Why Kobe Bryant is an hero?

Garnett, Shaq e Kobe
Kobe “The Black Mamba” Bryant è stato uno dei giocatori più forti della NBA, già, è stato… a me, come ad altri giocatori, fa male al cuore parlare di Kobe come un ex giocatore, quasi non ci credo…
Mi fa male al cuore pensare che non avremo più a possibilità di vedere un suo fadeaway dal post, una sua penetrazione che termina con un “arresto e tiro” a dir poco letale, una delle sue magiche schiacciate in faccia a chiunque e non vedremo, o meglio sentiremo più, il suo ‘trash talking’, che ha fatto esaltare milioni di spettatori e impaurire i vari rookie che sfortunatamente si sono trovati sul suo cammino (tra i quali un tale di nome Stephen Curry!).
Scherzi a parte, KB8/24 è una vera arma di distruzione cestistica che può vantare: un ottimo tiro dalla lunga distanza, un’eccezionale abilità nel crearsi gli spazi per tirare, tirare e tirare ancora! E infine, ma non per questo meno importante, una bravura più che unica visto il suo ruolo (playmaker/guardia/ala piccola) nel gioco dal post, e forse soprattutto quello che lo ha contraddistinto in carriera è stata la mentalità. Mentalità vincente. Tutte queste caratteristiche rendono Kobe Bryant uno dei player più forti di sempre!
Dall’Italia all’high school, fino alla NBA
Figlio di Joe Bryant, inizia a giocare a basket sin da piccolo in Italia, spostandosi nelle varie città dei club per i quali gioca il padre. Tra il 1984 e il 1991 quindi passerà da Rieti a Reggio Calabria, per proseguire a Pistoia e a Reggio Emilia. Piccollo OT: Kobe ha più volte elogiato il metodo di insegnamento del basket, affermando che questo sia addirittura migliore di quello americano!
Tornato negli USA si iscrive alla high school, dove guadagna fama a livello nazionale vincendo il titolo statale con la Lower Marion High School, situata in un sobborgo di Philadelphia, infrangendo al contempo il record di punti nel quadriennio liceale per la zona di Philadelphia detenuto da Wilt Chamberlain, mettendo a referto ben 2883 punti; e se uno che supera Wilt Chambarlain non è forte, non riesco a immaginare chi lo sia!
Kobe non è certo un tipo modesto, infatti, neanche maggiorene, si rende elegibile per il draft del 1996, dove verrà scelto dagli Charlotte Hornets alla tredicesima scelta, per poi essere spedito ai Lakers in cambio di Vlade Divac in una delle trade più sbilanciate delle storia. Perchè questo fu uno degli scambi più sbilanciati di sempre? Conoscete Divac?… Ecco!
Secondo alcune voci I New Jersey Nets erano interessati a Kobe e, avendo l’ottava scelta, se lo sarebbero potuti accaparrare, però Arn Tellem bleffò dicendo che se Kobe fosse stato scelto dai Nets sarebbe tornato in Italia, e così fu appunto scelto dagli Hornets. I primi 2 anni, come per la maggior parte delle star NBA, sono pessimi: nella prima, Kobe concluderà con 7 punti di media, nella seconda invece raddoppierà la sua media, portando le sue prestazioni a un discreto livello.
Nella terza stagione, a causa del trasferimento di Van Exel, Kobe venne inserito nel quintetto principale dove diede buoni risultati, ma non ancora sufficienti per essere una star; Kobe aveva solo bisogno del carburante giusto, che arrivò nella sua quarta stagione in NBA: questo carburante portava il nome di Phil Jackson. Jackson, prima dei Lakers, allenò I Chicago Bulls di Jordan, Pippen e Rodman, che scarsi di sicuro non erano. Phil intuì subito che Kobe poteva essere un’arma letale per I Lakers, e lo aiutò molto a maturare come giocatore.
Nella stessa stagione, cioè 1999-2000, tra Bryant e O’Neal nacquè una grande sintonia, che sul parket si trasmutò in punti, punti, punti e anello! Il duo di Los Angeles era ormai sulla bocca di tutti e prurtoppo anche in modo negativo, infatti un giorno erano “il duo più forte della lega”, mentre il giorno dopo erano in stato di rottura per le dichiarazione dell’uno o dell’altro. Ma ciò che succede fuori dal parket, resta fuori da parket, e infatti I Lakers arriveranno a vincere nella stagione 2001-2002 il terzo anello consecutivo, ripeto, C-O-N-S-E-C-U-T-I-V-O.
L’odissea di Kobe

Kobe Bryant Fonte foto: Francesco Brignani @addafancyname
Kobe, durante le stagioni successive al titolo, sembrerà rinchiuso in un girone infernale. Nella stagione 2002-2003 fu uno dei maggiori candidati per il premio di MVP, premio che finirà però nelle mani di Tim Duncan, giovane stella dei San Antonio Spurs coi quali tra l’altro vinse il titolo. Bryant non ebbe nemmeno il tempo di togliere il sapore amaro della sconfitta contro gli Spurs che subito si trovò in una situazione molto scomoda: egli era stato accusato di stupro da una ragazza con la quale ebbe dei rapporti sessuali durante una permanenza, dovuta a un’operazione, in Colorado.
