Che il Nostro Marco Stefano Belinelli sia un gran giocatore credo fosse chiaro già dalla notte dei tempi quasi. Mortifero tiratore e Q.I. cestistico fuori dalla norma fanno di lui, ormai da anni, un pezzo pregiato per ogni attacco della Lega. Dai Bulls, che complici infortunii delle stelle si è caricato sulle spalle, agli Spurs, dove nonostante un minutaggio non sempre considerevole ha imposto la sua ragione, sotto forma di onniscienza tattica.
Si è guadagnato il rispetto di tutti, nel Texas, ma una persona in particolare ha sempre apprezzato la sua inteligenza cestistica: parliamo di coach Popovich. Pop, ripeteva spesso, quelle poche volte che decideva di parlare, che Marco vedeva le cose un tempo prima degli altri e si muoveva negli spazi in un modo unico.
A mettere il carico a tutto questo, ci ha pensato Rajon Rondo; sublime playmaker che negli anni ha avuto a che fare con più di una shooting guard di qualità.
I due neo Kings hanno da subito trovato un’intesa vincente, il che fa presagire buone cose per una squadra che fa dell’attacco il suo biglietto da visita.
Il numero 9 da Louisville si è fatto subito amare da tifosi e compagni, per esperienza, lavoro duro, e non ultime una grandinata di triple-doppie che hanno di certo aiutato a velocizzare il processo e a farsi rimpiangere in quel di Dallas.
Se in queste prime battute è stato lui a ricevere gli elogi dei compagni (primo su tutti Cousins), questa volta è stato Rajon a spendere parole al miele per uno di loro: “Amo Marco, lui si muove velocemente senza palla, non si ferma mai. E’ un sogno per una point guard avere una guardia tiratrice così”. E non è tutto, arriva a fare di più, paragonando il modo di giocare di Belinelli, e i giochi chiamati per lui, a quelli che un tempo venivano chiamati per un altro sublime tiratore, Walter Ray Allen: “Quando hai un tiratore come Belinelli cerchi di utilizzarlo dietro i blocchi. Koufos e Cousins gli aprono la strada come facevano Garnett e Perkins con Ray Allen”.
Certo il paragone è lusinghiero all’ennesima potenza, e va preso per quelo che è. I Kings non saranno mai quei Celtics, e probabilmente il Beli non sarà mai Jesus Shuttlesworth; ma noi tutti, e i Kings, facciamo come il calabrone, che non sa di non poter volare e per questo lo fa. Non saranno mai i Celtics, probabilmente non vinceranno mai nulla, non approderanno ai playoff, o quello che volete, ma che bello vederli giocare insieme.
popovich
76ers, Popovich difende l’allievo Brett Brown: “Avrei mollato dopo un mese”
Tempi duri in casa 76ers e non da oggi, purtroppo. 32 anni dall’ultimo titolo, 14 dalle ultime Finals, 3 anni dagli ultimi Playoffs. E, proprio dal 2012, è partita la lenta ricostruzione del GM Sam Hinkie, basata sui giovani talenti provenienti dal Draft. Una scelta che è stata elogiata e criticata ma che, fino ad ora, ha comportato un misero record di 71-175 nel corso delle ultime 3 stagioni e uno 0-10 momentaneo che non fa certamente ben sperare per l’attuale stagione.
Difficile allenare di questi tempi a Philadelphia, già. Ne saprà sicuramente qualcosa Brett Brown, coach dei 76ers dal 2013 che, a seguito della difficile situazione che sta vivendo ormai da diverso tempo, ha ricevuto un messaggio solidale da parte di un vecchio amico, Gregg Popovich: “Brett [Brown, n.d.r.] è una delle persone più positive che io conosca. Al suo posto avrei mollato dopo un mese”.
Coach Brown, che a San Antonio ha trascorso parecchi anni della sua vita nello staff di Popovich prima di intraprende l’esperienza con i 76ers, è rimasto colpito dalle parole espresse nei suoi confronti, ribadendo inoltre di non avere rimorsi rispetto alla scelta intrapresa: “Sono state 3 stagioni sicuramente difficili ma non mi pento di avere scelto Philadelphia”. Parole d’amore che saranno sicuramente state apprezzate da dirigenza e tifosi.
