Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiRegular Season 2018/19 – Le pagelle (prima parte)

Regular Season 2018/19 – Le pagelle (prima parte)

di Stefano Belli

A metà aprile, in NBA si inizia a fare sul serio; ai playoff tutti i nodi verranno al pettine, il reale valore delle squadre emergerà. E’ durante la regular season, però, che si trovano le alchimie e i ritmi necessari per arrivare pronti alle partite che contano. Come ogni anno, approfittiamo della chiusura della stagione regolare per dare i voti alle trenta franchigie. Con un occhio alle aspettative della vigilia, cercheremo di capire come le sedici qualificate si presentano alla post-season, e proveremo a fare un bilancio finale sulle quattordici che pensano già alle vacanze. E’ il momento del ‘pagellone’ 2018/19!

(la seconda parte è visibile a questo link)

 

Atlanta Hawks: voto 7

John Collins (a sinistra) e Trae Young, giovani stelle degli Hawks 2018/19

John Collins (a sinistra) e Trae Young, giovani stelle degli Hawks 2018/19

Per gli Hawks, questo 2018/19 si presentava come una stagione di tanking selvaggio, ma così non è stato. Certo, le sconfitte sono fioccate a grappoli, ma la squadra di Lloyd Pierce si è battuta valorosamente, lasciandosi nettamente alle spalle formazioni come Chicago, Cleveland e New York che, almeno sulla carta, sembravano decisamente più attrezzate. Atlanta ha vinto più del previsto, e lo ha fatto sopratutto grazie a una coppia di giovani stelle. Trae Young, partito con qualche difficoltà, ha strabiliato nella seconda parte del suo anno da matricola, imponendosi come unica credibile alternativa a Luka Doncic nella corsa al Rookie Of The Year Award. A beneficiare delle sue invenzioni è stato soprattutto John Collins. Il lungo da Wake Forest, alla seconda stagione NBA, ha sfiorato i 20 punti e 10 rimbalzi di media: cifre che sembrano proiettarlo verso un futuro da All-Star.
Intorno ai due fenomeni si sono intraviste le giuste basi per la costruzione di un ottimo progetto: giocatori funzionali alla causa, seppur tutti da formare (Kevin Huerter e Omari Spellman, positivi al debutto da professionisti), un allenatore a cui è stata lasciata carta bianca e una dirigenza illuminata, guidata dall’ottimo general manager Travis Schlenk. Tutto ciò vale molto più di un’improbabile rincorsa ai playoff o di una spudorata caccia alla prima scelta (New York e Cleveland). Che poi, di prime scelte Atlanta ne avrà quasi certamente due: oltre alla propria (che difficilmente uscirà dalle prime 6), ci sarà anche quella di Dallas (se non sarà tra le prime 5), ottenuta nello scambio che ha mandato in Texas Luka Doncic. Allora, cedere lo sloveno (terza chiamata assoluta nel 2018) per Young e una scelta futura era stato additato da molti come pura follia; sicuri che sia stato un errore così grossolano?

 

Boston Celtics: voto 5,5

Il quintetto dei Celtics per il 2018/19

Il quintetto dei Celtics per il 2018/19

Anche il tifoso più ottimista lo ammetterà: il 2018/19 dei Celtics non sta andando come previsto. Magari ai playoff ritroveremo la squadra gagliarda della passata stagione, quella fermata solo dai Cavs di LeBron James in gara-7 delle Conference Finals, ma oggi quella squadra non c’è più. O forse non c’è ancora. I rientri di Gordon Hayward e, soprattutto, Kyrie Irving non sono stati assolutamente ‘digeriti’ da coloro che avevano trascinato il gruppo l’anno scorso. Terry Rozier è sembrato più il discreto giocatore degli esordi, che lo ‘Scary Terry’ comparso su migliaia di T-shirt durante gli scorsi playoff, Jaylen Brown è stato a tratti irriconoscibile, Jayson Tatum ha alternato prestazioni da futuro MVP a serate di totale anonimato che, in post-season, potrebbero rivelarsi fatali. Molto meglio i veterani, da Marcus Smart a Marcus Morris, fino all’insostituibile Al Horford, eterno ‘faro’ su entrambi i lati del campo.
Guai a ‘incolpare’ Hayward e Irving per una situazione così delicata. Il primo sta disperatamente tentando di tornare ai grandi livelli del pre-infortunio, mentre il secondo si è confermato un fenomeno in una lega di fenomeni. Forse nella sua spasmodica ricerca della leadership ha incontrato qualche forzatura, forse l’incertezza sul suo futuro ha contribuito a destabilizzare l’ambiente, ma sul piano tecnico non gli si può rimproverare nulla. Semplicemente, Boston è incappata in quei ‘dolori di crescita’ inevitabili, per chi vuole arrivare in alto. Coach Brad Stevens ha davanti a sé il talento, e dietro di sé l’organizzazione giusta per risolvere questi problemi. Non dovesse farcela, nell’immediato futuro ci saranno decisioni molto delicate da prendere.

