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Three Points – LeBron – Lakers, primo atto

I primi passi di LeBron James ai Lakers e il grande avvio di Zach LaVine e Blake Griffin nel primo 'Three Points' stagionale.

La grande macchina della NBA è finalmente ripartita, e con essa l’amata routine dei milioni di appassionati sparsi per il mondo. Dopo una lunga off-season caratterizzata da pronostici (tra cui il nostro immancabile Power Ranking), speculazioni e aspettative, è di nuovo l’ora di immergersi nella stretta attualità. La regular season è solo alle battute iniziali, per cui è impossibile emettere alcun tipo di sentenza. Tuttavia, le poche partite fin qui disputate hanno dato spunti sufficienti a permettere il ritorno della rubrica che analizza tre temi ‘caldi’ della settimana. E’ quindi il momento per la prima edizione stagionale di ‘Three Points’!

 

1 – LeBron – Lakers, primo atto

LeBron James (#23) con i giovani talenti dei Lakers, Lonzo Ball (#29, Kyle Kuzma (#0) e Brandon Ingram (#14)
LeBron James (#23) con i giovani talenti dei Lakers, Lonzo Ball (#29, Kyle Kuzma (#0) e Brandon Ingram (#14)

La nuova stagione di questa rubrica non può che aprirsi con il binomio LeBron James – Los Angeles Lakers, che inevitabilmente finirà per attirare le luci dei riflettori almeno fino ad aprile. A prescindere da quanta strada farà la squadra di Luke Walton, il primo risultato dell’approdo di King James in gialloviola è il ritorno a un’esposizione mediatica che, a Hollywood, mancava dai tempi di Kobe Bryant. C’è poco da stupirsi, dunque, che le tre sconfitte subite nelle prime tre gare stagionali abbiano sollevato il primo polverone. Poco importa che siano arrivate contro tre dei migliori team della Western Conference (Blazers, Rockets e Spurs). Nemmeno le prime vittorie, contro i giovanissimi Phoenix Suns e gli emergenti Denver Nuggets, sono bastate a risollevare del tutto giudizi tanto prematuri, quanto pronosticabili.
I Lakers di ottobre non saranno certamente gli stessi che vedremo a gennaio, figuriamoci se assomigliano anche lontanamente a quelli di metà aprile. Queste prime partite, però, ci danno un’idea ben chiara su quali siano le basi da cui parte l’unione tra il più grande cestista al mondo e la squadra più ‘glamour’ della NBA.

L’aspetto più evidente è che LeBron e i Lakers debbano ancora prendere confidenza. Il Re ha giocato le prime gare dando l’impressione di voler capire ‘che aria tira’, senza strafare. 26 punti al debutto contro Portland, 24 allo Staples Center contro Houston, 32 (con 8 rimbalzi e 14 assist) nella battaglia contro San Antonio (spinta all’overtime grazie a una gran tripla del 23 e decisa anche dai suoi errori in lunetta nel finale), 19 con 10 assist contro Phoenix, tripla-doppia da 28-11-11 ai Nuggets. Niente di stratosferico – o meglio – niente di nuovo, per i suoi standard. Le prime uscite ufficiali, e più in generale la prima parte di stagione, serviranno a LeBron soprattutto per capire su chi può contare, nell’ennesimo capitolo della sua perenne rincorsa alla grandezza. A tal proposito, abbiamo subito avuto la risposta a una delle più gettonate domande estive: perché LBJ ha voluto tutti quei veterani al suo fianco?
Rajon Rondo, JaVale McGee e Lance Stephenson si sono rivelati i giocatori più pronti all’impatto con il quattro volte MVP. Abituati da tempo alla pressione dei grandi palcoscenici, hanno dimostrato di parlare già la stessa lingua del loro leader, mettendo in mostra il carisma e l’esperienza che LeBron cercava nei loro curriculum.
A sorpresa, anche il giovane Josh Hart ha risposto subito “presente” all’appello del Re. Sempre in doppia cifra nelle prime cinque partite, ha messo in campo l’intensità e la voglia di emergere di chi è entrato nella lega con l’ultimo biglietto disponibile al primo giro del draft. La stessa spinta che, da subito, ha avuto Kyle Kuzma, scelto tre chiamate prima di Hart; contro gli Spurs ha firmato 37 punti ed è stato in campo in tutti i momenti decisivi. Questi due ragazzi rispecchiano l’identikit perfetto del giocatore che LeBron può far rendere al massimo; giovani, affamati e senza alcun tipo di pretesa, almeno per ora… Si nota forse qualche dissonanza con altri elementi del roster?