In molti si chiedono se, quella intrapresa dai 76ers, sia la strada giusta da perseguire e sicuramente se lo sarà domandato spesso anche coach Brown. Impossibile dirlo adesso: i risultati (positivi o negativi che siano) li potremmo commentare solo a partire dalla prossima stagione. Una cosa è certa però: riceve parole di sostegno, da sempre una marcia in più per credere in ciò che si fa.
Per NBAPassion,
Mario Tomaino (@Mariot_22 on Twitter)
I San Antonio Spurs si sono ritrovati nella notte NBA a sfidare i Sacramento Kings dell’ex Marco Belinelli: in estate il nazionale azzurro ha deciso di salutare il Texas per cercare di trovare fortuna in California, agli ordini di Karl, dopo l’anello vinto con coach Popovich.
Proprio il tecnico degli Speroni ha speso parole al miele per Belinelli a Tom Orsborn del San Antonio Express-News: “Mi manca in squadra un giocatore come Marco, è un bravissimo ragazzo, ed anche un ottimo giocatore. Ha un grande senso dell’humor ed in campo aveva una intelligenza non comune a molti giocatori. Manca a tutti noi.”
BREAKING NEWS: USA, Gregg Popovich sarà il nuovo head coach dal 2017 al 2020
La Nazionale USA di basket ha nominato il nuovo head coach che sostituirà Mike Krzyzewski: sarà Gregg Popovich, allenatore dei San Antonio Spurs, cinque volte campione NBA.
L’incarico diventerà effettivo nel 2017 ed avrà termine (qualora non fosse prorogato) fino al 2020: dopo le Olimpiadi di Rio 2016, Popovich proverà a portare i suoi concetti di gioco di squadra, giunti al massimo livello a San Antonio, anche con la nazionale statunitense, vincitrice dell’ultimo mondiale e candidata numero 1 alla vittoria delle Olimpiadi.
Bennett, Spurs e Raptors le franchigie interessate all’ormai ex Wolves
Dopo la bomba del possibile buyout di Bennett con i Wolves (affare confermato da Wojnarowski), già si sono fatte sotto alcune franchigie interessate all’ex prima scelta dei Cavaliers, girato a Minnesota nell’ambito dell’affare Love.
L’amore però con i Wolves non è sbocciato, complice la presenza di Dieng nello slot di ala grande e il nuovo arrivo di Towns. Adesso però sulle sue tracce secondo Alex Kennedy ci sarebbero già due franchigie: i San Antonio Spurs con Popovich che sarebbe molto interessato a portarlo in Texas, convinto che ci sia del talento in lui, ed i Toronto Raptors che vorrebbero portare in Canada un giocatore canadese come lui.
JOHANNESBURG, 16 luglio 2015 – La National Basketball Association (NBA) e la National Basketball Players Association (NBPA) hanno annunciato oggi la lista completa dei giocatori che parteciperanno al primo match NBA in Africa, in programma il 1° agosto all’Ellis Park Arena di Johannesburg, Sudafrica.
L’NBA Africa Game 2015, già sold-out, vedrà sfidarsi Team Africa e Team World, e verrà giocato per supportare Boys & Girls Clubs of South Africa, SOS Children’s Villages Association of South Africa e la Nelson Mandela Foundation. La partita sarà trasmessa in diretta negli Stati Uniti su ESPN alle 9:00 ET e in Sudafrica su SuperSport alle 15:00 ora locale.

CLEVELAND, OH – APRIL 2: Luol Deng #9 of the Miami Heat drives to the basket against the Cleveland Cavaliers during the game on April 2, 2015 at Quicken Loans Arena in Cleveland, Ohio. Copyright 2015 NBAE (Photo by David Kyle/NBAE via Getty Images)
Il Team Africa, composto da giocatori africani fino alla seconda generazione, comprenderà il capitano e due volte NBA All-Star Luol Deng (Miami Heat, Regno Unito; nato nel Sud Sudan), Al-Farouq Aminu (Portland Trail Blazers; Stati Uniti ma con genitori nigeriani), Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks; Grecia ma con genitori nigeriani), Nicolas Batum (Charlotte Hornets; Francia ma con genitore camerunense), Bismack Biyombo (Toronto Raptors; Repubblica Democratica del Congo), Boris Diaw (San Antonio Spurs; Francia con genitore senegalese), Gorgui Dieng (Minnesota Timberwolves; Senegal), Festus Ezeli (Golden State Warriors; Nigeria), Serge Ibaka (Oklahoma City Thunder, Congo)* e Luc Mbah a Moute (Sacramento Kings, Camerun).

