DeRozan-Bryant: binomio vincente per le Kobe 1 Protro

Kobe 1 Protro

Kobe 1 Protro, di cosa stiamo parlando? Un binomio vincente Nike-Kobe Bryant ovviamente. Riportare allo splendore un oggetto del passato è possibile? Probabilmente si ed è quello che sta facendo la Nike con la linea di scarpe firmata Kobe Bryant sfruttando un testimonial d’eccezione come DeMar DeRozan.

La guardia americana ha parlato di questo progetto nei giorni scorsi ricordando in primis la sua ammirazione per il Mamba raccontando le sue impressioni sul famoso match tra Raptors e Lakers (22 gennaio 2006) dove il tabellino di Bryant, a fine gare, recitava 81 punti: “Mi chiedevo se stavo giocando ad un videogioco o qualcosa del genere”. Dodici anni dopo DeMar è uno dei migliori scorer dell’intera NBA ma l’estasi nel vedere quei movimenti perfetti del suo idolo rimangono ben impressi nella sua mente.

Kobe 1 Protro
fonte: Nick De Paula. Kobe 1 Protro

La guardia di Toronto, che già ad inizio anno aveva firmato un’estensione contrattuale con la Nike, è stato scelto per il rilancio delle prime scarpe firmate Bryant. Il nome di questo progetto è “Protro” ed ha lo scopo di fondere le nuove tecnologie, che garantiscono eccellenti prestazioni, al retrò aggiornando i modelli classici della linea di scarpe dell’ex stella dei Los Angeles Lakers.

Di questo ha parlato anche il diretto interessato Bryant che ha dichiarato che “Protro riguarda l’evoluzione e la miglioria dei prodotti già usciti. Volevo costruire un’attività che non fosse basata solo su cose che ho fatto in passato, è importante che il marchio sia sinonimo di prestazioni e che tutto ciò che facciamo sia innovativo, anche se stiamo rilasciando scarpe del passato”. Il marchio darà il via alla serie rinnovata questa settimana a Los Angeles, con la riedizione dell’originale coppia nera e gialla, insieme a due lanci di collaborazione con la boutique di lunga data di Undefeated. DeRozan farà da headliner alle Nike Protro Kobe 1 durante l’All-Star Game di domenica prossima.

Kobe 1 Protro le parole di Tony Grosso

Tony Grosso, direttore del settore calzature della Nike Basketball ha parlato di questo modello: “Volevamo davvero assicurarci che la scarpa fosse esattamente come la [Zoom Kobe] 1, ma è stata costruita attraverso le lenti degli atleti professionisti dell’NBA”. Tre anni di duro lavoro per Bryant ed il suo team di designer e dei dirigenti di questo prodotto Nike che sono riusciti a ridurre notevolmente il peso della scarpa aumentando ulteriormente l’ammortizzazione ma disattivando l’unità Zoom Air nel tallone e nell’avampiede.

Dopo l’All-Star Game DeRozan tornerà ad indossare il suo repertorio infinito di sneaker tra cui alcune edizioni esclusive tra cui proprio le Nike Protro Kobe 1 e le Kobe AD, ed a tal proposito ha svelato un curioso aneddoto: “Ho ottenuto un piccolo posto all’interno dell’Arena per depositarle che ho soprannominato il mio caveau”. 

Il giocatore dei Raptors ha poi raccontato di come aver vissuto da vicino la “Mamba Mentality”: “Sono cresciuto guardando Kobe e idolatrando il suo gioco fino ad arrivare a giocarci contro e giocando nel suo All-Star Game d’addio. Ricordo ogni singolo suo scatto (parlando di una gara allo Staples Center nella primavera 2013, ndr), si sentiva la folla ansimare quando rilasciava la palla e l’eccitazione quando toccava la retina. E’ stata una delle atmosfere più incredibili della mia vita”. Infine ha parlato del loro rapporto oggi: “Kobe è un pò ‘come il Bat Seganel se ho bisogno di lui, lo accendo e lui ci sarà sicuramente. E’ sempre disponibile con me e c’è del rispetto reciproco”.

 

I migliori 10 giocatori nella storia dei Lakers

Migliori 10 giocatori Lakers

 

Chi sono i Migliori 10 giocatori Lakers di sempre? Abbiamo provato a dare una risposta, alquanto personale, come tutte le classifiche.

I Los Angeles Lakers non sono solo una squadra di basket. La franchigia è diventata l’emblema di una Lega in tutto il mondo per essere una città sempre sotto i riflettori e per essere vincitori 16 volte del titolo NBA. Arrivare ad indossare una maglia cosi importante è l’apice di una carriera per molti giocatori che cercano di entrare nella storia del team. Ma, ovviamente, non è cosa da tutti essere omaggiati con una maglia appesa in alto allo Staples Center. Oggi, parleremo di 10 leggende in maglia giallo-viola per poter celebrare il loro cammino glorioso. Andiamo a scoprire i Migliori 10 giocatori Lakers All time:

Migliori 10 giocatori Lakers #10 Gail Goodrich

Lo storico numero 25 dei Lakers, Goodrich.
Lo storico numero 25 dei Lakers, Goodrich.

