Thanks Mamba!

di Stefano Belli

“What I’m doing right now, I’m chasing perfection… and if I don’t get it, I’m going to get this close.”

Nel 1997 i modi per procurarsi una maglia NBA non erano moltissimi.

Uno di questi consisteva nel recarsi al negozio “All Basket” di Milano, una sorta di Mecca per i ragazzini, come me, che vedevano l’America come un’irraggiungibile terra promessa.

Così un sabato, sulla soglia dei dieci anni, entrai con mio padre nell’ormai defunto punto vendita, e ne uscii, con una felicità che definirei natalizia, con due belle jersey colorate.

Una di queste maglie era il motivo principale della missione: sul retro c’erano cognome e numero di un supereroe che in quegli anni sconfiggeva tutti, ma proprio tutti i nemici cattivi, da Karl Malone e John Stockton ai Monstars.

L’altra era la maglia di un ragazzino che avevo visto qualche volta in azione su “NBA Action”, la rubrica su Italia 1 condotta da Guido Bagatta. D’altronde a quel tempo non capitava spesso di vedere partite intere dei Lakers…

Di questo Kobe Bryant sapevo abbastanza poco.

Sapevo che giocava in una squadra un tempo gloriosa, in cui papà e zii dicevano giocasse un fenomeno di nome Magic Johnson, che negli Anni ’80 teneva tutti incollati davanti alla TV con la voce di Dan Peterson ad accompagnarne le gesta. Sapevo anche che questo Kobe era un giocatore spettacolare ed ambizioso, che prometteva di diventare la nuova sensazione del basket d’oltreoceano. Le sue schiacciate mi facevano impazzire, per cui quando vidi quella casacca gialloviola con il numero 8 non ci pensai due volte: niente Eddie Jones o Nick Van Exel, volevo la maglia di Bryant!

Maglie MJ + Kobe

Nonostante la verdissima età, posso dire a quasi vent’anni di distanza di aver avuto un fiuto notevole quel giorno.

D’altronde quel ragazzino, cresciuto in Italia (dove papà “Jellybean” Joe calcava i parquet di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia) e maturato alla Lower Merion High School, aveva già mosso alcuni passi importanti di una carriera che l’avrebbe reso leggenda.

Scelto con la tredicesima (!!) chiamata al Draft NBA 1996 (lo stesso che porta nella lega gente come Allen Iverson, Steve Nash e Ray Allen) dagli Charlotte Hornets, il giovane nativo di Philadelphia viene girato pochi giorni dopo ai Los Angeles Lakers in cambio del centro Vlade Divac, dando vita ad una delle più grandi “sliding doors” della storia dello sport.

Con questa mossa la franchigia californiana getta le basi per un’autentica dinastia: non solo riesce a mettere le mani sul futuro MVP, ma con la cessione di Divac (la cui carriera aveva già iniziato una fase di declino) la dirigenza spiana la strada per l’approdo a L.A. della superstar degli Orlando Magic Shaquille O’Neal, il centro più dominante della sua generazione (e non solo).

Shaquille O'Neal and Kobe Bryant of the Los Angeles Lakers during a National Basketball Association game at the Great Western Forum in Los Angeles, CA.

Nel suo anno da rookie, iniziato come riserva del già citato Jones con un minutaggio alquanto ridotto, Kobe vive due esperienze cruciali per la sua leggendaria carriera.

La prima è ovviamente la vittoria allo Slam Dunk Contest 1997, che scrive per la prima volta il suo nome su un albo d’oro NBA, mentre la seconda, forse la più importante, ha luogo il 12 maggio a Salt Lake City, Utah.

Jazz e Lakers stanno disputando la decisiva gara-5 del secondo turno di playoff. Bryant si prende il tiro della possibile vittoria…AIRBALL!

