Facciamo un grosso passo indietro: il 2 agosto 2013 i Miami Heat firmano Greg Oden, forzato da una serie di microfratture al ginocchio destro a ben 3 anni e mezzo di distanza dai parquet NBA, un vero peccato date le straordinarie doti fisiche del ragazzone di Buffalo.
213 cm per 129 kg, numeri impressionanti persino per la National basketball association. Ma la vera domanda è: perché i Miami Heat pluricampioni e con un sistema collaudatissimo e ben oliato hanno messo sotto contratto un giocatore così fisicamente insicuro?

La risposta si chiamerebbe, secondo i più, Roy Hibbert: la squadra di Erik Spoelstra, lo scorso anno ha concluso a fatica una serie in cui il centro di Queens ha mantenuto una media di 22.1 punti con 10.4 rimbalzi ad “allacciata di scarpe” con prestazioni incontenibili da parte dei poco “pesanti” Bosh ed Haslem e comunque non gestibili da un giocatore come Chris Andersen, unico vero centro di ruolo della formazioni di Wade e compagni.
Pensare che Oden risolvesse automaticamente un’eventuale finale di conference di quest’anno tra Miami ed Indiana è da pazzi sinceramente, pensare che potesse essere completamente inutile è tuttavia altrettanto fuorviante.
Tutta questa premessa serve solo per far capire come le difficoltà di Indiana passano trasversalmente dalle gare di Roy Hibbert: perché sinceramente ad una squadra che punta al titolo non basta l’intermittenza di un giocatore come Paul George e neanche l’ignoranza spesso utile ancora più spesso dannosa di Born ready, aggiungiamoci che David West è sì un giocatore importantissimo ma non rappresenta quasi mai la carta vincente ed aggiungiamoci anche che il settore “shooting guard” non possiede nemmeno un elemento di una squadra da titolo e che la panchina della compagine di Indianapolis, nonostante l’arrivo di Luis Scola, continua a non incidere come dovrebbe ed il cocktail è servito: sconfitta in gara-1 di misura contro gli Hawks.
Adesso però puntualizziamo: Indiana probabilmente passerà il turno e certamente non subirà uno sweep, ma la prima impressione di questi Playoffs e soprattutto della parte finale di regular season è che i gialloblu non sono ancora una squadra da titolo, a maggior ragione nella conference del numero 6. Fermo restando che le prime impressioni spesso sono indicative quanto il nulla più assoluto, i problemi dei Pacers sono risaputi: stagnanti in attacco, difesa che procede ad intermittenza, tuttavia si può auspicare un miglioramento in modo molto naturale e senza sforzi, anche perché coach Vogel sul pino ci sta che è una bellezza.
Quanto detto finora, però, è tremendamente riduttivo nei confronti degli Hawks, una squadra che, è giusto ricordarlo, è seconda in tutta la lega per ASTPG con 19.0, meriti di Teague ma soprattutto di Budenholzer ex assistente di Popovich, proprio Popovich: l’allenatore della squadra prima in classifica in quella speciale classifica… Coincidenze?! Non credo.
Al di la di questo, la squadra della Georgia, arrivata ai Playoff all’ultissimo, gioca un ottimo basket supportato dal 4 perimetrale sempre più importante nella NBA odierna: Paul Millsap che viaggia con il .360% nel tiro dalla grande distanza condito da 8.5 RBPG che ne fa il miglior rimbalzista della franchigia. Poi c’è Horford, secondo i numeri il giocatore più importante (22.1 di PER) ma soprattutto, esattamente all’opposto della franchigia in mano a Larry Bird, le seconde linee e la panchina di Atlanta contribuiscono moltissimo alle vittorie ottenute ed i numeri parlano chiaro: 5° squadra ad East per bench points e 12° in tutta la NBA (con un minutaggio tuttavia mediamente più basso). Gli Hawks probabilmente non arriveranno lontanissimo, ma fa piacere vederli giocare ed è una delle franchigie con il futuro più roseo. In conclusione, di sicuro i Pacers arriveranno e questa attesa verrà ripagata, scommetteteci.
Michele Garribba

