Three Points – La verità sui casi Butler – Anthony

Three Points – La verità sui casi Butler – Anthony

Dopo che avevamo dedicato a Denver la copertina della scorsa edizione, i Nuggets si sono inabissati in un vortice di quattro sconfitte consecutive. Su chi si abbatterà ora la maledizione di ‘Three Points’?
Di certo non sul povero Caris LeVert, semplicemente perché non ne avevamo ancora parlato… Il miglior giocatore di questo avvio di stagione dei Brooklyn Nets è rimasto vittima di un infortunio terribilmente simile a quelli subiti da Paul George e Gordon Hayward, e con ogni probabilità non si vedrà in campo fino all’autunno del 2019.
La settimana appena trascorsa ha visto l’ennesimo milestone conquistato da LeBron James, che ha superato Wilt Chamberlain al quinto posto all-time dei realizzatori NBA (con Michael Jordan nel mirino), e il clamoroso +50 inflitto dai Dallas Mavericks ai malcapitati Utah Jazz. Gli ultimi giorni sono stati anche contraddistinti da una serie di ‘casi’. Il più recente è quello che ha coinvolto Draymond Green, sospeso da Golden State per un esagerato diverbio con il compagno Kevin Durant, a cui Green non ha inspiegabilmente ceduto il pallone nel possesso decisivo della gara persa contro i Clippers. Che un evento del genere possa compromettere presente e futuro degli Warriors appare più una vana speranza degli avversari che una reale possibilità. Però è l’ennesima dimostrazione di quante possano essere le variabili in grado di influire su una stagione NBA.
A conquistare un doppio piazzamento nella nostra rubrica è invece la vicenda riguardante Jimmy Butler, passato dai Minnesota Timberwolves ai Philadelphia 76ers. Oltre a ciò, ci occuperemo dei curiosi sviluppi del sodalizio tra Carmelo Anthony e gli Houston Rockets. Naturalmente nessuno, al di fuori dei diretti interessati, può affermare di conoscere la verità su queste vicissitudini: il titolo di questa edizione (ma anche i concetti espressi, in fondo) è semplicemente un omaggio a La verità sul caso Harry Quebert, di Joel Dicker, uno dei più bei romanzi degli ultimi anni. Lettura consigliatissima. Ma adesso basta preamboli, let’s go!

 

1 – Jimmy Butler – Minnesota: cosa lascia

Da una parte Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns, dall'altra Jimmy Butler. I prossimi mesi ci diranno chi riderà per ultimo

Da una parte Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns, dall’altra Jimmy Butler. I prossimi mesi ci diranno chi riderà per ultimo

Così, la telenovela è finita. La maggiore pecca del controverso caso-Butler è certamente il tempismo con cui è scoppiato, a pochi giorni dall’inizio del training camp. Dopo aver saltato il media day e la preseason in attesa di essere ceduto (su sua esplicita richiesta), Jimmy Butler si è trovato ‘costretto’ a scendere in campo con la maglia dei Timberwolves. Sul parquet non si è visto affatto un giocatore ‘svogliato’ e con la testa già altrove, bensì un vero lottatore, un trascinatore capace di dare sempre e comunque il buon esempio attraverso le sue azioni sul terreno di gioco. Un atteggiamento che mal si sposa con l’immagine di ‘star capricciosa’ che in queste settimane gli è stata più volte affibbiata. Sicuri che la ‘colpa’ stia tutta da una parte?