LOS ANGELES, CA – MAY 14: Chris Paul #3 of the Los Angeles Clippers handles the ball against the Houston Rockets in Game Six of the Western Conference Semifinals during the 2015 NBA Playoffs on May 14, 2015 at Staples Center in Los Angeles, California. Copyright 2015 NBAE (Photo by Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images)
Il Team World, formato da giocatori del resto del mondo, includerà il capitano, presidente del NBPA e otto volte NBA All-Star Chris Paul (Los Angeles Clippers, Stati Uniti); Bradley Beal (Washington Wizards: Stati Uniti), Kenneth Faried (Denver Nuggets, Stati Uniti), Marc Gasol (Memphis Grizzlies, Spagna), Pau Gasol (Chicago Bulls; Spagna), Jeff Green (Memphis Grizzlies; Stati Uniti), Marcus Smart (Boston Celtics; Stati Uniti; Evan Turner (Boston Celtics; Stati Uniti) e Nikola Vucevic (Orlando Magic; Montenegro).
Il cinque volte Campione NBA Gregg Popovich allenerà il Team Africa, e avrà come assistenti l’NBA Coach of the Year 2014-15 Mike Budenholzer degli Atlanta Hawks, e l’assistant coach degli Oklahoma City Thunder Monty Williams. Il General Manager dei Brooklyn Nets, Billy King, e il General Manager dei Toronto Raptors, Masai Ujiri, saranno i general manager del Team Africa, mentre Eric Waters (Washington Wizards) avrà il ruolo di preparatore atletico.
Il coach dei Brooklyn Nets Lionel Hollins guiderà il Team World, e avrà come assistente il coach dei Boston Celtics, Brad Stevens. Il General Manager dei San Antonio Spurs, R.C. Buford, è il general manager del Team World, mentre Keon Weise (Orlando Magic) sarà il preparatore ateltico.
Anche il commissioner NBA Adam Silver, l’NBA Global Ambassador Dikembe Mutombo (Repubblica Democratica del Congo) e l’NBA Africa Ambassador Hakeem Olajuwon (Nigeria) parteciperano all’evento.
La partita si terrà in occasione della 13° edizione di Basketball without Borders (BWB) Africa, il programma globale di NBA e FIBA rivolto allo sviluppo della pallacanestro e alla sensibilizzazione della comunità, che ha raggiunto, dal 2003 a oggi, i 1.000 partecipanti, provenienti da 31 nazioni africane.
Come parte delle iniziative di BWB e di NBA Africa Game, NBA Cares, il programma di social responsibility globale della lega, e la NBPA Foundation ospiteranno una serie di eventi volti a lasciare un’eredità duratura alla popolazione locale. Con il supporto di Ford, i giovani del posto potranno partecipare al clinic Jr. NBA di mercoledì 29 luglio all’American International School di Johannesburg. Sempre nella scuola, Hoops 4 Hope terranno delle lezioni di vita presentate da South Africa Airways. Giocatori, allenatori e leggende NBA saranno i protagonisti di alcune sessioni incentrate su leadership, salute e benessere per i partecipanti al camp BWB nel corso di tutta la settimana.
I membri della famiglia NBA si riuniranno giovedì 30 luglio presso il nuovo Boys & Girls Club di Protea Glen per l’intitolazione di un campo da basket e per un clinic presentato da NIKE.
Venerdì 31 luglio, per il terzo anno consecutivo, i giocatori NBA visiteranno il SOS Children’s Village Ennerdale, un’organizzazione che crea delle famiglie per i bambini orfani e abbandonati. NBA Cares e la NBPA Foundation si sono impegnate a fondo per il villaggio finora, lavorando su una serie di progetti che vanno dalla ristrutturazione della biblioteca locale alla costruzione di un nuovo campo da basket.