 

Brooklyn Nets: voto 7,5

D'Angelo Russell e Jarrett Allen, giovani speranze dei Nets

D’Angelo Russell e Jarrett Allen, giovani speranze dei Nets

Il 2018/19 è la stagione della rinascita, per i Nets, quella che permette loro di lasciarsi definitivamente alle spalle la maledetta trade che, nel 2013, aveva portato a Brooklyn le versioni ‘crepuscolari’ di Kevin Garnett e Paul Pierce. Quello scambio è finito col ‘regalare’ ai Celtics Jaylen Brown, Jayson Tatum e una parte di Kyrie Irving (arrivato a Boston in cambio di un pacchetto comprendente la scelta 2018), ed è costato ai Nets il futuro immediato.
Per riemergere dalle macerie, Brooklyn si è affidata al lavoro del general manager Sean Marks e di coach Kenny Atkinson. Con l’esiguo margine di manovra a disposizione, Marks ha assemblato un roster giovane, formato da ottimi role players e da qualche talento di prospettiva. Della prima categoria fanno parte giocatori come Joe Harris (vincitore del Three Point Contest 2019), DeMarre Carroll, il rookie Rodions Kurucs e Spencer Dinwiddie (che si è guadagnato un’estensione contrattuale), mentre nella seconda spiccano Jarrett Allen e D’Angelo Russell. Il centro da University of Texas sembra sulla buona strada per entrare, un giorno, nell’élite dei migliori lunghi NBA. In questa regular season si è tolto persino la soddisfazione di rifilare due memorabili stoppate a LeBron James e Giannis Antetokounmpo; roba che, per molti, varrebbe un’intera carriera… Russell ha vissuto la stagione della consacrazione, quella in cui ha raggiunto un meritatissimo All-Star Game, ha trascinato la squadra ai playoff e ha fatto venire più di un rimpianto ai tifosi dei Lakers. Rimpianti condivisibili fino a un certo punto; una maturazione del genere poteva avvenire solo in una franchigia organizzata, scrupolosa e paziente. Cosa che i Lakers non erano nel 2017 (quando ‘D-Lo’ è stato ceduto ai Nets), e che forse non saranno mai.
Questa ottima stagione permetterà a Brooklyn di riassaporare il clima playoff dopo quattro anni e, allo stesso tempo, di lanciare un forte messaggio ai prossimi free-agent: “Venite da noi, siamo pronti a diventare grandi”.

 

Charlotte Hornets: voto 5

Per coach James Borrego e Kemba Walker, il 2018/19 potrebbe essere stato il primo e unico anno insieme

Per coach James Borrego e Kemba Walker, il 2018/19 potrebbe essere stato il primo e unico anno insieme

L’imminente scadenza del contratto di Kemba Walker rendeva questo 2018/19 la stagione della svolta obbligata. Invece è stata l’ennesima annata mediocre, nonostante un Kemba al suo meglio (eletto titolare nell’All-Star Game disputato proprio a Charlotte). Il nuovo allenatore, James Borrego, non è riuscito a far cambiare rotta a un gruppo che, ormai, non ha più nulla da dare. I progressi di Jeremy Lamb (anche lui in scadenza) e Malik Monk sono stati troppo timidi per ravvivare le speranze di un futuro roseo, il rookie Miles Bridges si è visto solo a sprazzi e Frank Kaminsky, frustrato per lo scarso utilizzo, è diventato un vero e proprio ‘caso’; il suo addio (in estate avrà una qualifying offer) sembra ormai certo. Il grigiore di quest’annata ha contagiato anche Tony Parker, che forse poteva scegliere un posto migliore per il dopo-Spurs.
La scarsa competitività, la mancanza di scelte alte al draft, l’inesistente appetibilità per i free-agent e il monte salari ingolfato dai contratti assurdi di Nicolas Batum, Bismack Biyombo, Cody Zeller, Marvin Williams e Michael Kidd-Gilchrist (a libro paga per 85 milioni di dollari l’anno prossimo) hanno un significato comune, per la franchigia di Michael Jordan; un’altra estate senza prospettive. O meglio, con l’unica prospettiva di perdere il suo miglior giocatore e sprofondare nuovamente negli abissi, come ai tempi dei Bobcats.