Goodrich non è molto presente nella mente dei fan Lakers, ma sarebbe giusto che venisse celebrato più volte perchè è stato un giocatore fenomenale. Un mix di velocità/tempi di gioco e una guardia che diventerebbe implacabile per i ritmi odierni. Campione del mondo una volta, “Stumpy” è ottavo nella lista dei migliori marcatori della franchigia e nono per tiri liberi, ma i numeri sono solo certificazioni del suo grande talento.

9. George Mikan

Qui ritorniamo molto indietro nel tempo, addirittura all’epoca dei primi Minneapolis Lakers, facendo registrare medie di carriera di 23.1 punti e quasi 14 rimbalzi per gara. Mikan si trova subito dopo Chamberlain e Baylor nella lista dei migliori rimbalzisti della franchigia, ha vinto 5 anelli con i Lakers ed è il predecessore dell’ Hook Shot, tecnica valorizzata dall’immenso Kareem Abdul Jabbar e poi diffusasi in tutta la Lega. Un nome importante per tutti.

Il creatore dell'Hook Shot, Mikan.
Il creatore dell’Hook Shot, Mikan.

8.James Worthy

Worthy è un nome indelebile nella mente di ogni fan Lakers per essere un giocatore sempre presente nei momenti chiave delle gare, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Big Game James” per le sue grandi prestazioni sotto canestro e il fulcro della squadra. Worthy è il terzo per palle rubate e il sesto per punti nella storia dei Lakers, a cui si aggiungono 3 titoli e media di carriera di 17,5 punti e poco più di 5 rimbalzi per gara.

“Big Game James” in azione.

Migliori 10 giocatori Lakers: #7 Elgin Baylor

Lo sfortunato Elgin Baylor.
Lo sfortunato Elgin Baylor.

Per la sua carriera sempre al servizio dei Lakers, il non possedere nemmeno un anello ,a causa di Bill Russell e i suoi Boston Celtics fuori da ogni logica terrena, è un oltraggio morale. Ma non si può dire che non abbia mai provato (8 volte per la precisione) a portare il titolo in bacheca. Tuttavia, si può consolare per avere la media punti in carriera di 27,4 punti (più alta in tutta la storia della franchigia) e 13,5 rimbalzi, ottenendo di diritto un posto nel Paradiso Lakers. La sfortuna lo ha seguito dappertutto, come dimostra il titolo vinto l’anno dopo il suo ritiro. Un po’ come Ibrahimovic e la Champions League del 2010.

6.Jerry West

Ora, molti diranno diranno di conoscerlo vedendo questa foto.
Ora, molti diranno diranno di conoscerlo vedendo questa foto.

La sua figura è stata cosi decisiva per il percorso di crescita della Lega che è diventato la silhouette del logo ufficiale: Jerry West ha impersonato perfettamente il ruolo di guardia-combo che potrebbe giocare come lockdown difensivo e colpire anche i difensori più rapidi. West è il secondo in assoluto nella storia dei Lakers e per punti e ha dimostrato di essere una grande mente della pallacanestro. Ha trascorso 14 anni allo Staples, vincendo un anello e totalizzando 25 mila punti in carriera. Never forget.

 

 

 

5. Wilt Chamberlain

Per molti è considerato il più grande giocatore di tutti i tempi per le sue prestazioni da fuoriclasse in entrambe le fasi di gioco, marcando l’evoluzione tecnica e tattica della Lega. Anche lui ha trionfato una sola volta con i Lakers, ma sarebbe da eretici non considerarlo una leggenda. Non dimentichiamo la sua straordinaria performance con 100 punti personali messi a referto.

Lo storico score di 100 punti di Chamberlain.
Lo storico score di 100 punti di Chamberlain.

4. Shaquille O’Neal

Già dal Draft, si capì la sua prestanza mostruosa a livello fisico e successivamente a livello tecnico. Non c’era un giocatore più dominante di lui in assoluto. Era lui che decideva le partite e dominava i propri avversari, nel vero senso della parola. I tempi trascorsi con Kobe sono stati memorabili, riuscendo a vincere tre volte l’anello, ma il suo addio ai giallo-viola non è stato dei migliori. Tuttavia, possiede anche le seconde medie più alte in punti, boards e blocchi con 27, 11,8 e 2,5 per gara.

La ,fuori dal comune, prestanza fisica di Shaq.
La ,fuori dal comune, prestanza fisica di Shaq.

Migliori 10 giocatori Lakers: #3 Kareem Abdul-Jabbar

Jabbar è il capocannoniere di tutti i tempi della Lega e un atleta dominante sotto ogni aspetto. Non c’era niente da insegnarli, sapeva già tutto. Con Magic Johnson ha formato una delle coppie più potenti presenti sul parquet e ha portato a LA cinque titoli, trascorrendo 14 anni in maglia giallo-viola per diventare il leader di un universo cestistico per boards difensivi e offensivi, oltre ai blocchi. Un dio inarrivabile.

2. Magic Johnson

Magic è il più grande playmaker di tutta la storia del gioco per la sua meravigliosa abilità nel gestire i tempi di gioco e per difendere tutti e cinque i ruoli con estrema facilità, indipendentemente dall’avversario. L’ex numero 32 è stato il simbolo di una rinascita e dell‘era Showtime, vincendo 5 titoli, 3 MVP, 3 MVP delle Finals e il numero maggiore di assist per partita (11.2) nell’intera NBA. Se giocasse ora, sarebbe stato un MVP perenne ed incontrastabile sul piano tattico, in particolar modo.

