NBA Draft 1996. Comincia da qui una delle rivalità più affascinanti, avvincenti e vere nella storia della lega. Allen Ezail Iverson da Hampton, freshman di Georgetown, viene selezionato dai Philadelphia Sixers con la prima scelta assoluta, mentre i Charlotte Hornets mandano la loro tredicesima chiamata ai Los Angeles Lakers per Vlade Divac. Kobe Bean Bryant diventa quindi un giocatore dei gialloviola e riuscirà a vincere 5 anelli. Il figlio di Joe è cresciuto seguendo suo padre nella nostra Serie A, tra Reggio Calabria e Pistoia. A.I. invece non ha mai messo piede fuori dagli States, ha vissuto sulla sua pelle tutte le difficoltà di un qualsiasi ragazzo afroamericano: sua madre fa parte di una delle più grandi famiglie di schiavi del Nord e suo padre, come da cliché, non l’ha mai conosciuto.
Nell’epica e quintessenziale finale del 2001, siamo al punto di contatto: l’MVP con il numero 3 si è messo sulle spalle i 76ers e li ha portati alle Finals di fronte ai Lakers di Kobe e Shaquille O’Neal, a caccia del secondo titolo consecutivo. I due si rispondono azione dopo azione con tiri solo da loro concepibili, il trash talking tocca vette sconosciute fino all’apoteosi di Iverson che guarda dall’alto il povero Tyronn Lue, appena caduto su una finta dicendogli “you can’t guard me”. Vincerà il Black Mamba, aprendo la strada al three peat sulla falsa riga del suo modello di sempre, Michael Jordan.
Come succede sempre tra i grandi, quelle finali fecero nascere un enorme rispetto fra i due con l’ex giocatore di Phila che ha dimostrato gratitudine verso il suo rivale. E infatti, dopo la lettera del Mamba al Player’s Tribune, The Answer ha rilasciato a Sportscenter il suo saluto al 24: “Hai tirato fuori il meglio di me come nessun’altro. Non ci sarà mai, mai un altro Kobe Bryant, hai avuto un grande cuore. Ti voglio bene fratello e buona fortuna”.
Un altro attestato di stima per il lacustre, dopo quelli di Paul George, LeBron James e Kevin Durant.


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Un tweet di Showtime Sports rivela una piccola anticipazione riguardo ad un documentario che andrà in onda sabato, nel quale il numero 3 dei Sixers passa ufficialmente il testimone ai due.












Alla sua prima stagione in NBA ha un impatto molto, molto, positivo, risultando il Rookie of the Year.In questa stagione Iverson si trova ad affrontare Michael Jordan, la leggenda, e, memore di quanto detto da bambino, prende palla e lo punta in uno contro uno. Palleggio, cross-over, le caviglie di Jordan si bloccano e Iverson lo supera e segna. Esattamente come aveva detto molti anni prima. Sempre nella sua stagione da rookie batte il recordo di Wilt Chamberlain, andando a segnare più di 40 punti per quattro partite consecutive. Le prestazioni del giovane Iverson, però, non bastano a trascinare Philadelphia ai play-off ed al termine della stagione la squadra cambia allenatore. A sedersi sulla panchina dei Sixers è Larry Brown. Tutto l’opposto di Iverson. Brown è un tradizionalista, amante del gioco di squadra ed il terrore di ogni individualista. Iverson invece è il nuovo, la voglia di cambiare gli schemi e vuole essere la squadra. Brown, però, vede in lui il punto da cui far ripartire la squadra e si libera di tutti i giocatori ‘ereditati’, scambiando per gregari di buon livello e sposta Iverson da playmaker a guardia, con l’intenzione di sfruttare al meglio le sue doti realizzative. Nonostante le tante critiche, la mossa si rivela decisiva e la squadra migliora anno per anno.Nel 1998-1999 Philadelphia centra i play-off dopo sette anni di assenza. Ai play-off, dopo aver superato contro ogni pronostico i Magic, partita in cui Iverson lascia il segno facendo registrare il record di 10 palle recuperate in una partita di play-off, i Sixers vengono eliminati dai Pacers. Al termine della stagione 1999-2000, stagione che lo vede per la prima volta all’All-Star Game, il suo rapporto con Brown si incrina definitivamente e, nonostante la sua voglia di restare a Philadelphia, Brown dice al General Manager di non voler trovare Iverson all’inizio della stagione 2000-2001.