La NBA ha una lunga storia in Africa, con oltre 35 giocatori provenienti da questo continente che hanno fatto parte delle squadre NBA, da quando Hakeem Olajuwon è stato selezionato al Draft nel 1984. La lega ha aperto gli uffici africani a Johannesburg nel 2010.
Per maggiori informazioni, visitare nba.com/africa; Facebook.com/Africa e Twitter @NBA_Africa ed utilizzare l’hashtag #NBAAfricaGame.
*Non giocherà a causa di un infortunio
Comunicato Stampa Connexia
Becky Hammon fa il suo storico debutto come assistente di Pop agli Spurs!
Nella partita di Summer League giocata ieri a Las Vegas tra San Antonio Spurs e New York Knicks, Becky Hammon ha fatto il suo storico debutto sulla panchina degli speroni, come assistant head coach di Gregg Popovich.
Reclutata dagli Spurs il 5 agosto 2014, Becky Hammon è una delle prime donne a ricoprire il ruolo di assistant coach nella storia della NBA, ma la prima in assoluto ad essere scelta come assistente a tempo pieno. Il 3 luglio 2015, poi, il team di San Antonio ha comunicato la volontà di affidarle la guida della squadra in Summer League, altro primato per una rappresentante del gentil sesso in NBA.
Nella gara di ieri, gli Spurs hanno sprecato un vantaggio di 7 punti in apertura del quarto quarto facendosi battere dai Knicks per 78-73, con un parziale di 29-19 nell’ultima frazione, ma la Hammon ha dimostrato di saper gestire la squadra e di star imparando il più possibile da uno dei più grandi Head Coach della storia della NBA.
Questo il commento di Becky Hammon su quanto un ruolo come il suo possa influire nella società: “Penso che sia molto importante per la nostra società che una donna sia riconosciuta per le sue capacità tanto quanto un uomo. E’ una cosa fondamentale, dobbiamo assicurarci che quando tua moglie o tua figlia vadano ad un colloquio di lavoro abbiano le stesse opportunità che vengono date ad un uomo. Che sia nel nell’esercito, nel basket o in un gruppo, vogliamo le donne”.
NBA Playoffs Analysis – Top5 dei migliori buzzer beater degli ultimi 10 anni
E’ partita ufficialmente la “Buzzermania”. Vincere ai Playoffs è sempre un’emozione, farlo sulla sirena è qualcosa di indescrivibile. Rose, Pierce e James, hanno messo a segno 3 volte nelle ultime 4 sfide disputate ad Est un tiro all’ultimo istante che ha permesso loro di risolvere la partita. La domanda sorge spontanea a questo punto: chi ha siglato il migliore? Ricostruiamo allora la Top5 dei più importanti buzzer beater degli ultimi 10 anni:
5 – Pierce knocks it down
Guarda un po’, sempre lui: casacca leggermente diversa rispetto a quella indossata qualche giorno fa contro gli Hawks ma Paul Pierce sempre protagonista. Game-3 all’AAArena di Miami, risultato fermo sul 98-98 e 11.7 secondi al termine: palla a Pierce, ovviamente. ‘The Truth’ riceve, temporeggia un po’, aspetta il momento giusto come ogni cacciatore con la sua preda, leggero movimento verso destra e tiro dalla media distanza andato a referto con tanti saluti ai malcapitati Heat, che avevano sperato di riaprire la serie, ormai praticamente archiviata sul 3-0 per Boston. “You can’t handle the Truth”.
4 – Do you believe it? Vince Carter!
Una carriera vissuta volando sopra il ferro, ma è stata necessaria una tripla questa volta per Vince Carter per . Dopo una splendida Gara-3 messa in piedi da Mavs e Spurs, il risultato è fermo sul 108-106. Serve il tocco magico di qualcuno di speciale per poterla vincere. Dirk? No, non è il suo momento: ci pensa Carter questa volta. Vince riceve palla, Ginobili prova a contrastarlo togliendogli la visuale con un salto: nulla da fare perchè lui ha il ghiaccio al posto del sangue nelle vene. Vinsanity is back. Sguardo impassibile, tripla dall’angolo e gioia regalata ai Mavs, con il “sempre pacato” Mark Cuban ad esultare come un bambino.