Si va all’overtime, e il giovane Kobe di airball ne colleziona ben TRE, tra l’ilarità generale di pubblico e avversari. Lakers eliminati e Jazz lanciati verso le NBA Finals, dove poi subiranno la prima delle due batoste consecutive per mano di Jordan e compagni.

Le parole di conforto del “fratellone” Shaq al termine della gara sono parole che definiscono una carriera, e che finiranno per cambiare per sempre la storia del Gioco:

“I said, `You know what, you might have shot four airballs … see all these people in here laughing at you … just remember that when we meet these guys next year — then just hit it.’ You’ve got to remember stuff like that. I wasn’t upset that he shot those airballs. He was the only one with enough guts to shoot the ball.”

 Traducendo letteralmente:

“Gli ho detto, ‘Sai una cosa, puoi anche aver tirato quattro airball… Vedi tutta questa gente qui dentro che ride di te?… Ricordatelo quando li incontreremo l’anno prossimo – e segna quei tiri.’. Dovete tener presente questo: non ero deluso dal fatto che avesse tirato quegli airball, è stato l’unico con abbastanza palle per prenderseli, quei tiri”

Il Kobe Bryant che si presenta la stagione successiva a questa cocente sconfitta dimostra di averle davvero queste “palle”.

A suon di ottime prestazioni si guadagna non solo la maggior considerazione di coach Del Harris e un secondo posto nelle votazioni per il “sesto uomo dell’anno” (battuto da Danny Manning dei Suns), ma soprattutto il favore del pubblico, che lo nomina titolare all’All Star Game 1998. Nemmeno ventenne, Kobe diventa il più giovante titolare nella storia della manifestazione.

Quella edizione della gara delle stelle, che si disputa nientemeno che alla “World’s Most Famous Arena”, ovvero il Madison Square Garden di New York, verrà ricordata come una tra le più belle e prestigiose di sempre. Per capire il perché basta scorrere l’elenco dei partecipanti: da citare, oltre a Kobe, Shaq, Malone, Duncan, Robinson, Garnett, Kidd e Payton da una parte e Jordan, Miller, Mutombo, Shawn Kemp, Grant Hill, Tim e Penny Hardaway dall’altra.

Non può esserci palcoscenico migliore per Kobe che, oltre alle già citate “palle”, mostra una sempre maggiore faccia tosta, che spesso e volentieri sfocia in arroganza e sfacciataggine.

Esaltato dallo scontro diretto con l’idolo di una vita Michael Jordan (eletto poi MVP della serata per la terza volta in carriera), per cui Kobe aveva un’ossessione tale da spingerlo a replicare alla perfezione ogni sua singola movenza, il numero 8 dei Lakers segna 18 punti prendendosi addirittura 16 tiri, roba impensabile per un pischello finito quasi per caso in mezzo a cotanti fuoriclasse.

ASG 1998

Come se non bastasse, nel corso dell’incontro rifiuta malamente un blocco di Karl Malone, con conseguente disappunto del “Postino”, che avrà modo comunque di vendicarsi qualche mese più tardi eliminando nuovamente Kobe, Shaq e compagni dai playoff (con un secco 4-0 in finale di Conference).

Anche se è troppo presto per parlare di “passaggio del testimone”, quel che è certo è che stia nascendo una nuova stella.

Nell’estate del 1998 sia Eddie Jones che Nick Van Exel vengono ceduti, e Bryant è finalmente titolare. Insieme alla crescente popolarità arrivano i primi sponsor, tra cui Adidas. Questa cartolina promozionale del famoso brand di abbigliamento sportivo campeggia tuttora sul retro di un mio vecchio diario di scuola.

Diario

Con l’ascesa di Kobe e Shaq i Lakers sono sempre più forti, ma mai abbastanza per arrivare fino in fondo.

Così, dopo l’ennesima prematura eliminazione in post-season, stavolta per mano degli Spurs di Duncan e Robinson (laureatisi poi campioni NBA), la dirigenza sente che è arrivato il momento della svolta: viene ingaggiato come capo allenatore nientemeno che Phil Jackson, il “grande burattinaio” della dinastia Bulls degli Anni ’90.