Mentre Butler onorava al meglio 10 delle 13 partite disputate dalla squadra, viaggiando a 21.3 punti e 2.4 palle rubate di media in oltre 36 minuti di gioco, i presunti leader dei T’Wolves, i ‘buoni’ della vicenda, faticavano enormemente. E’ vero, il campione di 15 partite complessive è ancora insufficiente per ricavare giudizi definitivi, ma finora sia Karl-Anthony Towns che Andrew Wiggins appaiono abbondantemente sotto i loro standard abituali. Il canadese è al minimo in carriera in tutte le categorie statistiche, mentre KAT ha fatto peggio dei 20.3 punti di media solamente nel suo anno da rookie. Al di là delle cifre i due, arrivati alla quarta (Towns) e quinta (Wiggins) stagione NBA, non hanno ancora dimostrato di poter essere i giocatori di riferimento di una franchigia. Lo dicono innanzitutto i risultati: basti pensare all’anno scorso, quando l’infortunio di Butler fece precipitare i Timberwolves dal terzo al decimo posto nella Western Conference. Solo il rientro di Jimmy riuscì a raddrizzare la stagione, con i playoff conquistati all’overtime dell’ottantaduesima partita, contro Denver.
In questi primi scampoli di 2018/19, i due giovani non hanno mostrato segnali di crescita, sia – come detto – sul piano statistico che, soprattutto, su quello attitudinale. La totale mancanza di leadership è emersa, ancora una volta, nelle partite giocate senza Butler. In quelle tre gare sono arrivate due sconfitte, una di misura contro Dallas e un terribile -30 contro Portland, con i plus/minus di Towns e Wiggins che recitavano, rispettivamente, -16 e -29. L’unica vittoria è stata quella contro Utah, arrivata soprattutto grazie ai leggendari 50 punti di Derrick Rose.

Ecco, quando il miglior giocatore di una squadra emergente è uno sfortunatissimo trentenne alla disperata ricerca di una via d’uscita da un tunnel di guai fisici e psicologici, forse vuol dire che quella squadra non è poi così emergente. Ora Wiggins e Towns, che la prossima stagione percepiranno quasi 53 milioni di dollari complessivi, saranno liberi dalla asfissiante pressione comportata dalla compulsiva voglia di vincere di Butler, e avranno la possibilità di gonfiare le loro statistiche e di prendersi più tiri e più possessi. Riusciranno a riportare la squadra ai playoff?
Al loro fianco, adesso, ci sono anche Dario Saric e Robert Covington, arrivati come contropartite nella trade-Butler. Pur non essendo delle superstar, i due faranno sicuramente comodo a Tom Thibodeau. Il primo è reduce da un avvio di stagione non esaltante a Philadelphia, il secondo è un giocatore sempre affidabile sui due lati del campo. Entrambi sono giustamente inquadrati come “giocatori di sistema”, ma l’interrogativo in questo caso è: che sistema c’è a Minneapolis?

 

2 – Jimmy Butler – Philadelphia: cosa trova

Jimmy Butler (a sinistra) è passato dai Timberwolves ai Sixers di Ben Simmons (a destra)

Jimmy Butler (a sinistra) è passato dai Timberwolves ai Sixers di Ben Simmons (a destra)

Il fatto che Philadelphia abbia sacrificato due preziosi elementi del quintetto come Covington e Saric per arrivare a Jimmy Butler è l’ennesima conferma che, nella Eastern Conference, va molto di moda il concetto di “tutto e subito”. Se i Toronto Raptors hanno puntato fortemente su un Kawhi Leonard in scadenza di contratto, Phila ha giocato le sue fiches sulla guardia da Tomball, Texas, che la prossima estate avrà, come Leonard, la possibilità di svincolarsi. Il rinnovo (ipotesi al momento più probabile, a cifre decisamente importanti) o l’addio di Butler rappresenteranno un cruciale bivio per ‘The Process’, ormai vicino al suo definitivo compimento. Con uno dei migliori two-way players della lega affiancato a un dominatore d’area come Joel Embiid, a un grande penetratore e creatore di gioco come Ben Simmons e a un ‘cecchino’ come J.J. Redick, ci sono tutte le premesse per poter fare strada in una Conference sempre più competitiva (almeno ai piani alti). Ci vorrà però qualche ritocco al roster, magari nel reparto lunghi, impoverito dall’addio di Saric.