3 – LeBron James at the buzzer
Eastern Conference Finals 2009: i Cavaliers di LeBron James tornano in finale di Conference; ad attenderli, i Magic di Dwight Howard e coach Van Gundy. Dopo Gara-1 vinta da Orlando alla Q-Arena, tocca a Cleveland rispondere per non perdere completamente il fattore campo. 95-93 a 1 secondo dalla fine del match, rimessa Cavs. Inutile stare lì a creare schemi: palla al giocatore più forte e via con le preghiere. E così è stato. Mo Williams la dà a LeBron che, nonostante l’eccellente marcatura di Turkoglu, trova un tiro impossibile da oltre l’arco che va ad insaccarsi sotto le potenti urla di gioia del pubblico di Cleveland.
2 – Kobe Bryant for the win
Altro giro e altro buzzer beater con i Lakers sempre protagonisti e i poveri Suns ancora una volta vittime della situazione. L’addio di Shaq comportò qualche delusione negli anni seguenti ai ‘lacustri’ e, la serie contro i Suns al Primo Turno dei Playoffs 2006, non fu da meno. Gara-4 allo Staples Center fu una partita diversa, però. Bryant prima pareggia nei tempi regolamentari all’ultimo istante e, poi, decide di prendere in carico anche l’ultimo tiro; marcato da Boris Diaw e Raja Bell, mette a referto il buzzer beater dal mid-range all’Overtime. Un tiro sensazionale rimasto nella storia della NBA.
1 – Ray Allen… Bang!
Non è stato un buzzer beater e neppure un game-winner ma è stato definito da molti il tiro del secolo. Gara-6 delle Finals, si gioca a Miami. Con gli Spurs ormai saldamente al comando a pochi minuti dalla fine, il pubblico dell’AAArena abbandona il palazzetto ma qualcosa gli fa cambiare idea: gli Heat hanno iniziato la rimonta. Prima James per il -2, poi gli Spurs ai liberi con Leonard (1/2 decisivo) e poi… poi Allen che riceve da Bosh, fondamentale a rimbalzo in attacco, e, con i piedi sempre perfettamente allineati, mette la tripla del momentaneo pareggio: 95-95 e gara riaperta. Popovich non sa con chi prendersela, gli Spurs, affranti, non saranno poi capaci di riaprire la partita, perdendo le Finals in Gara-7; non sarà stato un buzzer beater ma è stato sicuramente il tiro più importante messo a segno negli ultimi 10 anni.
Per NbaPassion,
Mario Tomaino (@Mariot_22 on Twitter)
Nba Playoffs Analysis: Il nuovo che avanza, il vecchio che…
Gli Dei del basket lo hanno fatto di proposito, giusto per animare un Primo Turno dal sapore alquanto scontato, finora. Clippers-Spurs è stata la Serie, con la S maiuscola. Una sfida al meglio di 7, come facilmente preventivabile all’inizio di questi NBA Playoffs, con un finale (forse) a sorpresa.
All’alba di gara-7, i Clippers arrivavano a giocarsi la serie contro gli Spurs in casa propria, con il trio Duncan-Parker-Ginobili che, nonostante i 108 anni combinati, volevano dimostrare ancora una volta, al mondo intero, che gli Spurs non muoiono mai: serviva una partita perfetta da parte dei Clippers e così è stato. Una battaglia onesta, ricca di talento, agonismo e tante emozioni; il giusto epilogo per una serie spettacolare. Sembravano non bastare 48 minuti; 109-109 a pochi secondi dallo scadere ma, quando di chiami CP3, tutto può succedere: 2 punti di rara difficoltà e importanza, che consegnano la vittoria ai losangelini e decretano, probabilmente, la fine di un impero pluridecennale dal nome San Antonio Spurs.
Dopo anni e anni di soprusi da parte dei cugini dei Lakers, dopo le cocenti eliminazioni ai Primi Turni delle stagioni passate e un progetto che pareva stentare a decollare per davvero, ecco la scintilla che serviva a dare la svolta: una vittoria contro i campioni in carica. La seconda squadra di Los Angeles, finalmente, riesce a catturare le luci della ribalta. È stata la serie delle rivincite: la rivincita dei Clippers sugli Spurs, che lo scorso anno avevano eliminato proprio i losangelini; la rivincita di Griffin che ha dimostrato di essere un giocatore completo capace di essere un fattore nelle partite che contano; è stata la rivincita di Austin Rivers, il “fattore X” che non t’aspetti; è stata, ed è, soprattutto, la rivincita di Chris Paul che, con alle spalle una carriera non degna del suo talento e troppo spesso criticato e sottovalutato ingiustamente, come nelle migliori favole Disney, risulta essere l’eroe che trascina i suoi verso la gloria, acciaccato, sfinito, ma mai sconfitto nell’animo.

