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Il serpente ha morso ancora

Il contributo di KD alla causa Golden State Warriors è rimarcabile su più aspetti del gioco

L’eleganza nei movimenti, la fluidità nel controllo del corpo, la consapevolezza e la tempistica azzeccata nel colpire senza pietà l’avversario. Come un serpente che sferra l’agguato scattando all’improvviso dal nulla e non lasciando scampo alla povera preda, col suo morso velenoso e meccanicamente spettacolare. Sinuoso, fatale, implacabile. I suoi attacchi sono repentini e, in tali casi, sono pochissime (se non nulle) le contromisure da adottare. Kevin Durant è tutto questo, un predatore astuto che ancora una volta ha impresso il suo segno sulle NBA Finals: secondo anello consecutivo dei suoi Golden State Warriors e MVP della serie in back to back.

Per i Cleveland Cavaliers non c’è stato nulla da fare, troppo ampio il divario tecnico e troppo incisivo l’impatto del numero 35 sulle quattro gare disputate. Roba da élite del basket. 28.8 punti (52.6% dal campo e 40.9% da tre), 10.8 rimbalzi, 7.5 assist e 2.3 stoppate di media rappresentano in soldoni la sua recita nell’ultimo atto della stagione NBA 2017/2018, anche se bisogna necessariamente non fermarsi ai meri numeri.

LA POLIEDRICITÀ‘ OFFENSIVA DI KEVIN DURANT

Il suo arsenale sostanzialmente illimitato unito al fisico longilineo lo rendono un pericolo costante per qualsiasi difesa. Figuriamoci per quella dei Cavs, lacunosa e tendente ad amnesie. Kevin Durant ha vinto appieno tutti i mismatch che gli sono stati concessi in ottica isolamenti (e non solo): col suo primo passo ha battuto gente come Kevin Love, Tristan Thompson e George Hill. Quest’ultimo è stato costretto più volte a fronteggiarlo in post, pagando dazio a causa del gap corporeo che li separa; il playmaker ci ha provato, ma ha visto insaccare molte conclusioni (2.3 a gara su 3). Pure JR Smith, Jeff Green e perfino LeBron James, chiamati a braccarlo nei vari cambi, non sono riusciti ad arginare il jumper di KD dal retrogusto di sentenza. In fondo, quando si eleva per tirare sfruttando le sue lunghe leve è durissima stopparlo. Ha svariato in lungo e in largo, con le penetrazioni in area, soprattutto durante i sistematici contropiedi, e nelle situazioni di spot up shooting, dove ha dimostrato di saper essere efficace anche senza tenere troppo il pallone tra le mani: Kevin Durant a fine serie risulta il terzo giocatore di Golden State dal punteggio più alto in questo frangente, grazie ai 2.8 punti di media (1.20 a possesso) ottenuti grazie ad un 40% dal campo. Cinico, eclettico, concreto. Il nativo di Washington si è fatto carico delle responsabilità in ogni modo possibile. Manifesto del suo dominio da fromboliere è stata gara 3, dove ha messo a referto 43 punti (65.2% al tiro, 66.7% dal perimetro e 100% ai tiri liberi) conditi da 13 rimbalzi.

 

Un film già visto: come nella gara 3 del 2017, KD va ad infilare con facilità una tripla pensate agli sgoccioli della partita.

UNA MANO NELLE RETROVIE

Anche nella propria metà campo Kevin Durant è stato decisivo. Ormai colonna portante del castello difensivo dei Warriors, ha svolto tutte le mansioni commissionate dal saggio Steve Kerr. I suoi aiuti sul lato debole sono stati tempestivi ed efficaci nella protezione del ferro: quando c’è stata un’incursione avversaria nel pitturato si è fatto trovare pronto a spazzare le velleità con le sue braccia interminabili, utili pure nello sporcare le linee di passaggio. La presenza granitica e un arguto senso della posizione gli hanno permesso di essere quasi sempre al posto giusto al momento giusto, soprattutto nei momenti in cui bisognava cambiare sui blocchi dei Cavs; e la single coverage per lui non è stata un grattacapo, visto che è dotato di un movimento di piedi rapidi e di abilità negli scivolamenti laterali. Un impatto a tutto tondo, divenuto più dispendioso nelle gare che non hanno visto partecipare Andre Iguodala.  A livello statistico, Kevin Durant è riuscito a concedere 7 conclusioni sulle 14.5  in cui è stato impegnato e ha recuperato circa 3.3 palle vaganti a partita.

 

Concentrazione e determinazione nel chiudere la strada verso il canestro.

 

UNO PER TUTTI

Attenzione. Nessuno vuole sostenere la tesi secondo la quale il suddetto abbia una spiccata dose di playmaking. Questa è sempre stata una delle sue ‘pecche‘, per così dire. Tuttavia a livello di scelte offensive si è dimostrato di essere tutt’altro che un accanito accentratore: ha letto bene i tagli dei compagni all’interno dell’arco e i movimenti off the ball dei tiratori, serviti con puntualità e precisione. Niente forzature, dialogo vivo, manovra non troppo ostruita. Il penetra e scarica è stato un espediente per trovare vie alternative, come nell’occasione della tripla finalizzata da David West a fine terzo quarto di gara 2, che ha tenuto a debita distanza una Cleveland ancora a distanza. L’egoismo e la fame ossessiva  sono stati messi in disparte, a discapito del necessario e vitale lavoro per la squadra.

 

Senza farsi prendere dalla fretta, KD attende un taglio di un compagno (in questo caso Klay Thompson) per un passaggio decisivo.

 

Kevin Durant ha morso di nuovo, portandosi di nuovo l’intera posta in palio. E la sensazione è che sia in grado di proseguire nella sua sfrenata caccia, in cima ai vertici della catena alimentare di un folle ecosistema. Ci sarà però da battagliare, perchè la NBA è piena di predatori agguerriti…

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