 

Chicago Bulls: voto 4,5

I Chicago Bulls versione 2018/19

I Chicago Bulls versione 2018/19

Mezzo voto in più per i numerosi infortuni che hanno martoriato l’avvio di stagione, ma il 2018/19 dei Bulls è stato pessimo, soprattutto in virtù di quanto fatto l’anno scorso. Sembrava che la ricostruzione fosse partita col piede giusto, con le premesse ideali a renderla tutto sommato rapida. Anzi, il livello medio della Eastern Conference (escluse le prime quattro / cinque squadre) faceva intravedere, in fase di pronostici, qualche flebile speranza di playoff. Invece, dopo poche settimane è andato tutto a rotoli; basti pensare alla questione-allenatore, con coach Fred Hoiberg licenziato e con il suo sostituto, Jim Boylen, messo sotto accusa da parte dello spogliatoio per i metodi di allenamento troppo duri. Lo sviluppo dei giovani è proceduto a rilento; Kris Dunn a tratti involuto, Wendell Carter Jr. messo k.o. da un problema al pollice dopo appena 44 partite, le stesse giocate dall’altro rookie Chandler Hutchison. Lauri Markkanen, dopo i lampi da matricola, è tornato arruolabile solo a dicembre. L’unica nota lieta di questo 2018/19 è stato Zach LaVine (23.7 punti di media), che in un contesto più competitivo avrebbe forse conquistato l’All-Star Game. L’altro potenziale riferimento offensivo, Jabari Parker, è stato prima messo fuori rosa, poi ceduto (insieme a Bobby Portis) a Washington, in cambio di Otto Porter Jr.. L’innesto di quest’ultimo, insieme a una delle primissime chiamate al draft 2019, potrebbe dare la spinta decisiva per un rilancio che, a questo punto, non può più essere rimandato.

 

Cleveland Cavaliers: voto 4

Kevin Love ha passato ai box gran parte di questo 2018/19

Kevin Love ha passato ai box gran parte di questo 2018/19

Se nel giro di un anno passi dalle NBA Finals al penultimo posto della Eastern Conference mantenendo lo stesso roster, con la notabile eccezione di Jeff Green e quella ancor più notabile di LeBron James, si possono trarre due conclusioni: gli elementi sottratti erano decisamente influenti (sopratutto uno dei due, con buona pace del caro Jeff) e la tua franchigia è allo sbando. Pur senza il miglior giocatore della sua storia, in questo 2018/19 Cleveland aveva le carte in regola per puntare a un piazzamento playoff, soprattutto in una Conference che ha dato speranza persino agli Orlando Magic. Invece, la stagione dei Cavs è durata appena sei partite. Dopodiché, come direbbe Montalbano, è finita a schifìo.
Il licenziamento di coach Tyronn Lue è avvenuto con un tempismo inspiegabile (c’era bisogno di quelle sei figuracce per decidere che era meglio voltare pagina?) e ha messo a nudo l’inconsistenza del front-office. Una volta capita l’antifona, i veterani si sono messi di traverso, facendo intendere di non voler essere parte di un progetto (?) di ricostruzione. Qualcuno è stato ceduto (Kyle Korver, George Hill, Rodney Hood), qualcun altro si è presto infortunato (Kevin Love e Tristan Thompson), mentre J.R. Smith è rimasto ‘intrappolato’ in Ohio, nella vana attesa che qualcuno spendesse una prima scelta futura (risata di sottofondo) per portarselo via.
Volendo trovare una nota lieta, gli unici due giovani di prospettiva (Cedi Osman e il rookie Collin Sexton) hanno mostrato interessanti lampi di talento, ma per trovare un potenziale uomo-franchigia bisognerà passare dal prossimo draft. D’altronde, la strategia dei Cavs è ormai chiara: navigare a vista in attesa che cada dal cielo il ‘nuovo LeBron’.

 

