la scelta di Steve Francis (in seguito rookie dell’anno, pari merito con Elton Brand) al draft 1999.
Il grande capitano Olajuwon capì che, nonostante potesse dire ancora la sua sotto canestro, l’avventura in Texas era ormai destinata a concludersi.

L’ultima maglia della leggendaria carriera di ‘The Dream’ fu quella dei Toronto Raptors, ai quali Hakeem approdò nell’estate del 2001 firmando un contratto triennale.
A 38 anni suonati, ‘The Dream’ ebbe un ruolo decisamente marginale nella corsa ai playoff della squadra di Vince Carter. Capendo di essere ormai lontano anni luce dai giorni gloriosi in maglia Rockets, annunciò il ritiro a fine stagione.
Il 10 marzo del 2002 la partita giocata ad Orlando contro i Magic vide l’ultimo incontro fra due autentici simboli del decennio precedente, ormai sull’inevitabile viale del tramonto: Hakeem Olajuwon e Patrick Ewing, monumenti di una NBA ormai scomparsa, ma mai dimenticata.

2002 - L'ultimo duello tra Olajuwon ed Ewing

2002 – L’ultimo duello tra Olajuwon ed Ewing

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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