Home NBA, National Basketball AssociationNBA in EvidenzaLuka Dončić: storia del ragazzo portato dal vento

Luka Dončić: storia del ragazzo portato dal vento

di Filippo Barone
Luka Dončić

25 giugno 1991: l’est Europa si spacca in due. C’è un mondo che si ferma per dieci lunghi giorni. Interminabili, nei quali chi è fuori può solo osservare l’uomo che distrugge l’uomo. Una dichiarazione di indipendenza, la conseguente reazione militare, 62 morti, 5000 civili dispersi è il risultato. Tra quei 62 morti c’è un signore che era da poco diventato papà e che non sarebbe mai diventato nonno di un autentico capolavoro. Quel signore portava lettere durante quei dieci giorni di conflitto. Lo faceva per pochi dinari jugoslavi. Già, jugoslavi, perché era quello il centro nevralgico del conflitto. Distaccarsi da una bandiera sotto la quale nessuno sloveno si era mai riconosciuto. Quell’uomo che portava lettere aveva il sogno di diventare un atleta olimpico e correre per la sua nazione. Il sogno venne infranto da una scheggia di una bomba lanciata dall’esercito serbo il 3 luglio 1991. Il caso vuole mentre correva per portare, dicono, una lettera a colei che aveva sposato da poco. In questo contesto crescono due giovanissimi Sasa e Mirjam. Lui per metà serbo e metà sloveno, lei slovena da quattro generazioni. Quasi ovvio il collegamento con l’opera Shakespeariana. Nonostante il conflitto balcanico si protragga fino al 2001, il 28 febbraio del 1999 la vita di Sasa e Mirjam cambia per sempre.

“DEVI CORRERE DA MIRJAM, HA UN REGALO PER TE”

 Siamo a Lubiana, in una zona periferica non distante dal centro anche se, a quel tempo, una quindicina di chilometri sembrano uno spartiacque infinito tra periferia e città, una “terra di mezzo” in una cornice di neve e gelo. Papà Saša sta allenandosi come consuetudine nella palestra del Zlatorog Laško (al tempo Pivovarna Lasko). L’allenamento è quasi terminato quando qualcuno gli dice che hanno chiamato dall’Ospedale di Lubiana e che sua moglie Mirjam donna di una bellezza dionisiaca, ha dato i natali al bambino d’oro. Luka Dončić è il nome che scelgono, non senza difficoltà. Fin da subito papà Saša sviluppa per il figlio un senso di protezione accomunabile a quello di Re Enrico VIII d’Inghilterra verso suo figlio Edward, al tempo unico erede maschio della dinastia Tudor. Normale, penserete, è suo padre. Ni, perché nell’est Europa, soprattutto se sei figlio di uno che non è esattamente l’ultimo dei passanti, ti abitui fin da subito a far da te e a non chiedere mai aiuto a papà e mamma. Lì si è poco avvezzi alle effusioni, alle parole buone. Si parla poco, si lavora molto e ci si abbraccia ancor meno. Luka viene iscritto, a 7 anni (tenete a bada questo numero) alla Osnovna šola Mirana Jarca, che prende il nome da uno dei poeti espressionisti più noti della cultura slovena Miran Jarc.

 

Nella scuola elementare principale di Lubiana, la formazione è fondamentale come lo è lo sport. Oltre ad un campetto da calcio (a 7, guarda un po’), c’è un campo da basket che diventa da pallavolo quando i maschi non ci sono. Funziona così, a quel tempo. Luka Dončić ama correre, anche troppo e infatti il pediatra consiglia alla famiglia di prestare attenzione agli sforzi fisici del piccolo bimbo dagli occhi color ghiaccio. Luka gioca a calcio e finito col calcio gioca a basket e così via. Nella squadra della classe comincia come attaccante ma è due spanne più alto degli altri e qualcuno suggerisce (indovina chi) che forse l’altra squadra, quella di basket, ne avrebbe più bisogno visto che prende scoppole anche dalle sezioni inferiori. “Luka hai voglia di tirare un po’” – pausa scenica Brechtiana, poi una smorfia – “Mmm…okay”. Ne infila 15 su 16 da tre. Alla prima, contro i ragazzi di quinta. Sipario, 110 cum laude. Tutti si aspetterebbero che il ragazzino cresca a pane e canestro, che dorma con la palla sotto il cuscino eccetera eccetera. No. Papà Saša pretende che suo figlio studi e ottenga buoni voti altrimenti lo farà togliere dalla squadra. Intanto lui continua a giocare, con poche fortune, pellegrinando qua e là mentre suo figlio miete vittime su campi più piccoli e giganteggia tra i banchi. Un giorno un suo compagno, in realtà più grande di 4 anni, ad un torneo tra le scuole di Lubiana, ha la malsana idea di etichettarlo come “Voi Doncic siete dei serbi di m…” Brutta idea. Luka Dončić in un primo istante non risponde ma si gira, prende la palla e fa centro e viene allontanato dal torneo. Cosa si sono persi gli altri genitori venuti fin lì per vedere le partite…