Migliori 10 giocatori Lakers #1 Kobe Bryant

Avete in mente l’emozione, l’orgoglio e la soddisfazione che ha provato quando gli sono state ritirate ben due maglie? Nessuno di noi potrebbe captare quelle emozioni, se non lui. Il Black Mamba si è costruito la strada per l’Olimpo dei più grandi giocatori in giallo-viola della storia, forse il migliore di sempre. 5 campionati, 2 premi MVP delle Finals e un MVP per la Regular Season sono i numeri per la irripetibile carriera di Bryant. Il miglior realizzatore della storia dei Lakers e detentore del record per il maggior numero di partite giocate con i Lakers. Una prestazione da 81 punti nel 2006 e traghettatore di un’intera città. L’ispirazione di Michael Jordan gli ha fatto superare ogni limite e paura, per diventare una macchina perfetta.

Il maestoso step-back di Kobe Bryant.
Il maestoso step-back di Kobe Bryant.

Le quindici immagini più significative del 2016 in NBA

Le 15 immagini più significative del 2016 nella NBA

Aaron Gordon, 13 febbraio 2016, Toronto

Lo Slam Dunk Contest torna ai livelli della lotta tra Jordan e Wilkins o del dominio di Vince Carter. Lo scontro nel febbraio 2016 tra Zach LaVine e Aaron Gordon è di una qualità incredibile. L’ala dei Magic ne esce sconfitta dopo tre turni di parità con il massimo del punteggio e una schiacciata a dir poco mostruosa.

Stephen Curry, Draymond Green, 13 aprile 2016, Oakland

La faccia di chi sa di aver scritto la storia ed aver battuto un record che sembrava inarrivabile. Con la vittoria contro Memphis, i Warriors raggiungono quota 73 vittorie stagionali, superando il primato appartenuto ai Bulls di Jordan. A quella squadra apparteneva Steve Kerr, artefice di quest’altro successo. Però per Golden State la stagione non finì altrettanto bene.

Kobe Bryant 13 aprile 2016, Los Angeles

Una serata di festa allo Staples Center rende per sempre immortale (se ce ne fosse stato bisogno) uno dei migliori giocatori che abbiano calcato quel palcoscenico. L’immagine rappresenta il numero 24 gialloviola che saluta per un’ultima volta il pubblico che lo ha amato. Mamba out.

Draymond Green, 22 maggio 2016, Oklahoma City

Draymond Green colpisce con un calcio nelle parti basse Steven Adams, mettendolo ko. Questo è solo uno dei quattro flagrant fouls che impediscono al numero 23 dei Warriors di disputare gara-5 delle Finali.

LeBron James, 19 giugno 2016, Oakland

“The Block”, l’immagine più celebre di tutto l’anno. La stoppata di LeBron James su Andre Iguodala è rimasta il simbolo del dominio del “Re” sia dal punto di vista fisico sia da quello tecnico e della vittoria dei Cavaliers.

LeBron James, 19 giugno 2016, Oakland

LeBron James abbraccia il suo compagno Kevin Love e scoppia in lacrime sul parquet dell’Oracle Arena. È finalmente il titolo con la sua Cleveland, che desiderava fin da bambino e non era ancora mai arrivato.

Kevin Durant, 7 luglio 2016, Oakland

Kevin Durant va ai Golden State Warriors. La notizia rende increduli (quasi) tutti gli appassionati. KD si schiera dalla parte dei vincenti e lascia da solo Russell Westbrook, che nel frattempo ha preso più saldamente le redini della squadra.

Dwyane Wade, 15 luglio 2016, Chicago

Dopo tre anelli conquistati e tredici stagioni passate a South Beach, Dwyane Wade cambia aria. Flash approda a Chicago, dove i Bulls, insieme a Butler e all’altro neo-acquisto Rajon Rondo, hanno grandi ambizioni.

Team USA, 21 agosto 2016, Rio de Janeiro

La squadra statunitense si mette in posa per quest’immagine dopo aver vinto il terzo oro olimpico consecutivo e il sesto su sette apparizioni dal 1992, l’anno del Dream Team. Sì scontato il trionfo (+30 in finale sulla Serbia), ma il meno scontato tra tutte le sei vittorie, anche a causa di un roster privato di molte stelle.

Allen Iverson, Shaquille O’Neal, Yao Ming, 9 settembre 2016, Springfield

Tre stelle della NBA del XX e XXI secolo sono ammesse all’Hall of Fame in una serata da brividi a Springfield. Julius Erving, Bill Russell, Alonzo Mourning e Isiah Thomas presentano i tre ex-giocatori che emozionano il pubblico con i loro discorsi toccanti.

Kevin Garnett, 23 settembre 2016, Minneapolis

Nell’immagine Kevin Garnett con il pugno sul petto, uno dei suoi gesti tipici. Nel 2016, oltre a Kobe Bryant e Tim Duncan, si ritira anche KG, alla sua maniera, senza un farewell tour o una partita d’addio.