Chris Paul trascina i suoi alle Semi-Finals, grazie al tiro sullo scadere che consegna la vittoria ai Clippers
“E’ stato incredibile. Essere infortunato, tornare in campo e giocare in quel modo, bhè, è stato incredibile”. Così Blake Griffin sulla prestazione del compagno. Nel momento più delicato della partita e, forse, dell’intera carriera, si accolla il peso della responsabilità, prendendo in carico l’ultima giocata della partita: tiro impossibile che mai e poi mai sarebbe entrato in altre situazioni, ma non in questo caso. La palla sbatte sulla tabella e abbraccia la retina, senza neanche curarsi del ferro: Paul trascina i suoi ad un’incredibile vittoria. La gioia di Paul è la stessa di Doc Rivers, che meglio non poteva descrivere il tiro del suo giocatore: “L’isolamento, il tiro in equilibrio precario cadendo all’indietro, fantastico. Sono davvero felice per lui”. E c’è da giurare che la questione non finisca qui. Il futuro di questa franchigia è cambiato tutto in una notte: da eterna incompiuta a favorita ad Ovest, il passo è stato breve. I Clippers adesso fanno paura, non temono più nessuno. Il cammino è ancora lungo dinanzi a loro, adesso ci sono i Rockets da affrontare, ma Paul non sembra per nulla intimorito, ha ben chiaro l’obiettivo del team: ”E’ difficile pensare che questo sia stato un Primo Turno, ma noi non ci fermiamo di certo ora”. Ecco, il nuovo che avanza è finalmente diventato realtà.
Gioia ovviamente non condivisa dagli Spurs. Il nuovo che avanza e il vecchio che… Già, il vecchio: cosa succederà adesso? E’ davvero la fine di una dinastia? I dubbi sono molti, le domande ancor di più, le risposte sempre meno. Duncan si ritirerà? E Ginobili? Gli Spurs torneranno ad essere competitivi sin da subito? Domande alle quali è difficile rispondere adesso, all’indomani di una partita così difficile da digerire per Popovich&co. Sicuramente, il destino di San Antonio è legato a quello di Ginobili, ma ancor di più a quello di Duncan, idolo della franchigia, leggenda vivente di questo sport. Qualcosa è trapelato in conferenza stampa post-partita, con Ginobili ancora indeciso sul da farsi, e Duncan che al momento non professa nulla, anche lui assorto dai dubbi, condannato a decidere tra la voglia di giocare e l’anagrafe che ha da poco recitato 39 stagioni.
Di certo c’è che, visto l’andamento della stagione, con numeri ai minimi storici che non si vedevano dalla stagione da rookie, se si dovesse scommettere un euro su chi si ritirerà prima, il nome è quello di Manu Ginobili. O magari si ritireranno insieme, chissà. Di certo, l’assenza di questi due pilastri all’interno dello spogliatoio e sul parquet, comporterà una ricostruzione obbligatoria da parte degli Spurs. I nomi sono sempre gli stessi: Gasol o Aldridge. Difficile dire al momento chi potranno firmare ma, certamente, partire da una base con Parker, Leonard e uno tra i due sopracitati, sicuramente facilità il compito di ricostruzione. C’è poi, però, il vecchio Pop, freddo più del ghiaccio e chiaro come sempre, dopo l’amara eliminazione da dover digerire, risponde così ai giornalisti, riaprendo nuovi scenari riguardo il futuro suo e dei suoi uomini: “La gente mi chiede notizie riguardo il possibile ritiro da parte mia, di Tim e di Manu da almeno 5 anni. Sono tutte chiacchiere. Non ho nessun’idea al momento, ma torneremo presto, probabilmente”.
