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Sette brevi racconti olimpici: Los Angeles ‘84

di Luigi Ercolani

Sette brevi racconti olimpici: Los Angeles ‘84

Le cronache del fuoco e il ghiaccio, incarnate e non incartate. Uno è nato in autunno, studia il gioco minuziosamente, ha un temperamento energico e brutale, ti sprona e ti insulta ad ogni allenamento per far sì che tu tiri fuori il meglio. Lo descriveresti con il termine “vulcanico”.  È un coach. Anzi, è il coach, negli anni Ottanta.

L’altro è nato in inverno, studia il gioco minuziosamente, ha un temperamento energico e brutale, ti sprona e ti insulta ad ogni allenamento per far sì che tu tiri fuori il meglio. A differenza del primo, lo descriveresti con il termine “glaciale”.  È un giocatore. Anzi, sarà il giocatore degli anni Novanta.

Bob Knight e Micheal Jordan. Due personalità dirompenti, uno all’apice del successo e l’altro in ascesa vertiginosa. Il primo reso la vita un inferno al secondo, e più in generale a tutta la nazionale statunitense di pallacanestro che sta preparando i Giochi Olimpici losangelini. Preparazione durissima, una sorta di selezione naturale. Lavoro che ha pagato, perché gli USA sono in finale contro la Spagna.

Pochi minuti prima di scendere in campo per l’atto conclusivo, Bob Knight entra nello spogliatoio per catechizzare i suoi sui compiti tattici. Trova la lavagna occupata da un bigliettino “Coach, con tutta la ***** che ci hai fatto passare, non c’è dubbio che oggi vinciamo”. L’autore, ovviamente, His Airness. Knight, uomo tutto d’un pezzo come pochi, capisce che non c’è bisogno di altro, non rischia l’overcoaching. Piega il bigliettino, lo mette in tasca e manda fuori i suoi, che sommergeranno la Spagna.

Ai giganti della palla a spicchi basta poco per capirsi.

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