Lo zoppicante avvio di stagione dei Sixers (9 vittorie e 7 sconfitte) aveva sollevato più di un dubbio sul fatto che il giovane gruppo di Brett Brown, così com’era, fosse effettivamente pronto a competere per le NBA Finals. Se da una parte Joel Embiid sta disputando un 2018/19 mostruoso, da serio candidato MVP (27.6 punti e 13.4 rimbalzi di media), dall’altra Ben Simmons sembra grossomodo lo stesso giocatore visto nello splendido anno da rookie. Certo, i suoi 14.5 punti, 9.1 rimbalzi e 7.6 assist di media sono tanta roba, specialmente per un ventiduenne, ma un debutto tanto entusiasmante non può che far auspicare un’ulteriore e repentina crescita.

Si tratta comunque di problemi marginali, per il momento. La coppia d’assi dei Sixers, a differenza di quella dei Timberwolves, ha già mostrato le doti tecniche e attitudinali necessarie a trascinare una squadra ai playoff, anche senza Jimmy Butler. Il cruccio più grande, semmai, riguarda Markelle Fultz. Fermo per gran parte della stagione da rookie a causa dei guai a una spalla, in questo 2018/19 sta mostrando di non aver ancora superato quei problemi fisici. Ma nell’estrema difficoltà con cui ha iniziato la carriera NBA sembra esserci dell’altro. D’altronde, non è da tutti convivere con l’enorme pressione generata da una prima scelta assoluta (peraltro indiscutibile, alla vigilia; scagli la prima pietra chi, nel 2017, avrebbe selezionato Jayson Tatum o Donovan Mitchell al suo posto). In questo avvio di stagione, coach Brown sta cercando di coinvolgerlo il più possibile, alternandolo in quintetto (al fianco di Simmons) e alla guida della second unit (con Redick titolare), ma i risultati sono piuttosto altalenanti: al momento le sue cifre parlano di 8.9 punti di media in 24.1 minuti, ma a preoccupare maggiormente sono le pessime percentuali al tiro (43% da due, 30% con soli 13 tentativi da tre; l’accanimento mediatico nei confronti della sua meccanica di tiro, in questi casi, non aiuta) e il linguaggio del corpo di un ragazzo invischiato in una situazione a cui non era affatto preparato. Con l’arrivo di Butler e con l’avvicinarsi dei playoff, Fultz potrebbe vedere il suo minutaggio calare drasticamente, e la sua giovane carriera potrebbe arenarsi prematuramente. Speriamo che il tempo ci restituisca il fenomeno che tanto aspettavamo.

 

3 – Colpa di ‘Melo?

L'avventura di Carmelo Anthony a Houston potrebbe essere già finita

L’avventura di Carmelo Anthony a Houston potrebbe essere già finita

Oltre a Jimmy Butler, l’altro grande protagonista della settimana è stato Carmelo Anthony, in questo caso solo fuori dal campo. Parrebbe infatti che, a neanche un mese dall’inizio della regular season, la sua avventura agli Houston Rockets sia già finita. In attesa dell’ufficialità, un comunicato del general manager Daryl Morey ha reso nota l’intenzione di rescindere consensualmente il contratto che lega il giocatore alla franchigia fino al prossimo giugno. Secondo alcune ipotesi, ventilate dagli insider NBA, sarebbe stato lo stesso ‘Melo, tramite il suo entourage, a chiedere di essere lasciato in disparte per poter valutare l’ipotesi di un buyout. Stando ad altre versioni, il ‘caso’ sarebbe esploso dopo che il coaching staff e la dirigenza dei Rockets avrebbero espresso il loro malcontento nei confronti delle prestazioni del giocatore.
L’unica cosa certa, in questa paradossale vicenda, è che la Houston di questo avvio di 2018/19 sembra una brutta imitazione di quella che l’anno scorso aveva dominato la regular season, chiusa con il miglior record e il miglior attacco della lega. Ora l’offensive rating degli uomini di Mike D’Antoni è il diciottesimo su trenta, inferiore anche a quello di squadre come Brooklyn, Sacramento e Dallas, ma guardando la media punti, l’attacco dei Rockets è il quartultimo della lega. Il record attuale (7 vinte, 7 perse) piazza i Rockets al dodicesimo posto nella Western Conference. Peraltro un sensibile miglioramento, considerando che la squadra aveva collezionato 4 sconfitte nelle prime 5 gare stagionali. La valanga di critiche piovute addosso da ogni dove al numero 7 sembrano emettere una sentenza unanime. Parafrasando un controverso brano di Vasco Rossi: colpa di ‘Melo. E’ davvero così?