Mentre la nostra star in tuta gialloviola aveva vari grattacapi di cui occuparsi, la dirigenza Lakers pensò bene di rimpolpare il roster aggiungendo 2 nuovi cestisti, tali Gary Payton e Karl Malone (perchè il roster ancora non era abbastanza forte eh?). Grazie a un rimpinguamento del roster quello poteva, anzi, doveva essere l’anno di Kobe e dei suoi Lakers, che erano ormai diventati un team eccezionale su tutti I punti di vista, cosa che dimostrarono per tutta la regular season e per i turni dei playoff che riguardavano a Western Conference, della quale ne diventarono i campioni.
Arrivati alle finals, però, I Lakers si persero in un bicchiere d’acqua, perdendo 4-1 la serie contro Detroit, cosa che stupì tutti considerando la grande stagione che I giallo-viola avevano trascorso come top team.
Gli anni successivi furono molto bui per la franchigia californiana che, quando dopo un paio di anni riuscì a partecipare alla post season della stagione 2005-2006, venne eliminata dai Suns che rimontarono la serie portandola 4-3 in loro favore; discorso diverso fu per Kobe il quale innalzò le sue medie di punti a partita, arrivando persino a segnarne 81, ripeto, 81! Quest’odissea, che sembrava senza fine, termina nella stagione 2007-2008 con l’arrivo di Pau Gasol: in quella stagione I Lakers divennero capi lega della Western Conference, in più Kobe, dopo tante fatiche, riuscì a vincere l’agoniato premio Mvp di regular season ma, purtroppo, la nuvola nera che passò da Fantozzi ai californiani ricomparve, infatti, a causa dell’infortunio di Bynum, e a causa di una panchina quasi del tutto assente, i gialloviola vennero sconfitti nelle finals dai Boston Celtics guidati dal trio Garnett-Pierce-Allen (nostalgia canaglia!).
La consacrazione definitiva
A Los Angeles il tempo era grigio da troppo tempo, la delusione e la rabbia attanagliavano l’intera franchigia. Kobe, il “Black Mamba”, aveva da troppo tempo familiarizzato col sapore della sconfitta, al quale non si era mai abituato, così decise di trasformare quel sapore amaro in veleno, veleno che distrusse chiunque aveva la sfortuna di trovarvisi davanti, veleno che risultò fatale per I Magic che, nelle finals del 2009, che furono messi in ginocchio da Kobe e compagni, senza possibilità di rialzarsi. E’ fatta. Finalmente, dopo tanto tempo, I Lakers riescono ad alzare al cielo quel titolo frutto delle loro sofferenze, e inoltre riportano il bel tempo e il buon umore in quel di Los Angeles!
Era il quinto anello per Kobe che già sognava di portare a casa il sesto, purtroppo questo sogno non si avvererà mai. Però KB raggiungerà obbiettivi che molti cestisti si sognano, tra cui ricordiamo: Il febbraio del 2011 quando, dopo una prestazione da 37 punti e 14 rimbalzi, vinse il suo quarto MVP della partita delle stelle, eguagliando il primato assoluto di Bob Pettit.
Il 5 dicembre 2012 ha raggiunto i 30.000 punti in carriera, il più giovane giocatore della storia a firmare tale traguardo. Il 30 marzo 2013 ha superato Wilt Chamberlain nella classifica dei migliori realizzatori di sempre.
È diventato inoltre l’unico giocatore della storia ad aver segnato 30.000 punti e smazzato 6.000 assist in carriera. Il 14 dicembre si è lasciato alle spalle Michael Jordan nella classifica dei migliori realizzatori All Time, piazzandosi al terzo posto assoluto alle spalle di Kareem Abdul-Jabbar e Karl Malone.
Addio, mio capitano!
Il 29 novembre 2015 Kobe Bean Bryant annuncia il suo ritiro dalla NBA (come giocatore) con una lettere d’amore alla sua amata, la pallacanestro. Questa notizia sconvolge tutti, i fan della Nba i quali capiscono che, dalla prossima stagione, il Black Mamba non giocherà più, capiscono che non vedranno più un numero 24 che porta sopra la scritta Bryant, il cognome di quel giocatore che per tutta la sua carriera è stato amato e odiato, criticato per il suo brutto carattere e per il suo individualismo, elogiato per la sua bravura e per la sua mentalità cestistica, la quale porta il nome di “Mamba Mentality”. Io, come molti altri, non mi sono ancora abituato al fatto che Kobe non ci regalerà più un altro tiro, un altro giro, un altro regalo…