Quando suo padre viene a recuperarlo trova un Luka imbronciato e taciturno. “Luka, non ti dirò che hai fatto bene perché hai fatto bene…” – silenzio-  “…però non devi farlo mai più. Chi ti provoca lo fa per indebolirti e non potrai prendere a pallonate in faccia tutti quelli che ti insulteranno perché sennò è meglio che cominci a pensare a che lavoro vuoi fare.” A consolarlo c’è sua nonna, donna di Pasoliniana meraviglia. Lo seguirà quasi sempre per le partite più importanti di Luka negli anni avvenire. Tra nonna e nipote c’è un rapporto speciale. La nonna di Luka Dončić è sempre stata convinta che il ragazzo abbia ereditato gli occhi azzurri non solo dalla mamma Mirjam ma anche dal nonno di quest’ultima e la voce pacata e gentile invece dall’uomo che le aveva rubato il cuore e che era morto quella mattina di luglio del 1991. Conosceva Milan Kučan, uno dei comandanti dello schieramento sloveno in quella atroce guerra. Frequentavano la stessa scuola elementare, proprio quella che poi frequenterà anni dopo Luka, diventata al tempo quasi un rifugio militare in cui l’esercito progettava la tentata caccia al criminale Slobodan Milosevic, comandante serbo che per sua nonna rappresenta l’assassino di suo marito. Ecco perché ha sempre avuto un affetto particolar verso il nipote; lo ha sempre visto come la testimonianza vivente dell’uomo che non aveva più al suo fianco e la somiglianza è, per chi ne ha confrontato le foto, impressionante.

Luka Dončić intanto cresce, gioca, studia. Nel 2010 il Košarkarski Union Olimpija (ex ASK Lubiana, la società che aveva lanciato Gregor Fučka nel 1990), gli offre un provino. Non c’è bisogno di raccontare l’esito. Luka dispensa con esiziale sicumera una classe sopraffina, crea situazioni di gioco come Baryšnikov in un balletto, come Van Gogh con il suo cielo stellato. A Lubiana una apparizione così celestiale su un campo di pallacanestro non si era mai vista. All’Union però sanno che uno così passa una volta ogni mille anni e se ne accorgono da Mosca a Istanbul, passando per Madrid ed Atene, ossia, tradotto, le locazioni delle quattro squadre più importanti in Europa. Il CSKA formula la prima offerta, proponendo un impiego al padre e alla madre; il Fenerbaçhe offre un ingaggio che, per un ragazzino di tredici anni è una cifra quasi immorale ma papà Saša Dončić non ascolta nemmeno la proposta dei turchi perché vuole per suo figlio il meglio ove per meglio si intende non dal punto di vista economico ma ambientale, per far sì che cresca, con calma e “si guadagni il posto senza che nessuno lo catapulti in un mondo molto più grande di lui”. Il Real però propone alla famiglia di tesserare il ragazzo mandandolo inizialmente alla propria squadra B, in modo che possa formarsi, prendere coscienza con la nuova realtà per farne poi un pilastro del futuro blanco. Questa volta il cavernicolo Dončić Senior dice sì e Luka, di buon grado, lascia il suolo natio per cominciare a distribuire il Credo del Gioco in terra spagnola. Nei successivi tre anni scala posizioni tra le squadre giovanili madridiste e nel 2015 fa il suo esordio assoluto in ACB, in un Real che vincerà il titolo, ripetendosi anche l’anno successivo anche grazie a Lui.