Russell Westbrook, 9 dicembre 2016, Oklahoma City

James Harden si congratula con Russell Westbrook dopo che il numero 0 ha scritto la storia. Sette triple doppie consecutive, secondo solo dietro all’inarrivabile Wilt Chamberlain. La squadra ora è definitivamente sua.

Craig Sager, 15 dicembre 2016, Atlanta

Craig Sager viene sconfitto dalla leucemia. È questa la terribile notizia che sconvolse il mondo dello sport il 15 dicembre. Una tra le icone sportive statunitensi abbandona la lotta iniziata nel 2014 e tutto il mondo si stringe a lui.

Tim Duncan, 18 dicembre 2016, San Antonio

Tim Duncan, con alle spalle i cinque Larry O’Brien Trophy, aspetta che il

gonfalone con il suo numero e il suo nome sia issato sul soffitto dell’AT&T Center di San Antonio, al fianco di molte altre leggende.

Kyrie Irving, 19 giugno 2016, Oakland

Se la stoppata di LeBron è “The Block”, il tiro da tre punti di Kyrie Irving è diventato “The Shot”, un rifacimento di ciò che decise le Finals diciotto anni prima. Il tiro della guardia dei Cavs è ciò che decise la partita e portò nell’Ohio il titolo mai arrivato prima.

“Bisogna ridurre le partite della Regular Season”

Thanks Mamba! | Nba Passion

Uno degli argomenti in voga nella pallacanestro oltreoceano è la durata della Regular Season NBA, e Kobe Bryant, uno dei giocatori più forti e mediatici della storia della National Basketball Association, è del parere che la stagione regolare sia troppo lunga, e che a causa di ciò e dell’intensità delle partite NBA, aumenti il numero di infortuni nella lega. Come riportano gli insiders di ESPN.com Baxter Holmes e Tom Haberstroh, Bryant avrebbe detto:

Non si può andare avanti così in stagione, ci sono troppi infortuni: si sta privilegiando la quantità sulla qualità delle partite. Se c’è la reale volontà di ridurre il programma delle gare, lo si riduce e si cerca un modo per aumentare gli ascolti televisivi, perché ora ogni partita di regular season è una m***a.

La leggenda dei Los Angeles Lakers, fresco del ritiro, ha poi aggiunto che non ha mai creduto ad una riduzione del numero di partite in Regular Season sino ad oggi. La ragione principale per cui Kobe crede che il numero di infortuni è in progressivo aumento, è che molti professionisti della NBA vengono impegnati anche in eventi amatoriali che li consumano mentalmente e fisicamente:

Kobe Bryant
Kobe Bryant

Guardando il mio passato, ho giocato a calcio fino a quando avevo circa 14 e così quando sono tornato negli Stati Uniti dall’Italia, appunto a 14 anni, in quel momento gli eventi amatoriali organizzati negli USA erano moltissimi, e ho0 letteralmente giocato a basket tutto giorno, ogni giorno, ogni torneo, in tutto il mondo, il che non ha fatto altro che consumare la cartilagine del mio ginocchio, il che spiega il motivo per cui avevo poca cartilagine al ginocchio nel 203.

Gli insiders Holmes e Haberstroh, hanno fatto notare un particolare: i giocatori di rotazione hanno perso 61 gare dei Playoff nel 2016, dato più alto registrato negli ultimi vent’anni e tre volte tanto il numero di partite perse dai giocatori di rotazione tra il 1996 ed il 1999. La soluzione che Bryant propone a questo aumento vertiginoso del numero di infortuni durante la stagione regolare, è quello di ridurre il numero di gare. L’ormai ex guardia dei Lakers ha poi fatto notare come dovrebbero essere raccolte più informazioni sulla dieta e sull’allenamento di ogni singolo atleta.

Accorciando la stagione NBA, però, la lega avrebbe un grosso problema: il denaro. Nel 2014, la lega americana ha firmato contratti televisivi per un totale di 24 miliardi di dollari in nove anni con ESPN e TNT. Questi accordi, ovviamente, garantiscono la trasmissione di un numero minimo di partite ogni anno. Altra questione che andrebbe ad intaccare le entrate della NBA è la vendita dei biglietti per le partite, soprattutto per le singole franchigie. Giocare meno partite significa ottenere meno introiti dai biglietti venduti, rendendo ogni eventuale cambio di calendario un grosso problema per i proprietari delle franchigie di tutta la lega.

Per NBAPassion.com,
Gabriel Greotti (@GabrielGreotti on Twitter)

Generations Duel: Michael Jordan vs Kobe Bryant

1vs1-Ecco-lo scontro che avremmo voluto vedere tutti: i due al massimo della forma

Oggi vorrei inaugurare questa nuova rubrica, dove si metteranno a confronto leggende del passato con campioni del presente, con lo scontro che tutti avrebbero voluto vedere nel momento in cui entrambi erano al massimo della forma: Michael Jordan contro Kobe Bryant.

