La Serbia continua a perdere pezzi: anche Nemanja Nedovic sarà assente al Mondiale. A due settimane dalla FIBA World Cup 2023, la squadra di coach Pesic sta chiudendo la sua preparazione e, dopo aver giocato il Torneo dell’Acropoli, Nedovic ha preso una decisione importante, decidendo di non disputare il Mondiale 2023. La ragione della sua assenza è tuttavia sconosciuta come riporta il portale serbo Mozzart Sport.
Serbia, assente anche Nemanja Nedovic al Mondiale
La Serbia, come detto, continua a perdere i suoi pezzi pregiati. Saranno assenti infatti Nikola Jokic, Vasilije Micic, Aleksej Pokusevski, Nikola Kalinic e Vladimir Lucic, con i primi due che resteranno negli Stati Uniti per preparare la nuova stagione. Nonostante ciò, la Serbia avrà Bogdan Bogdanovic come capitano, affiancato da Aleksa Avramovic, Dejan Davidovac, Ognjen Dobric, Marko Guduric, Nikola Jovic, Stefan Jovic, Vanja Marinkovic, Nikola Milutinov, Filip Petrusev, Aleksa Radanov, Dusan Ristic e Borisa Simanic.
Nelle due amichevoli di Atene, la Serbia ha ottenuto una vittoria contro la Grecia e una sconfitta contro l’Italia. Nedovic ha tirato con lo 0 su 3 dal campo con due assist contro i padroni di casa del torneo ed ha chiuso a 0 anche contro l’Italia. La prossima partita amichevole della Serbia sarà contro Porto Rico. Successivamente, la squadra guidata da Svetislav Pesic si recherà in Cina e affronterà la Cina e il Brasile rispettivamente il 20 e il 21 agosto per poi fare l’esordio iridato nel gruppo B il 26 agosto contro la Cina.
Nonostante l’assenza del giocatore del Partizan Belgrado, la Serbia, come detto, può contare su giocatori di grande qualità. Coach Pesic ha infatti a disposizione un gruppo fondato da veterani e giovai di enorme prospettiva. Dove potranno arrivare le Aquile Bianche?


e tempo non di guerra”. Logico e fisiologico quindi che un popolo abituato alle ricostruzioni riesca a porre velocemente e bene le basi per il rilancio di quella che è la selezione di punta dell’intero movimento sportivo locale. Undicesimi ad Atene 2004 e Tokyo 2006, noni all’Eurobasket casalingo del 2005: segnali scoraggianti, preludio al quattordicesimo posto di Spagna 2007. Da lì, la risalita: le qualificazioni all’Europeo polacco che videro i serbi superare l’Italia, l’argento immediato nel 2009 contro la Armada Invencible e in un batter d’occhio siamo arrivati fino al 2016.
Già, la tradizione, quella che se avessimo seguito anche noi, ora staremmo festeggiando il viaggio olimpico. Perché i serbi, al contrario di noi, sono a Rio perché hanno seguito il solco tracciato da chi è venuto prima di loro. Noi e il nostro postmodernismo fatto di showtime, penetrazioni a testa bassa, isolamenti, triple, cose fatte strane, siamo rimasti a casa, mentre la Serbia ha raggiunto il risultato con le sue antichità sempre attuali: nella propria metà campo aiuto e recupero, difensori distanti dall’attaccante ma non troppo, marcatura fisica solo nella zona della palla e sotto canestro, mentre in attacco movimento costante di uomini e pallone, circolazione interno-esterno ed esterno-interno, e giocatori che, prendendo posizione, lasciano sguarnita una porzione del campo che occupata in corsa dal tagliante diventa non difendibile. Sasha Djordjevic con pochi semplici accorgimenti, ha impostato una nazionale che inseguiva l’obiettivo a cinque cerchi dal 2004. Oltre a questo, alla fine ha fatto la differenza l’identità volitiva della Serbia più forte di sempre, che è