Luka Dončić però è tutto sommato taciturno; chi non lo conosce potrebbe pensare sia una presunzione di un ragazzo che crede di essere meglio di altri (cosa che per altro è) ma invece è ben diverso ciò che si cela dietro quel sorriso mai scontato ma sempre puro e sincero: Luka Dončić è perfettamente consapevole dei sacrifici che suo padre e sua madre hanno fatto per lui. E’ consapevole di quanto tutti, al Real e nella nazionale, si aspettano dal suo talento. E’ come se non volesse disperdere energie in cose inutili, frivole effimere. Anche se si potrebbe pensare che sembri esagerato non è retorica. Luka, da buon ragazzo dell’est, vede il mestiere del gioco (per altro lautamente retribuito) come un privilegio che non vada sprecato anche per rispetto di chi non ha avuto la medesima fortuna. Quando sorride, dicevamo, lo fa perché gli viene dal cuore. All’indomani dell’eliminazione del Real dall’ultima semifinale di Eurolega tutti, in Spagna, hanno parlato del fallimento della squadra, troppo dipendente da un Dončić non all’altezza di essere leader (Blasfemia che può uscire solo dalla bocca di chi poco sa di questa Arte chiamata pallacanestro). Luka si rintana a guscio senza rispondere, senza polemiche consolato da suo padre e sua madre e dalla stupenda Anamarija.

“Hai intenzione di arrivarci così all’Europeo? Lascerai che i tuoi compagni debbano sopportare le lacrime di un ragazzino che non riesce a diventare un giocatore di livello mondiale oppure vuoi aiutare il tuo paese a compiere una impresa?”

Nemmeno a dirlo il buon Saša, delicato come un destro di Muhammad Ali, sa quali corde toccare col figlio. Luka Dončić è abituato per cui quelle parole non hanno in lui l’effetto della benzina sul fuoco ma riescono a ricucire le delusioni di una Eurolega sfuggita.

All’Europeo la Slovenia parte, ai blocchi di partenza, come una delle possibili outsider ma non la principale. Manca Zoran Dragic e coach Kokoškov aveva telefonato a Luka prima delle convocazioni dicendogli: “Luka io uno come te credo di non averlo mai visto in vita mia ma ho bisogno di te come uomo, non di te come talento o ragazzino prodigio. Per cui se vuoi venire con noi devi diventare impermeabile. Chiudi gli occhi quando sei in difficoltà. Isolati e fai quello che ti viene meglio. Non ho bisogno del ragazzino che piace a tutti ma che nessuno prenderebbe realmente in squadra. Se te la senti…” Discorso da maestro Zen tipico della concezione americana dello sport, fatto da un uomo che mastica NBA da anni (non a caso è il vice di Quin Snyder agli Utah Jazz). Luka due ore prima delle partite è solito ascoltare Baba O’Riley degli Who e mangiare una fettina di crostata di mele che la nonna gli ha preparato e che in qualche modo riesce a fargli recapitare. E così fa anche il giorno della semifinale europea. Luka Dončić si cala perfettamente nel ruolo e trascina (non da solo, ci mancherebbe) la Slovenia fino alla finale, disputando una gara tra il disumano e l’illegale in cui dispensa anche quei sorrisi che tanto hanno fatto innamorare tutta la Slovenia e non solo. E’ una felicità vera, pura, come lui. Dopo la giocata spaziale dell’86-67 Luka, in un fermo immagine Sky, ha gli occhi lucidi e colmi di emozione. E’ come se in quegli occhi si riflettesse tutto un Paese ed anche la commozione di chi sa di aver fatto qualcosa di inimmaginabile e di aver regalato una gioia incancellabile ad un popolo, un popolo che dal 25 giugno 1991 aspettava un qualcosa di storico, una vittoria vera, un capolavoro sportivo… come lui.

 

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3 commenti

sara 10 Dicembre 2017 - 18:42

Comunque Luka classe 1999 …

Risposta
Anonimo 17 Dicembre 2017 - 0:19

Hai ragione Sarà, errore di battitura. Grazie per avermelo segnalato! Ti è piaciuto il pezzo?

Risposta
sara 10 Dicembre 2017 - 18:42

comunque Luka classe 1999…

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