Il rapporto che legherà, negli anni a venire, Jackson e Bryant è quanto di più controverso ci possa essere tra un allenatore e il suo allievo più talentuoso.

Constatata di persona la smodata ambizione del ragazzo ad essere il miglior giocatore del mondo, il Maestro Zen organizza per lui un incontro con Michael Jordan in occasione della prima partita dei Lakers a Chicago, nel febbraio 2000. Obiettivo del meeting, far spiegare da Michael a Kobe che, come lui, deve imparare a “lasciare che la partita venga da lui, e non viceversa”.

Dopo la rituale stretta di mano, Kobe sceglie con una certa misura le parole da rivolgere al suo mito di sempre: “You know I could kick your ass one-on-one”, ovvero “Lo sai che potrei farti il culo in uno-contro-uno”.

L’indolenza e le manie di grandezza di Kobe diventano presto un grosso problema per la squadra. Nella celebrata autobiografia Eleven Rings: The Soul Of Success”, Jackson racconta di una riunione in sala video in cui Shaq accusa Kobe di essere troppo egoista e di giocare solo per le statistiche personali. Nessuno dei compagni prende le difese del numero 8, che da quel momento inizia a comprendere che da solo non arriverà mai da nessuna parte.

Per mettere in chiaro ulteriormente le cose, coach Zen minaccia di chiedere una trade per Bryant qualora il suo atteggiamento non dovesse cambiare.

Questi episodi segnano un punto di svolta per la carriera di Kobe e per la storia dei Lakers. Bryant si trasforma pian piano da giocatore “inallenabile” (“uncoachable” viene definito dallo stesso Jackson), che preferiva passare le serate da solo a studiare i video delle partite piuttosto che uscire con i compagni, a uomo-squadra.

Dopo un inizio zoppicante, le cose iniziano a girare per il verso giusto, e i Lakers diventano una corazzata inaffondabile. Arrivano tre titoli NBA consecutivi, una vera e propria dinastia.

Staples Center Los Angeles, CA Los Angeles Lakers vs. Indiana Pacers

I Lakers rimangono la squadra di Shaquille O’Neal, che domina incontrastato il triennio 2000/2002 aggiudicandosi, oltre ai tre Larry O’Brien Throphy, anche un titolo di MVP stagionale (2000), quello di MVP dell’All Star Game (stesso anno) e quello di MVP di tutte le finali vinte.

La consacrazione, però, arriva anche per Kobe Bryant, che insieme al numero 34 dà vita alla più straordinaria coppia guardia-centro della storia del Gioco (almeno in epoca recente). Anche per Kobe arriva il trofeo di All Star MVP, nel 2002.

C’è solo una cosa che può far crollare i Lakers dal tetto del mondo: lo smisurato ego del numero 8, che non si accontenta più di fare il “gregario”, ma che di questa squadra vuole essere il leader incontrastato.

All’inizio del training camp che apre la stagione 2000-2001 Shaq si presenta palesemente fuori forma, scatenando le ire non solo dell’allenatore, ma soprattutto di Kobe, che pretende che tutti i compagni, O’Neal prima di tutti, adottino la sua stessa, maniacale etica lavorativa per arrivare al successo.

Dal canto suo, il “Big Cactus” manifesta la crescente sensazione che il perno cu sui ruota la squadra sia sempre più Bryant, e dopo una partita contro i Phoenix Suns in cui Kobe segna 38 punti, contro 18 di Shaq, O’Neal chiede alla dirigenza di essere ceduto. La richiesta viene ovviamente declinata, i due superano questi primi attriti e guidano la truppa allo storico three-peat.

Con il passare del tempo, però, il rapporto tra le due star si fa sempre più logoro e nell’estate del 2003, dopo che i Lakers erano stati spazzati via dai San Antonio Spurs al secondo turno dei playoff, lo strappo diventa pressoché incolmabile.