LeBron James è l’indiscusso trascinatore del gruppo, ma gli osservati speciali del 2018/19 dei Lakers sono Lonzo Ball e Brandon Ingram, coloro che in NBA sono entrati con le fanfare di una seconda scelta assoluta. I due giovanissimi talenti rappresentano il prodotto finale del progetto gialloviola, per come esso veniva inteso prima dell’arrivo del Re. Ora i piani sono drasticamente cambiati, per cui l’unica opzione possibile è farsi trovare pronti. La point guard da UCLA è sembrata decisamente ‘fuori posto’ all’esordio stagionale, improvvisamente defraudato dal ruolo di ‘motore’ gialloviola sia da James che da Rondo. Si è dovuto quindi adattare, cominciando l’azione lontano dal pallone. Ciò gli ha portato maggiori benefici in termini di coinvolgimento e di statistiche, ma sembra ancora un modo di giocare estraneo alla sua natura.
Ingram è chiaramente il giocatore su cui gravano le maggiori aspettative; dal suo atteso salto di qualità dipenderà gran parte del futuro immediato dei Lakers. Lo sa la dirigenza, lo sa LeBron, che sta cercando in tutti i modi di farlo sentire al centro del progetto. Lo sa lo stesso Ingram, e tale consapevolezza comporta una pressione difficile da reggere, specialmente per un ventunenne che, nelle prime stagioni da professionista, ha vissuto in un contesto con ambizioni ben diverse da quelle attuali. La smania di cercare a tutti i costi l’approvazione del suo leader è tra le probabili cause dell’incresciosa rissa scoppiata contro Houston, a cui Ingram ha dato inizio con uno spintone su James Harden e che ha concluso con un vile pugno alle spalle di Chris Paul. La squalifica di quattro partite gli consentirà di riflettere con calma sulla differenza che passa tra essere un duro e fare il duro.

 

2 – Una stella che nasce…

Zach LaVine, protagonista di uno straripante avvio di stagione con i Chicago Bulls
Zach LaVine, protagonista di uno straripante avvio di stagione con i Chicago Bulls

Essendo ai primi vagiti della nuova stagione, giudicare in modo assennato le condizioni di una particolare squadra è pressoché impossibile (del grande avvio dei Toronto Raptors parleremo la settimana prossima). Per cui, dopo il doveroso focus sull’accoppiata LeBron-Lakers, ci concentriamo su due giocatori che hanno iniziato il 2018/19 in modo eccezionale. Il primo è Zach LaVine, che ha avanzato la sua precoce candidatura sia per il premio di Most Improved Player Of The Year, che per un posto al prossimo All-Star Game.
I Chicago Bulls hanno a roster diverse potenziali stelle; dal giovanissimo Lauri Markkanen, attualmente ai box per infortunio, al ‘figliol prodigo’ Jabari Parker, tornato nella sua città natale dopo quattro stagioni a Milwaukee pesantemente compromesse dai gravi problemi alle ginocchia. In questo avvio di regular season, però, LaVine ha letteralmente ‘rubato il palcoscenico’, scatenando fuoco e fiamme; 30 punti ai Sixers, 33 ai Pistons, 34 ai Mavs e 32 nella prima vittoria stagionale contro Charlotte. Ecco, i risultati di squadra, finora, mancano. Però l’ex guardia dei Minnesota Timberwolves si sta imponendo come trascinatore assoluto dei suoi, anche nei momenti decisivi (vedi l’ultimo possesso contro gli Hornets). Chissà che nel Minnesota non sentano un po’ di nostalgia…

Una rondine non fa certo primavera, soprattutto ora che la primavera è così lontana, ma con le sue grandi prestazioni Zach sta dimostrando che, in fin dei conti, il rinnovo contrattuale da 78 milioni di dollari in quattro anni non è così assurdo. Soprattutto per una squadra così giovane, che da qui al 2022 non avrà serie ambizioni da titolo.
Guai però a non considerare i Bulls nel novero delle pretendenti a un piazzamento playoff. Oltre a LaVine, in questo avvio di stagione si è messo particolarmente in luce Bobby Portis, che dopo quattro partite è in doppia-doppia di media. Peccato che per il numero 5 sia arrivato un infortunio al ginocchio, che lo terrà fuori almeno un mese. A sorpresa, anche l’oggetto misterioso Cameron Payne e l’ex idolo di Villanova Ryan Arcidiacono hanno dato segnali di vita. Quando torneranno a disposizione Portis, Markkanen (ancora un mesetto ai box per un infortunio al gomito) e l’altro infortunato Kris Dunn (che salterà da quattro a sei settimane per un problema a un ginocchio), la truppa di Fred Hoiberg sarà finalmente al completo, pronta a buttarsi in una folle rincorsa alla post-season. D’altronde, a guidarla potrebbe esserci un All-Star…