Ecco lo scontro che avremmo voluto vedere tutti: i due al massimo della forma
Ecco lo scontro che avremmo voluto vedere tutti: i due al massimo della forma

I Numeri

Le statistiche parlano chiaro: Kobe è stato più longevo e duraturo, MJ più prolifico e vincente. Bryant ha disputato venti stagioni, tutte da Laker, in cui ha segnato un totale di 33.643 punti, contro i 32.292 di Jordan. Da un altro punto di vista però il numero 23 di Chicago nelle sue quindici stagioni ha collezionato una media punti totale di 30.1 a partita e tra quelle stagionali non è mai sceso sotto i 20, neanche nell’anno 2002/03, a 40 anni. Invece le medie punti di Bryant sono 25 quella totale e 7.6 la media stagionale meno alta, nella stagione d’esordio ‘96/’97. Per quanto riguarda i Playoffs, MJ detiene il

Qui i due in uno deglli scontri in partita
Qui i due in uno degli scontri in partita

 

primato sia nei totali che nelle medie a partita, nonostante li abbia disputati solo 13 volte a fronte dei 15 del Laker. Le statistiche di Jordan sono incredibili: 33.4 punti, 5.7 assist e 6.4 rimbalzi a partita contro i 25.6, 4.7 e 5.1 dell’avversario.

Il Palmares

La fama di vincenti di entrambi i campioni è nota per i trionfi quando il gioco si fa duro: le Finals. Jordan ha un ruolino di marcia immacolato, con sei vittorie (’91-’92-’93-’96-’97-’98) e nessuna sconfitta; invece il “Black Mamba” ha cinque

Ecco Jordan dopo il terzo titolo vinto
Ecco Jordan dopo il terzo titolo vinto

vittorie (’00-’01-’02-’09-2010) e due sconfitte (’04-’08). Sempre riguardo le Finali NBA, MJ detiene il record di sei NBA Finals MVP, in ogni sua vittoria, mentre Bryant ne ha ottenuti due (’09 e 2010). Invece per quanto

riguarda i premi stagionali Jordan vanta cinque titoli di Miglior Giocatore stagionale (’88-’91-’92-’96-’98), uno di Miglior Difensore (1988), uno di Rookie dell’anno (1985) e un record di dieci titoli di Miglior Realizzatore stagionale (dal ‘87 al ‘93 e dal ’96 al ’98). Invece il figlio di Joe Bryant ha ottenuto un titolo di MVP (’08) e due volte quello di Miglior Marcatore (’06-’07). Anche l’All-Star Game è stato un evento fondamentale per entrambi, il giocatore dei Bulls vi ha partecipato 14 volte (tra il ’85 e il ’93, tra il ’96 e il ’98 e nel ’02 e ’03) e ha vinto il titolo di MVP dell’evento tre volte (’88-’96-’98). Kobe ha disputato l’All-Star Game 18 volte (’98 e dal ’00 al 2016) e ne ha vinto l’MVP quattro volte (’02-’07-’09-2011).

La Partita

La partita più importante e, di conseguenza, famosa della carriera di Michael Jordan è certamente la gara-6 delle NBA Finals 1998, l’ultima partita che il giocatore dei Bulls disputò prima del suo ritiro. Jordan

Two words: "The Shot"
Two words: “The Shot”

concluse il match con 45 punti, ma ciò che è, e sarà per sempre, impresso nella mente dei tifosi sono gli ultimi 40 secondi di quel

match: la penetrazione di MJ, la rubata al “Postino” Malone e l’ultimo tiro che Jordan mise in maglia Bulls, isolamento, con un crossover sbilancia il difensore Russell e infila il canestro per l’87-86 finale per Chicago, che vale il suo secondo three-peat. Non c’è nulla da dire: è storia.

Kobe Bryant invece ha giocato numerose partite sontuose, come gli

Unico e inconfondibile: il fadeaway
Unico e inconfondibile: il fadeaway

81 punti contro i Toronto Raptors, ma ho voluto selezionare gara-6 delle Finali di conference 2010 contro i Phoenix Suns. 37 punti per Kobe in 40 minuti. Una partita normale si potrebbe dire, ma non è così. Gli ultimi 9 punti in due minuti, per ricacciare indietro i Suns che con un gran parziale dal -18 si erano portati al -3; quei jumper in fade-away, cadendo all’indietro, che possono entrare solo a lui, all’altro campione di cui stiamo parlando e a pochi altri.

L’immagine

L’immagine che sintetizza la carriera di MJ non è l’ultimo tiro contro i Jazz, ma è gara-1 delle NBA Finals 1992, contro i Portland Trail Blazers; Michael è ritratto a mani aperte, dopo

MJ, dopo la sesta tripla
MJ, dopo la sesta tripla

aver segnato l’ennesimo tiro da tre punti nel primo tempo (6, record NBA), che costituiscono solo quasi la metà dei punti totali all’intervallo, 35 (anch’esso record NBA).

Quell’espressione che dice implicitamente “Non ci posso fare nulla, oggi mi entrano tutte” riguardo al 60% nel tiro da 3 con cui sta punendo i Blazers, che concluderanno la partita con uno scarto di -33.

Per Kobe invece non si può far altro che scegliere la foto che raffigura il numero 24 gialloviola in piedi sul tavolo dei commentatori, con le braccia distese, in una mano il pallone di gara e sulla testa il cappello con su scritto “NBA Champions”. È gara-7 delle NBA Finals 2010, partita secca, si decide il titolo tra i Lakers e i Celtics. Dopo una partita molto tirata e un “Black Mamba” che nei primi tre quarti tira

Kobe festeggia il quinto titolo
Kobe festeggia il quinto titolo

appena col 5/20, Los Angeles recupera 13 punti e trionfa per 83-79. Bryant segna 10 punti nell’ultimo quarto e conclude la partita con 25 punti. È l’11° titolo per Phil Jackson che, come dice Buffa “Dovrà impiantarsi una protesi per tenere tutti gli anelli”. La foto è emblematica perché rappresenta il numero 24 che, con il suo quinto titolo, si avvicina sempre più a colui che ha sempre inseguito e voluto sorpassare, soprattutto nell’immaginario comune: il numero 23.