Ad accrescere esponenzialmente la tensione tra i due arriva da una parte l’accusa di stupro mossa ai danni di Bryant da una cameriera del Colorado (poi evolutasi in un processo terminato con il ritiro di tali accuse), dall’altra l’arrivo a Los Angeles di due “amiconi” di Shaq, le due leggende viventi Karl Malone e Gary Payton.

In merito al processo in corso, Kobe avverte pubblicamente Shaq di evitare parole di troppo con la stampa, “altrimenti risponderò per le rime”. O’Neal durante la stagione dichiara che Malone e Payton hanno scelto Los Angeles solo per poter giocare con lui, e non con “qualcun altro”.

I due fuoriclasse ex Jazz e Sonics contribuiscono in modo decisivo al raggiungimento delle NBA Finals 2004, dove però i Lakers vengono sconfitti da quell’inimitabile versione dei Detroit Pistons targata Billups-Hamilton-Prince-Sheed-Big Ben, guidata in panchina dal grande Larry Brown.

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Quella sconfitta segna la fine di un’era. Con i contratti di Bryant e Jackson in scadenza, Kobe mette la dirigenza in una condizione da “o lui o me”, e la scelta ricade proprio sul nativo di Philadelphia.

Shaq avverte l’aria che tira e, dopo aver appreso che il coach non intende rinnovare, chiede di essere ceduto. Passa così ai Miami Heat, dove due anni più tardi, in coppia con Dwyane Wade, vincerà il suo quarto titolo NBA, mentre Kobe rinnova con i Lakers.

 

Gli anni che seguono sono tanto poveri di risultati di squadra, quanto ricchi dal punto di vista individuale.

Un mese dopo aver inflitto 62 punti ai Dallas Mavericks, il 22 gennaio 2006 Kobe Bryant imprime in modo indelebile il suo nome nella leggenda.

Che la serata dello Staples Center sia destinata a passare alla storia lo si capisce dopo pochi minuti;  i Toronto Raptors vedono Kobe segnare in qualsiasi modo e da qualsiasi distanza, senza mai smettere. I compagni sanno che l’unica cosa che possono e devono fare è dargli quel maledetto pallone, e alla fine della partita il suo tabellino personale riporta 81 PUNTI. Seconda miglior prestazione individuale di ogni epoca in NBA, dopo gli inarrivabili 100 di Wilt Chamberlain nel 1962.

81 points

Kobe chiude la sua stagione più straordinaria a livello realizzativo con 27 partite sopra i 40 punti, di cui quattro consecutive in quel magico mese di gennaio, ma ciò non basta per garantirgli il titolo di MVP stagionale, che finisce per la seconda volta di fila nelle mani del poetico Steve Nash.

All’inizio della stagione 2006-2007 i milioni (miliardi?) di tifosi di Kobe rimangono spiazzati, perché sulla casacca gialloviola, sotto alla scritta “BRYANT” non c’è più lo storico numero 8, bensì il 24.

Di tutte le teorie formulate sul significato di quel cambio di numero (uno in più di Jordan, operativo 24 ore su 24, ecc.) la più plausibile è che il 24 fosse il suo numero di maglia originale a Lower Merion prima di passare al 33 (che ai Lakers, per ovvi motivi, non può essere usato da nessuno). Fatto sta che la conseguenza più drammatica di questa “svolta” viene subita dai portafogli di noi poveri appassionati…

Maglie Kobe

Per essere sicuro di lasciare il segno anche con il nuovo numero, il figlio di “Jellybean” prima vince il secondo titolo di All Star Game MVP, poi registra un incredibile serie da 65, 50, 60 e 50 punti nelle quattro vittorie consecutive contro Portland, Minnesota e Memphis.