Senza dubbio, l’ex stella dei New York Knicks sta gestendo nel peggiore dei modi l’ultima fase della sua carriera. Il netto fallimento dell’esperienza con Russell Westbrook e Paul George a Oklahoma City avrebbe forse dovuto smuovere in lui la consapevolezza di non essere più lo strepitoso giocatore visto ai Knicks e, prima ancora, ai Nuggets. Invece, a quanto pare, Anthony è tuttora convinto di essere un top player e, in quanto tale, di meritare un ruolo di primissimo piano all’interno di una squadra da playoff. Sarebbe proprio la scarsità di minuti e di responsabilità la causa del precoce malumore di Carmelo, lo stesso giocatore che, poco più di un anno fa, aveva deriso sonoramente l’ipotesi di partire dalla panchina per i Thunder. La repentina conclusione della sua esperienza a Houston è un bruttissimo presupposto per il futuro del giocatore, ormai bollato dai più come ‘inadattabile’, se non addirittura ‘dannoso’.

Ciò premesso, questi Rockets sono ben lontani dalla ‘sinfonia perfetta’ vista la scorsa stagione, e indicare Anthony come principale (se non unico) imputato di tale peggioramento sarebbe un’analisi estremamente superficiale.
Innanzitutto, è necessario ricordare che ‘Melo non è arrivato in Texas in cambio di Trevor Ariza e Luc Mbah a Moute. I due specialisti difensivi, che certamente non potevano essere rimpiazzati dal numero 7, hanno lasciato Houston perché non c’era più spazio per loro. La scorsa estate sono state fatte delle scelte ben precise, a livello salariale. Con James Harden che aveva già siglato un’estensione quadriennale da 160 milioni di dollari nel 2017, c’erano da rinnovare i contratti degli altri due pilastri della squadra. Clint Capela si è ‘accontentato’ di 90 milioni in cinque anni, mentre Chris Paul ha messo la firma sullo stesso supermax contract siglato da Harden. Come risultato di queste manovre, il roster è per forza di cose rimaneggiato e non ci sono i margini per rinforzarlo sensibilmente, nemmeno a medio/lungo termine: nella stagione 2020/21, i tre percepiranno la bellezza di 100 milioni di dollari. Per la cronaca, lo stipendio di Carmelo Anthony non supera i 2.4 milioni. Lo zio di Peter Parker, uno dei personaggi creati dal fumettista Stan Lee (scomparso in questi giorni), era stato chiaro: “da grandi poteri (o stipendi, in questo caso) derivano grandi responsabilità”.

A compromettere ulteriormente la posizione di Harden e Paul (Capela sta mantenendo gli standard abituali) c’è il fatto che entrambi stiano rendendo visibilmente meno, rispetto all’anno scorso. Tralasciando la media punti e le percentuali, comunque in drastico calo, in questo avvio di stagione sembra mancare la ‘fame’, la scintilla che aveva portato il Barba a vincere il premio di MVP e CP3 a conquistare il già citato ‘contrattone’. E se fossero quelli i loro massimi obiettivi?
E soprattutto, se questa stagione dovesse dimostrare che il gap con i Golden State Warriors resta incolmabile, che ne sarà del futuro della franchigia?

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall'ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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