L’impatto sul gioco

Le due leggende hanno sicuramente qualcosa in comune: hanno entrambi rivoluzionato il gioco.

MJ, quando entrato dalla porta principale, il Draft, ha trovato una Lega dominata dai lunghi o, comunque, da un gioco molto interno, in cui il nucleo delle azioni era situato nel centro dell’area e le squadre erano sempre basate su

Non abbiamo pensato solo noi al magnifico confronto
Non abbiamo pensato solo noi al magnifico confronto

un gran centro o una buona asse play-pivot: l’NBA era monopolizzata da Kareem Abdul-Jabbar, Robert Parish, Kevin McHale, Bill Walton, che hanno ricevuto l’eredità di Wilt Chamberlain e Bill Russell. Ma stava già arrivando una generazione di piccoli molto influente, guidata da giocatori come Magic Johnson e Isiah Thomas.

Jordan è stato l’anello di congiunzione tra il “gancio-cielo” di Abdul Jabbar e le valanghe di tiri da tre di Curry e Thompson. Michael ha portato il basket ad un altro livello ed è per questo che è conosciuto come “Il miglior giocatore di sempre”, oltre che essere un vero e proprio vincente.

Kobe invece è stato il successore di MJ, per questo motivo c’è sempre stato bisogno di confrontarli. Il gioco, per una buona parte di entrambe le carriere, è stato il medesimo, il “Triangolo”, adoperato da Phil Jackson, e anche i risultati sono stati pressoché gli stessi, sei titoli per MJ, cinque per Kobe. Kobe ha visto realizzarsi il ‘progetto’ che il numero 23 dei Bulls aveva iniziato e da una Lega dominata da lunghi si è passati ai piccoli e a un basket molto più esterno.

Le conclusioni

Jordan o Kobe, come direbbe l’Avvocato Buffa “è come scegliere tra il padre e la madre”, se chiedessimo al pubblico comune il risultato sarebbe già scritto, dominerebbe MJ: ormai per molti è più un’icona di lifestyle che una leggenda sportiva. Se invece si chiedesse agli appassionati il risultato sarebbe leggermente diverso: è semplice, il secondo è una reincarnazione del primo: lo stesso fadeaway, lo stesso coinvolgimento dei compagni (forse

Troppo, troppo uguali
Troppo, troppo uguali

Kobe un po’ più egoista) e la stessa insaziabile fame di vittoria, quasi a livello epico. È proprio questo ciò che più accomuna le due leggende: uno è “The Black Mamba”, un serpente che non si nutre di sangue, ma di vittorie; l’altro aveva lasciato il basket, ma quella fame e l’amore per il basket, non lo facevano dormire, allora è tornato per vincere.

Una risposta indiscutibile non è possibile averla, e non si avrà mai, ma ciò che è certo è che questi due giocatori hanno fatto la storia del gioco e sono state le due guardie più influenti nella storia del basket e due tra i giocatori più forti della storia. Nessuno smetterà mai di chiederselo: Micheal o Kobe, Jordan o Bryant, His Airness o The Black Mamba?

Throwback Time: Kobe alla Virtus Bologna

Era appena iniziata la stagione di Serie A di basket 2011/12, ma l’attenzione su essa non era mai stata così alta. Tutta Italia era in fermento e non solo gli appassionati della palla a spicchi, stava avvenendo un evento di importanza nazionale, nelle ultime due settimane di settembre non si parlava di altro, anche ai telegiornali di punta, dove di basket non si è mai annunciata alcuna notizia.

Kobe incontra i fans italiani
Kobe incontra i fans italiani

“Il miglior giocatore del mondo viene a giocare a Bologna” era l’affermazione rilasciata ai maggiori quotidiani sportivi da Carlo Sabatini, patron di una delle squadre più vincenti del panorama cestistico italiano, la Virtus Bologna; si parlava ovviamente di Kobe Bryant, reduce da due campionati vinti con i Los Angeles Lakers. A causa del lockout NBA ciò che poco tempo prima sembrava una follia era quasi realtà. L’unica faccenda da sbrigare era il contratto, perché fin da subito c’era il pieno consenso del campione e del suo procuratore. Le opzioni contrattuali erano ambigue, all’inizio si parlava di giocare fino a Natale, poi arrivò la proposta più importante: dieci partite per un ingaggio totale di 3 milioni di euro, tra il 9 ottobre e il 16 novembre 2011, un tour tra tutti i principali palazzetti italiani per il giocatore, amatissimo dagli italiani.