Bryant è nettamente il più forte giocatore del pianeta, ma mentre in Florida Shaq si è già messo un altro anello al dito, il suo ex “nemico-amico” può solo gioire per gli incredibili traguardi personali.

Nell’estate del 2007 tiene in apprensione dirigenza e allenatore (a proposito, in panchina c’è ancora il “vecchio” Phil che, dopo un anno sabbatico, era tornato all’ovile per la stagione 2005-2006) per via di un fin troppo sofferto rinnovo contrattuale. Sempre nel gustosissimo “Eleven Rings”, Jackson sostiene che perfino a training camp iniziato, né staff né giocatori avessero la minima idea sulle intenzioni della loro superstar, mai così vicina a lasciare la California.

Alla fine Kobe rimane, e la sua scelta si rivela più che azzeccata: arrivano il primo (e presumibilmente unico) titolo di MVP stagionale e, dopo quattro anni di attesa, le NBA Finals.

Gli avversari sono quei Boston Celtics che con i Lakers hanno dato vita, nel corso di diverse epoche storiche, alla più grande rivalità tra squadre nella storia dello sport.

I californiani hanno un ottimo organico, che oltre a Kobe comprende enormi talenti come Pau Gasol, arrivato a stagione in corso da Memphis, Lamar Odom e il giovane centro Andrew Bynum, ma in maglia biancoverde c’è la corazzata giudata in panchina da Doc Rivers e in campo da Rajon Rondo e dai nuovi “Big Three”: Paul Pierce, Kevin Garnett e Ray Allen. Il titolo torna a Boston dopo 22 anni, ma per Bryant e i Lakers è iniziata la strada verso il ritorno alla gloria.

Nel biennio successivo il Black Mamba (soprannome che inizia ad auto-conferirsi nel 2009) e la sua squadra tornano sul tetto del mondo, trionfando sia nel 2009 contro gli Orlando Magic di Dwight Howard che, soprattutto, nel 2010, nel rematch contro i rivali di sempre dei Celtics. In entrambi i casi, nonostante le vittorie siano ovviamente frutto di un grandissimo lavoro collettivo (come dimenticare la tripla di Ron Artest in gara-7?), l’MVP delle Finals non può che essere Kobe Bryant.

Al termine della vittoria che Bryant definirà “la più bella della mia carriera, perché arrivata contro Boston”, un fotografo cattura il Mamba in una posa destinata a rimanere nella storia.

2010 Champs

Kobe è ad un passo dal compimento della sua principale ossessione, ovvero quel sesto titolo che gli permetterebbe di raggiungere il suo idolo, colui che ha cercato di imitare e superare per tutta la carriera: Michael Jordan.

I sogni di gloria devono però scontrarsi con la dura realtà, che dice che è arrivato il momento di un cambio generazionale: inizia l’era di LeBron James, che con i Miami Heat disputa quattro finali consecutive vincendo due titoli da assoluto protagonista.

L’attesissimo scontro in finale tra King James e il Black Mamba (compagni, tra l’altro, nelle schiaccianti vittorie olimpiche del Team USA a Pechino 2008 e Londra 2012) non ha mai luogo, perché i Lakers alle Finals non ci torneranno più.

Prima dell’inizio della breve stagione del secondo lockout (dicembre 2011), la dirigenza riesce a mettere le mani sul formidabile playmaker dei New Orleans Hornets, Chris Paul, ma la NBA, proprietaria della franchigia della Louisiana in attesa di nuovi acquirenti, pone il veto alla trade, scatenando uno strascico di polemiche il cui eco si fa sentire ancora oggi.

Nel frattempo Kobe viene in Italia per un tour promozionale della Nike (suo nuovo sponsor dopo che Adidas lo aveva “scaricato” per via dell’accusa di stupro). Tra i vari incontri organizzati per l’occasione (bellissima l’intervista con Linus e Nicola Savino a Radio Deejay), Bryant partecipa ad un clinic per giovani cestisti, in cui racconta di come la passione per il basket lo abbia travolto quando anche lui era un ragazzino come loro.