Una risposta chiara, netta, che sa quasi di minaccia. Se da un lato i Clippers dovranno presto smaltire l’euforia, provando a mantenere fede alle responsabilità che una vittoria del genere comporta, gli Spurs, d’altro canto, potrebbero tornare, è questo il messaggio che coach Popovich ha lanciato alla lega intera: il nuovo che avanza e il vecchio che…
Per NbaPassion,
Mario Tomaino (@Mariot_22 on Twitter)
Ancora un record per Tim Duncan: il lungo nativo di Saint Croix che milita ormai dal lontano 1997 nei San Antonio Spurs, che lo scelsero con la prima chiamata proprio nel Draft di quell’anno, è diventato il giocatore più anziano nella storia della NBA ad aver totalizzato almeno 20 punti e 10 rimbalzi in una singola serie dei playoff. Il record è arrivato martedì scorso: nella vittoria dei suoi Spurs sui Los Angeles Clippers per 111-107 il veterano col numero #21 ha inanellato un’altra prestazione da incorniciare, totalizzando 21 punti ed 11 rimbalzi, ottenendo così ancora un particolare primato nella sua carriera.
Il lungo trentanovenne ha giocato un ruolo di primo piano nella serie con i Clippers sino a questo momento, come testimoniano le sue medie che, nonostante l’età avanzata, fanno venire ancora i brividi: in questa serie, probabilmente la più bella ed emozionante del primo turno, Duncan ha fatto registrare medie di 17.2 punti, 10.8 rimbalzi, 3.8 assist, 2.0 stoppate e 1.8 rubate, confermato di essere ancora un leader indiscusso su entrambi i lati del campo. Il primo 20+10 di Duncan nella serie è arrivato in gara 2, conclusasi con lo stesso punteggio di gara 5, nella quale Duncan ha guidato i suoi sia nei punti (28) che nei rimbalzi (11).
Tim Duncan ha raggiunto ora le 102 partite con oltre 20 punti e 10 rimbalzi nei playoff in carriera, classificandosi quarto in questa particolare lista: i primi tre sono Shaquille O’ Neal con 118 partite da 20+10 nei playoff, dietro di lui Karl Malone a quota 112 seguito da Kareem Abdul-Jabbar con 108. Duncan, inoltre, dei quattro e il giocatore che ha più presenze in post-season: l’eterno veterano allenato da coach Gregg Popovich conta ben 239 presenze nei playoff, il che lo rende una vera e propria leggenda vivente di questo fantastico sport.
Per NBA Passion,
Gabriel Greotti (@GabrielGreotti on Twitter)
Tim Duncan, un altro passo verso la leggenda: 5,000 punti nei Playoffs!
Legends never die, direbbero gli americani. Sembra proprio essere il caso di Tim Duncan che, nella notte, ha compiuto l’ennesimo passo verso la leggenda della NBA.
Ma facciamo un piccolo passo indietro prima.
All’alba di Gara 2, i Clippers arrivavano alla sfida con i favori dei pronostici, complice una Gara 1 in cui i losangelini hanno dimostrato di essere maturati notevolmente, smentendo di fatto diverse critiche piombate su di loro nel corso della stagione. L’accoppiata Paul-Griffin ha fatto il bello e il cattivo tempo il Gara 1, con gli Spurs quasi irriconoscibili, in difficoltà nel limitare il talento dei Clippers, quasi incapaci di mettere a segno tiri con una certa costanza: “Potremmo cambiare la difesa sui pick-n-roll, potremmo fare qualcosa altro su Griffin, potremmo scendere in campo diversamente o fare tutto ciò, ma non sono sicuro che ci permetterà di tirare meglio. Dovremo tirare meglio questa sera”. Queste le dichiarazioni di coach Popovich nel pre-partita. Un appello che evidentemente è stato ascoltato dagli Spurs, visto che s’è fatto presto a passare dal 36% al tiro di Gara 1 al 46% di Gara 2. Nonostante ciò, Tony Parker sembra aver smarrito la bussola, dimenticando forse che i Playoffs sono iniziati da un po’, e lo stesso dicasi per Manu Ginobili, che fatica ancora parecchio. Ecco allora che, come sempre, a togliere le castagne dal fuoco deve pensarci lui: Tim Duncan.