Kobe declinò l’offerta, l’NBA avrebbe potuto riprendere da un momento all’altro e non valeva la pena rischiare di perdere più di un mese di regular season. Sabatini non si diede per vinto e piazzò un’ultima strabiliante offerta per

Bryant in mezzo alla folla calorosa in Italia
Bryant in mezzo alla folla calorosa in Italia

portare il pupillo gialloviola nella capitale della pallacanestro italiana: 2 milioni di euro per giocare 40 minuti, una normalissima partita per Kobe, sicuramente meno per i tifosi, contro la Benetton Treviso, all’Unipol Arena, il 12 ottobre 2011. L’offerta però era troppo onerosa, il numero 24 avrebbe disputato volentieri quella partita, ma gli sponsor non ci furono nel momento del bisogno. Non si riuscì ad arrivare al budget necessario a portare Bryant in Italia, saltò tutto. Un sogno per milioni di appassionati poté rimanere solo tale e in pochi giorni arrivò la smentita.

Kobe fu oggetto anche di una petizione, lo scorso inverno, di alcuni tifosi per portare il Laker a giocare la sua ultima partita nella città in cui trascorse qualche anno della sua vita e a cui lasciò molto, Reggio Emilia. Gli italiani lo amano, lo vogliono, perché se è diventato il più forte al mondo è anche un po’ merito nostro e, se non sono riusciti a vederlo sul parquet, lo hanno ammirato in TV, accomunati da un solo grido “We want Kobe”.

Stats Corner: Kobe Bryant chiude da leggenda la sua carriera mostruosa, Warriors superano il record dei Bulls delle 72 vittorie stagionali

E’ terminata una Regular Season avvincente, combattuta, in bilico (come ad Est), con record su record distrutti. Questa notte, si è conclusa con 14 partite. Kobe Bryant ha salutato tutto il mondo del basket con una prova da 60 punti; ha salutato da vincente; contro gli Utah Jazz ha guidato i Los Angeles Lakers alla loro ultima vittoria col 24 in campo. Hanno ringraziato gli Houston Rockets che, approfittando delle 2 sconfitte consecutive della franchigia di Salt Lake City si sono qualificati alla post season. Ma la notizia più clamorosa della notte, è arrivata dalla “Oracle Arena”:contro i Memphis Grizzlies, i Golden State Warriors hanno centrato la 73^ vittoria stagionale in Regular Season; con buona pace del record 72-10 dei Chicago Bulls 1995/1996 ormai superato. Si è conclusa la miglior RS della storia dei Toronto Raptors che, battendo per 103 a 96 i Brooklyn Nets, si sono avvicinati nettamente in classifica ai Cleveland Cavaliers,distanti una sola vittoria e sconfitti dai loro prossimi rivali ai playoff, i Detroit Pistons. Definite tutte le posizioni  della spettacolare rincorsa al 3° posto ad Est: i Miami Heat si sono fatti rimontare 26 punti dai Boston Celtics che, vincendo, hanno mantenuto il 5° posto ed evitato lo scontro in Florida al 1° turno; Charlotte ha chiuso al 6° posto una entusiasmante rincorsa; gli Atlanta Hawks si sono piantati al 4° posto in virtù della sconfitta contro i Washington Wizards. Boban Marjanovic ha segnato 22 punti conducendo i San Antonio Spurs alla 67^ vittoria stagionale; Mirza Teletovic ha chiuso in bellezza con 22 punti utili a far incappare i Los Angeles Clippers in una sconfitta contro i Phoenix Suns; Mirotic(32 punti) e Holliday(career-high di 29 punti) hanno aiutato i Chicago Bulls a chiudere questa dannata stagione con una vittoria contro i Philadelphia 76ers.

Ecco i numeri più importanti della notte NBA:

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Kobe Bryant ha chiuso la sua carriera leggendaria

Kobe Bryant ha chiuso la sua carriera da Star come una Star. Nonostante le mille difficoltà, i mille problemi fisici, i mille problemi dei Los Angeles Lakers, Kobe Bryant ha salutato da vincente. Kobe Bryant ha segnato 60 punti, con 22 canestri dal campo su 50 tentativi, con un 10 su 12 dalla lunetta. A 37 anni e 234 giorni,  Kobe Bryant è diventato il giocatore più vecchio ad aver realizzato una partita da 60 punti. Prima di Kobe, l’ultimo giocatore a provare 50 tiri dal campo fu Rick Barry il 5 febbraio 1967. Nella sua carriera, il 24 gialloviola ha avuto 6 partite da 60 punti: solo Wilt Chamberlain, con 32 partite da 60 punti, ne ha realizzate di più. Kobe Bryant ha concluso la carriera con 33,643 punti a referto, con una media di 24,99 punti a partita(come Kareem Abdul-Jabbar e Dominique Wilkins). Le medie si sono abbassate nettamente nella sua ultima stagione NBA: per concludere con 25 punti di media doveva realizzare 67 punti contro gli Utah Jazz(gli mancavano giusto 7 punti). In questa sua ultima stagione ha chiuso con 17,6 punti di media, che è la 2^ media migliore di un giocatore che va in pensione: al 1° posto c’è Michael Jordan, che chiuse la sua ultima stagione con i Wizards con 20 punti a partita.

-A Dallas, per la prima volta Marjanovic è stato il miglior realizzatore degli Spurs. Gli Speroni, in tutta la stagione, hanno concesso di media 92.9 punti a partita: per la 21^ stagione consecutiva, la franchigia di San Antonio ha concesso meno di 100 punti di media agli avversari.

