Ergin, l’Imperatore

A confrontare le immagini, non sembrano neanche la stessa persona. Al massimo fratelli. La foto di Ergin Ataman allenatore della Mens Sana Siena ritrae un uomo pingue, con un taglio di capelli a metà tra quello conventuale e quello dei Beatles. Era l’inizio del millennio, e la squadra toscana decise di pescare fuori dall’Italia per scegliere il successore Fabrizio Frates.

Arrivò lui, e l’impressione che diede fu quella sopra descritta. Veniva dall’Efes Pilsen (nell’epoca in cui gli alcolici potevano essere ancora associati come main sponsor alle squadre di Eurolega), vinse solo la coppa Saporta, arrivò a un centimetro dalla Coppa Italia ma furono Ettore Messina e Manu Ginobili, alle loro rispettive ultime evoluzioni con la V nera, ad appropriarsene. Rimase due anni, e lasciò il posto a Carlo Recalcati, che al primo colpo vinse lo scudetto.

Tornò nel 2006, ed era irriconoscibile: magro, pizzetto, aria da tombeur de femmes. Tornò per allenare la Fortitudo, in un’epoca in cui dall’altra parte, post-radiazione, si provava a tornare competitivi. Nella Virtus c’era un altro uomo del Mediterraneo orientale come lui, il macedone Zare Markovski. Ataman arrivò, e fece un paragone: la mia è simile a una squadra NBA, la Virtus come una di NCAA.

Non c’era nulla di offensivo, voleva semplicemente sottolineare che la sua Fortitudo aveva minuti definiti per tutti i giocatori, mentre i bianconeri erano più impostati su un platoon system, ma gli si ritorse contro. James Thomas doveva essere quello che lui definì il suo portiere, ma si ritrovò a difendere quasi da solo, in una squadra a trazione largamente offensiva. Fu esonerato e presero il suo posto la strana coppia Oldoini-Gay.

Il ritorno in Turchia di Ergin Ataman

Così fece ritorno a Istanbul, che sta a lui come la nave sta al Novecento dell’omonimo romanzo di Baricco. Non si è mai espresso oltre i confini dell’ambiente che ha conosciuto. Ok, magari è un po’ forzato, però neanche troppo, considerando che lui che a Istanbul studiò alla Italian High School e che le uniche sue esperienze fuori dai confini nazionali sono state nel Bel Paese.

Anzi, non nazionali: cittadini. Perché, a parte le due parentesi in Italia e il triennio come ct della nazionale turca, l’Imperatore, come fu con poca fantasia ribattezzato dai non molto influenti media cestistici al suo arrivo in Italia associandolo a quel Fatih Terim che nello stesso periodo aveva guidato Fiorentina e Milan, ha esercitato la propria professione fuori dalla più importante città turca solo per poco tempo ad inizio carriera alla Turk Telekom Ankara (dove vinse una Coppa del Presidente) e al Pinar Karsiyaka.

Detto dell’era pre-Mens Sana, dopo Siena si trasferì all’Ülker, dove rimase in sella fino al 2006, quando l’omonima società decise di chiudere baracca per sponsorizzare il Fenerbahçe. Poi, come accennato, il trasferimento all’Aquila, che comunque per la cronaca si chiuse con un record di 8-8.

Un anno dopo arrivò il Besiktas, raggiunse i quarti di finale in EuroCup ma il club volle separare le proprie strade. Bussò di nuovo l’Efes, ed era una di quelle offerte che non si potevano rifiutare, se non altro perché al primo amore non si può dir di no. Entro i confini nazionali fece l’en plein, ma durò solo fino due anni. Rimase a piedi non molto tempo: pochi giorni aver compiuto 45 anni il Besiktas si rifece sotto, e vinse il suo terzo campionato turco in sette anni.

Poi, siccome non ti paragonano a Terim senza motivo, ecco l’approdo al Galatasary. La permanenza lì fu, come dire, frizzante: problemi economici, conflitti interni (il più famoso quello con Nolan Smith) e una serie di commenti non proprio diplomatici sulla tifoseria della Stella Rossa che portarono il primo ministro locale a definirlo una persona non gradita in Serbia, prima che il coach facesse una frettolosa marcia indietro.

Con i colori giallorossi addosso ci è rimasto cinque anni, e il primo anno fu collega proprio di Terim, il quale dal 2002 fa la spola tra Galatasaray e la panchina della Turchia, e in quel momento era nel club. Esperienza che sarebbe stata poi replicata dal 2014 al 2016, quando Ataman e Terim erano ct delle rispettive nazionali, anche se il primo era part-time.

Il primo amore non si scorda mai

Dall’estate 2017 primo si è rigenerato per la terza volta con l’Efes. Il primo amore, appunto, dove quest’anno sta disputando un’Eurolega da protagonista. In realtà ha sempre avuto mentalità europea, prova ne siano le tre coppe continentali portate a casa: la Saporta con Siena, l’EuroChallenge, l’Eurocup con il Galatasaray. Quest’anno il suo Efes però sta davvero facendo registrare una campagna europea superlativa. Ad oggi è quarto con un record di 14-8, dietro alle ultime tre vincitrici della rassegna, ovvero Fenerbahçe, CSKA e Real Madrid.

Risultati che sta raggiungendo, a ben guardare, avendo impostato la sua squadra con uno stile che potrebbe in effetti ricordare la NBA, più che la pallacanestro europea d’antan. L’Efes infatti in attacco cerca comunque la transizione come prima opzione. Se non trova spazio, riporta la palla in punta per una serie di uscite dai blocchi laterali, oppure si spargono tre tiratori fuori dall’area, che sono due esterni (tra cui Simon e Beaubois, migliore realizzatore con Micic a 12.3) e un’ala forte che si apre.

Il riferimento in area è unico, sotto canestro quando è Dunston o Pleiss, o pronto a tagliare dal mid-range quando è Moerman, e con due play come Micic o Larkin non è raro che il lungo in area salga a bloccare e rollare per la loro incursione.

In difesa, viceversa, occupa il lato forte, lasciando più spazio ai tiratori sugli esterni, collassando spesso e volentieri sul penetratore, mentre a metà campo si cerca l’anticipo, prova ne sia la quinta posizione di Moerman nelle rubate (1.41).

Un sistema basico, insomma, che esalta le caratteristiche e il talento dei giocatori, un sistema che potrebbe anche riportare l’Efes alle Final Four, raggiunte solo nel 2000. Con l’Imperatore nulla appare impossibile.