Le sue parole, e qui chiedo scusa per il personalissimo excursus,  mi danno la spinta decisiva per rispondere finalmente al selvaggio richiamo del parquet e ritornare, dopo anni di pausa calcistica, alla pallacanestro giocata.

Come direbbero in America, “inspirational”…

Deejay

Con l’arrivo della stagione 2012-2013 la squadra allenata all’epoca da Mike Brown (sostituito dopo sole cinque partite da Mike D’Antoni) è la favorita assoluta, insieme a Miami, per la vittoria finale. In estate, infatti, sono arrivati Steve Nash e Dwight Howard, a completare un quintetto sulla carta imbattibile con Kobe, Gasol e Artest (che da poco si fa chiamare Metta World Peace, ma questa è tutta un’altra storia…).

Sostenere che le cose non vanno come dovrebbe sarebbe un grosso eufemismo. Complici il mancato inserimento nel nuovo contesto di Howard (che peraltro non nasconderà di aver avuto diversi attriti con il suo capitano) e soprattutto gli svariati infortuni, tra cui quello al tendine d’Achille dello stesso numero 24, che gli costa la fine anticipata della stagione, i Lakers raggiungono a stento l’ottavo posto ad ovest, guadagnandosi il diritto di essere distrutti dai “soliti” San Antonio Spurs in sole quattro partite.

Da sottolineare come al momento dell’infortunio, in una gara casalinga da 34 punti contro i Golden State Warriors, Kobe insista per tirare, ovviamente realizzandoli, due tiri liberi – con il tendine rotto – prima di abbandonare il terreno di gioco. Impossibile trovare parole non banali per commentare tutto ciò…

L’unico scontro diretto davvero memorabile tra i due dominatori dello scorso decennio avviene a Houston, nel corso dell’All Star Game 2013; nei minuti finali di una delle rare partite combattute tra East e West, Kobe sigilla la vittoria del suo team stoppando per ben due volte LBJ.

ASG 2013

Le ultime stagioni di Bryant sono purtroppo pesantemente condizionate da una serie di guai fisici.

Nei primi mesi del 2014, dopo aver disputato solamente 6 partite, un nuovo infortunio (stavolta alla tibia) lo costringe a dare forfait per il resto della regular season.

Anche la stagione successiva dura troppo poco, perché nel gennaio 2015 a fermare il Mamba ci pensa la cuffia rotatoria della spalla destra.

Le poche partite disputate bastano comunque a Kobe per riempire con il suo nome un’altra pagina di storia: il 14 dicembre 2014 supera Michael Jordan (e chi se no?) e diventa il terzo miglior realizzatore NBA di ogni epoca, dietro al suo vecchio “amico” Karl Malone e all’irraggiungibile Kareem Abdul-Jabbar (il motivo per cui non si può più usare il numero 33 gialloviola). Citando un famoso slogan riservato a LeBron James, “we are all witnesses”…

Per sfortuna di Kobe, siamo anche testimoni delle peggiori stagioni della storia dei Lakers, che precipitano sul fondo della Western Conference rimanendoci per due stagioni consecutive. Memorabile la reazione con cui Kobe accoglie, ospite da Jimmy Kimmel, un video in cui Jeremy Lin, Nick Young e Jordan Hill si lasciano andare a festeggiamenti degni del Carnevale di Rio dopo una delle rarissime vittorie stagionali (anche se – va detto – ottenuta contro i Celtics).

 

https://www.youtube.com/watch?v=HiHN8RbwVV0

La stagione 2015-2016, nonostante il roster si sia notevolmente rinforzato tramite draft (D’Angelo Russell), free-agency (Lou Williams, Roy Hibbert e Brandon Bass) e il ritorno dall’infortunio della giovane promessa Julius Randle, parte in maniera pessima, sia per la squadra che per il suo storico leader.