 

3 – …e una stella che ritorna

Per Blake Griffin una prestazione da 50 punti contro i Sixers
Per Blake Griffin una prestazione da 50 punti contro i Sixers

Per una stella che nasce, ce n’è una che sembrava destinata a spegnersi, ma che invece è tornata a brillare con prepotenza. Prima che Stephen Curry scatenasse tutta la sua furia scaricando 51 punti contro i Washington Wizards, Blake Griffin aveva messo a referto la più sontuosa prestazione della neonata regular season. La vittoria dei suoi Detroit Pistons contro i Philadelphia 76ers, la terza in altrettante partite, è stata infatti suggellata da un canestro con fallo dell’ex simbolo dei Clippers. Una conclusione più che degna per una serata da 50 punti (massimo in carriera) e 14 rimbalzi.

Naturalmente non basta una singola prestazione, per quanto mostruosa, a trasformare Griffin in un MVP. Anche perché i suoi continui isolamenti e la sua tendenza all’ ‘hero ball’ difficilmente faranno le fortune della squadra, a lungo andare. Allo stesso tempo, però, giudicarlo ‘finito’ dopo le ultime, travagliate stagioni era altrettanto ingiusto. L’anno scorso, l’ex principe delle schiacciate era stato ‘pugnalato alle spalle’ dalla franchigia che aveva reso rilevante come mai prima. Scelto con la prima chiamata assoluta al draft 2009 e costretto a saltare il primo anno per infortunio, aveva mostrato fin dal suo debutto di poter diventare un giocatore trascendentale. I suoi incredibili voli al ferro, innescati dalle alzate di Chris Paul, avevano inaugurato l’era di ‘Lob City’. A chi lo etichettava come un semplice schiacciatore, BG aveva risposto ampliando esponenzialmente il suo bagaglio tecnico, anno dopo anno, trasformandosi in un sublime passatore e in un vero e proprio ‘playmaker aggiunto’. Nel 2014, i suoi strepitosi miglioramenti gli avevano fatto chiudere al terzo posto la corsa all’MVP, dietro ai due extraterrestri Kevin Durant e LeBron James. Eppure, quei Clippers non hanno mai vinto nulla, e nemmeno ci sono andati vicino. Di sicuro i molteplici infortuni (sia di Griffin, che di Paul) e il difficile temperamento hanno giocato un ruolo chiave, ma era comunque evidente che a quella squadra mancasse qualcosa. L’addio di CP3 e l’arrivo in società di Jerry West hanno scatenato una rivoluzione che, in quanto tale, ha finito per spazzare via tutto ciò che rappresentava la ‘vecchia guardia’.
Nel giro di pochi mesi, Blake è passato da uomo-franchigia designato (nell’estate 2017 aveva siglato un faraonico rinnovo contrattuale) a elemento superfluo, spedito senza remore a Detroit dopo otto anni in cui aveva portato i ‘cugini poveri’ dei Lakers sotto i riflettori. Difficile, con queste premesse, giocare una seconda metà di stagione memorabile. Soprattutto in una franchigia allo sbando come la Detroit di Stan Van Gundy, letteralmente colata a picco sul finire della scorsa regular season.

Ora, però, il vento sembra cambiato. Van Gundy è stato silurato, e al suo posto è arrivato Dwane Casey (che, fino all’insormontabile scoglio-LeBron, aveva guidato Toronto ad una superba stagione). In più Reggie Jackson, vero ‘X-Factor’ della squadra, è finalmente abile e arruolabile, dopo gli innumerevoli problemi fisici del 2017/18, e Andre Drummond sembra aver ritrovato la verve dei tempi migliori (24 punti e 20 rimbalzi al debutto casalingo contro Brooklyn, 26+22 nell’ultima uscita contro ciò che rimane dei Cavs). Avere Blake Griffin fin dal training camp, e non buttato improvvisamente nella mischia a stagione in corso, rappresenta un sostanzioso passo avanti.
In fase di presentazione della stagione avevamo indicato la Eastern Conference come l’ideale terreno di caccia per aspiranti All-Star e MVP. Se la corsa alla statuetta sembra effettivamente fuori portata, escludere Griffin dal novero delle top star della lega e sottovalutare i suoi Pistons potrebbe essere un errore fatale per qualsiasi contender. Come ama dire uno dei più coraggiosi atleti di sempre, pronto a combattere il match più importante della sua vita: “Believe that!”.

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