Doppio traguardo nella notte per Duncan: 5,000 punti in carriera e 100esima doppia-doppia da 25+ punti 10+ rimbalzi nei Playoffs
Pronti-via, fa subito capire agli avversari (e ai compagni) che la musica è cambiata, mettendo a referto 8 punti con i primi 4 tiri di serata: è subito record. 5,000 punti in carriera ai Playoffs, un traguardo unico, che solo gente d’élite come Jordan, O’Neal, Bryant e Abdul-Jabbar aveva raggiunto nella storia. Già, aveva. Adesso, anche Timothy Theodore Duncan ha iscritto il suo nome nel “club dei 5,000”, ma non finirà di certo qui la sua serata. La partita continua con gli Spurs che sono quasi sempre in controllo mentre i Clippers cercano di non perdere il distacco, rischiando anche di vincerla: si va all’Overtime e, si sa, queste sono le situazioni in cui esce fuori la stoffa del campione. Tim Duncan, aiutato da un sorprendente Patty Mills, porta i suoi sul più +6 a 50 secondi dal termine, con Paul e Reddick che proveranno a riaprire la partita, senza successo però. 111-107 il risultato finale, con gli Spurs che quindi annullano il fattore campo guidati da uno splendido Tim Duncan da 28 punti e 11 rimbalzi e, grazie alla doppia-doppia fatta registrare, riesce ad acciuffare un altro record in una fantastica serata: Tim Duncan disputa la 100esima partita ai Playoffs con 25+ punti e 10+ rimbalzi; un traguardo raggiunto soltanto da Karl Malone e Shaquille O’Neal nella storia prima di lui; una soddisfazione immensa, un bel regalo in vista del suo 39esimo compleanno.
“Fantastic” sarà il solito, breve ma significativo commento rilasciato da Popovich circa la prestazione nel suo #21 a fine partita, mentre Duncan avrà il coraggio di dichiarare alla stampa: “Mi sono scusato con i miei compagni per il quarto-quarto che ho disputato. È stato orribile”. Impossibile, non può averlo detto. Nonostante la partita disputata con annessi record, nonostante i 5 titoli in bacheca, nonostante la carriera alle spalle, ha avuto il coraggio di scusarsi con i compagni?
Si dice che, spesso, la leggenda racconti una cosa mentre la storia ne narri un’altra ma, di tanto in tanto, c’è qualcosa che le accomuna entrambe e, quel qualcosa, risponde ad uno solo nome: quello di Tim Duncan.
Per NbaPassion,
Mario Tomaino
Nba Playoffs Top Sixteen: #4 Atlanta Hawks
#4 Atlanta Hawks (60W, 22L)
“C’è qualcosa di Popovichiano in questo attacco, si passano e ripassano la palla fino a quando non fanno un facile canestro. Questo sport sembra facilissimo”
Al quarto posto della nostra Top 16 troviamo una squadra che si può definire la sorpresa positiva della conference. A Gennaio Atlanta fa registrare un record di 19-0, terminando imbattuta e, per la prima volta, in una settimana del mese è il quintetto della squadra a essere nominato Player Of The Week e non un singolo come abitudine. La chiave di volta è l’allenatore, Mike Budenholzer. L’allievo di Pop trasmette alcuni aspetti del gioco degli Spurs nell’attacco degli Hawks, a partire dal cosiddetto “ball movement”. La palla, per l’intera regular season, gira vorticosamente tra le mani dei giocatori in maglia rossa e blu, e i risultati si vedono. Non a caso Atlanta è l’unica squadra a concludere tutte le 82 partite senza che nemmeno un giocatore in nessuna di esse superi i 30 punti. Per la stessa ragione il 67,6% dei canestri della squadra derivano da un assist.
Korver, Teague, Horford e Millsap vengono selezionati per l’All Star Game, ma nessuno entra nel quintetto titolare, a dimostrazione del fenomenale equilibro di Atlanta.
Gli Hawks, quindi, arrivano forti di una stupenda regular season che converge verso l’unico vero obiettivo: il titolo NBA. Il primo passo verso di esso sarà Brooklyn. Teoricamente la serie non dovrebbe neanche mettere in dubbio il passaggio della squadra più forte ma non si può mai sapere e i Nets possono contare nei momenti decisivi su campioni come Lopez, Johnson e Williams.
Per NBAPassion,
G. Scopacasa
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