Kobe fatica moltissimo, a stento si riconosce l’inimitabile fuoriclasse di un tempo. Dopo una sconfitta con i Dallas Mavericks sfoga così la sua frustrazione:

“Sono il 200esimo giocatore della lega. Sto facendo veramente schifo. Non riesco a mettere i tiri (…) sto giocando di merda adesso, e questo è tutto. Sto prendendo i tiri che voglio prendermi. Devo solo cominciare a metterli. A un certo punto devi solo mandare al diavolo tutto e cercare di capire come mettere il pallone dentro a quel canestro.

Dopo altre settimane di sconfitte e delusioni arriva una decisione che, se prima era solo nell’aria, diventa ora definitiva: dopo vent’anni di irripetibile carriera è tempo di dire. A fine stagione il Black Mamba si ritira.

Queste le parole rilasciate da Kobe al sito The Player’s Tribune:

Cara Pallacanestro, dal momento in cui ho indossato i calzettoni di mio papà e immaginavo di realizzare canestri vincenti nel Great Western Forum sapevo che una cosa era reale: mi ero innamorato di te. Un amore così profondo che ti ho dato tutto me stesso dalla mia mente e mio corpo al mio spirito e anima. Da bambino di 6 anni profondamente innamorato di te non ho mai visto la fine del tunnel. Vedevo solo me stesso correre fuori da ciò. E così ho corso. Ho corso su è giù per ogni campo, dopo ogni palla persa per te. Mi hai chiesto di battermi. Io ti ho dato il cuore perché di riflesso sei arrivata a darmi tanto altro. Ho giocato nella gioia e nel dolore. Non perché la sfida mi chiamava, ma perché tu mi stavi chiamando.

Ho fatto tutto per te. Perché questo è quello che fai quando qualcuno ti fa sentire così vivo come tu hai mi hai fatto sentire. Tu hai dato a un bambino di 6 anni il suo sogno di essere un Laker. E ti amerò per sempre per questo. Ma non posso amarti ossessivamente ancora per molto. Questa stagione è tutto quello che mi rimane da dare. Il mio cuore può reggere il colpo, la mia mente può gestire lo sforzo, ma il mio corpo sa che è tempo di dire addio. E questo è OK. Sono pronto per lasciarti andare. Voglio che tu lo sappia ora, così possiamo assaporarci ogni momento che ci rimane assieme. Il bello e il cattivo. Ci siamo concessi l’un l’altro tutto quello che avevamo. Ed entrambi lo sappiamo. Non importa cosa farò dopo, sarò sempre quel bambino con i calzettoni alzati, il cestino nell’angolo: 5 secondi sul cronometro, palla tra le mani 5… 4… 3… 2… 1. Ti amerò sempre, Kobe“

 

Nella storia di questo sport ci sono stati giocatori più vincenti (Bill Russell), più umili (Tim Duncan), più amati dai compagni (LeBron James). Ci sono stati giocatori che hanno segnato intere epoche (Magic Johnson, Larry Bird, Doctor J.) e giocatori che hanno trasformato la pallacanestro in un fenomeno globale (Michael Jordan).

Quando però si parla di passione, di quella passione che ti spinge ad allenarti in palestre gelide alle 11 di sera, che ti trascina al campetto a dicembre con una nebbia fantozziana o in pieno agosto con i teschi di bufalo appesi ai pali, che ti fa restare a tirare finchè non ne segni dieci di fila, rientrando a casa a notte fonda, che ti spinge a cercare di migliorarti, indipendentemente dal fatto di giocare al playground o al Madison Square Garden, della passione di quel bimbo di dieci anni che schiacciava nel canestro in cameretta con addosso quella maglia numero 8, dell’amore viscerale per questo splendido sport, nessuno potrà mai avvicinarsi all’unico, inimitabile Black Mamba.

THANK YOU, KOBE!

Goodbye

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