-La Regular Season ha regalato una spettacolare lotta anche per il titolo di miglior marcatore. A contrapporre Steph Curry, c’era James Harden. The Beard ha chiuso la stagione con 28.98 punti di media, dietro ai 30.1 di media di Curry, ma si è concesso il lusso di superarlo nella classifica di più punti segnati: 2376 punti in 82 partite per Harden, 2375 in 79 partite per Curry

-Numerose lodi per Isaiah Thomas. Thomas ha segnato un team-high di 21 punti contro i Miami Heat, conducendo i Boston Celtics ad una grande rimonta( rimonta partita sul 60-26; mai i Celtics avevano recuperato un deficit così grande). Isaiah Thomas ha chiuso la stagione con 1823 punti e 509 assist. Thomas, 2^ scelta dei Sacramento Kings nel 2011, è stato il 1° giocatore a non essere una prima scelta al Draft a chiudere la stagione con almeno 1800 punti e 500 assist da Gus Williams, 2^scelta nel 1975.

sorpasso
Record dei Golden State Warriors: 73-9 in stagione

 

-Steph Curry ha concluso questa straordinaria stagione con 46 punti a referto. Egli diventa il 6° giocatore dei Warriors a vincere il titolo del miglior marcatore stagionale: l’ultimo fu Rick Barry nel 1966/67; il 1° fu Joe Fulks, che vinse il titolo marcatori nel 1946/1947 con i Philadelphia Warriors. Steph Curry e Allen Iverson sono gli unici playmaker che hanno chiuso la stagione con 30 punti di media negli ultimi 20 anni. Steph è il primo giocatore dei Warriors a chiudere la stagione con 30 punti di media da Rick Barry. L’altro giocatore  ad aver chiuso una stagione con 30.0 di media fu Wilt Chamberlain. Ma quando si parla del numero 30, non si finisce mai. Con le 10 triple messe a referto contro i Grizzlies, ha impostato il nuovo record di triple messe a segno in stagione: 402. La scorsa stagione, da MVP, ha chiuso con 23.8 punti di media. Questa stagione ha migliorato le proprie medie di 6.3. Questo è il più grande aumento che un MVP in carica abbia mai prodotto. Nelle 79 partite in cui ha giocato, il play ha segnato almeno una tripla. Proprio contro i Grizzlies, è diventato anche il giocatore ad aver recuperato più palloni, 2,14 contro i 2,13 di Ricky Rubio

-Pur non giocando contro i Pistons, LeBron James ha chiuso la stagione con 25.3 punti di media. E’ la 12^ stagione consecutiva in cui il prescelto chiude con più di 25 punti di media, superando il record di 11 stagioni consecutive da più di 25 punti di media di Jerry West( a partire dalla stagione 1961/1962) e Karl Malone( dalla stagione 1987/88)

-I Minnesota Timberwolves hanno chiuso la stagione con un 144-109 contro i poveri Pelicans, sparando col 65,1% dal campo. Sorprendentemente, nelle 3 partite in cui una squadra ha superato il 65% dal campo in stagione, Minnesota è presente 2 volte(68,4%contro i Nets il 5 marzo). Karl-Anthony Towns ha terminato la sua stagione da rookie con 28 punti e 14 rimbalzi. Towns è il 7° rookie a concludere una stagione con almeno 18 punti e 10 rimbalzi di media. Gli altri, in elenco, sono: Sidney Wicks(24,5 punti e 11,5 con i Blazers nel 1971/72); Larry Bird(21.3 e 10.4 il 1979/80 con i Celtics); Ralph Sampson(21 e 11.1 con i Rockets nel 1984/85); Hakeem Olajuwon(20.6 e 11.9 con i Rockets 1984/85); Tim Duncan (21.1 e 11.9 con gli Spurs nel 1997/1998); Blake Griffin(22.5 e 12.1 con i Clippers il 2011/2012)

Lakers, Kobe Bryant parla della sua condizione fisica: “Mi sento orribile”

La pausa dell’All-Star Weekend non poteva arrivare in un momento migliore.

Avere 37 anni, subire due importanti infortuni negli ultimi 3 anni e mantenere comunque una media di 25.2 punti nelle partite disputate nel mese di Febbraio non deve essere facile, neanche se ti chiami Kobe Bryant.

Il Black Mamba lo sa e, di fatto, la sua condizione fisica è tutt’altro che ottimale, al punto di auto-definire il suo stato di salute ‘orribile’ ai microfoni della ‘ESPN’: “Sento di essere in condizioni orribili. Le mie caviglie, le mie ginocchia, tutto”.

Una stanchezza fisica ma anche psicologica, che non consente a Bryant di giocare in condizioni del tutto ottimali. Alla domanda postagli dai giornalisti su cosa odiasse di questo “tour di addio”, infatti, ecco cosa ha risposto Kobe: “Che noi [Lakers] facciamo schifo”.

Insomma, un buon motivo per attendere con piacere questo All-Star Weekend dove, All-Star Game a parte, Kobe Bryant potrà beneficiare di ben 7 giorni senza alcuna partita in programma. Un periodo di riposo che permetterà al #24 in maglia Lakers di ricaricare le batterie e tornare in piena forma in vista dell’ultima parte di stagione.