Dallas Mavericks: voto 5

Luka Doncic, grande protagonista di questo 2018/19, insieme a Rick Carlisle

Luka Doncic, grande protagonista di questo 2018/19, insieme a Rick Carlisle

L’eccezionale debutto di Luka Doncic e l’operazione che ha portato in Texas Kristaps Porzingis hanno indubbiamente gettato le basi per un futuro interessante. Ciò non toglie che questo 2018/19 sia stato abbastanza deludente, soprattutto in virtù di come era iniziato. A dicembre, i Mavs erano in piena zona playoff e giocavano un ottimo basket. Coach Rick Carlisle era riuscito a inserire alla perfezione i nuovi arrivati (Doncic, Jalen Brunson e DeAndre Jordan) in un roster giovane ma collaudato. Le visioni dello sloveno e la presenza sotto i tabelloni di Jordan esaltavano le doti dei componenti del nucleo ‘storico’ (su tutti Dwight Powell e Maxi Kleber, ma anche Dorian Finney-Smith e il super-veterano J.J. Barea). L’unico realmente ‘penalizzato’ dal nuovo assetto è stato Dennis Smith Jr.. Messo inevitabilmente in secondo piano (in termini di responsabilità e possessi) dall’exploit di Doncic, il prodotto di NC State è entrato presto in rotta di collisione con lo staff tecnico. L’inevitabile separazione è arrivata alla trade deadline, quando Smith, Jordan e Wesley Matthews sono finiti a New York in cambio di Porzingis, Tim Hardaway Jr., Trey Burke e Courtney Lee. Una mossa che ha indicato chiaramente le intenzioni di Mark Cuban e il suo staff: lasciar perdere questa stagione (che infatti è totalmente naufragata, da febbraio in poi) per provare a diventare una contender in futuro. Poco da obiettare, a parte il fatto che affidarsi completamente a un rookie e a un fenomeno fermo da un anno e mezzo che potrebbe non rinnovare è comunque un bel rischio. Certo, se dovesse andar bene…

 

Denver Nuggets: voto 9

I Denver Nuggets di Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray sono una delle grandi rivelazioni di questo 2018/19

I Denver Nuggets di Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray sono una delle grandi rivelazioni di questo 2018/19

Forse la più grande sorpresa di questa regular season. Che per i Nuggets il 2018/19 potesse essere l’anno del ritorno ai playoff era abbastanza prevedibile, ma indicare la squadra di Mike Malone come principale avversaria degli Warriors per il miglior record a Ovest avrebbe comportato un ricovero d’urgenza. Invece Denver ha stupito il mondo con una stagione sontuosa, giocata dall’inizio alla fine con incredibile sicurezza e determinazione. Attribuire i meriti esclusivamente a Nikola Jokic sarebbe assolutamente fuorviante. Il serbo ha vissuto un’annata da All-Star e da candidato MVP, illuminando il Pepsi Center con giocate di pura classe, ma intorno a lui Malone ha costruito un gruppo solido e dalle mille risorse. Anche in questo caso, qualche pronostico è stato smentito; molti si aspettavano che il talento di Jamal Murray e la versatilità di Gary Harris sarebbero stati dei fattori chiave, molti meno pensavano di vedere una delle migliori squadre della NBA schierare in quintetto Monte Morris e Torrey Craig. Oppure che Juancho Hernangomez e Mason Plumlee potessero decidere delle partite, o ancora che Malik Beasley quadruplicasse di colpo la sua media punti (11.3 nel 2018/19, contro i 3.3 delle prime due stagioni). Lo stato di grazia di questi Denver Nuggets è evidenziato ulteriormente dalla reazione agli infortuni di Will Barton e Paul Millsap, sulla carta elementi indispensabili del roster. Non solo i loro compagni sono riusciti a restare ai vertici ma i due, al loro ritorno, sono stati reinseriti alla perfezione, senza intaccare minimamente gli equilibri. Probabilmente Denver non andrà molto lontano ai playoff, ma questa grande stagione getta indubbiamente solide basi affinché possano accadere grandi cose, in Colorado.

 

Detroit Pistons: voto 6

Andre Drummond (#0) e Blake Griffin (#23)

Andre Drummond (#0) e Blake Griffin (#23)

Staccare il biglietto per un primo turno playoff era l’obiettivo minimo per i Pistons 2018/19, e verosimilmente anche l’obiettivo massimo. La squadra di Dwane Casey ha compiuto la missione, ma con qualche affanno di troppo. Un buon avvio, poi un calo (solo quattro vittorie nel mese di dicembre), quindi un bello sprint, infine una nuova crisi, che ha rischiato di compromettere la qualificazione (l’ottavo posto è stato matematico solo all’ultima partita). A guidare la truppa ci ha pensato un ottimo Blake Griffin, tornato a grandi livelli e, di conseguenza, re-invitato all’All-Star Game. A inizio stagione, la squadra era completamente nelle sue mani (non superava i 24 punti di media dal 2013/14, quando era tra i candidati MVP), poi a dargli manforte sono arrivati Andre Drummond (niente chiamata tra le stelle, ma un eccellente finale di regular season) e Reggie Jackson, in crescita malgrado la solita incostanza. Intorno a quei tre, niente di memorabile; Reggie Bullock, finito ai Lakers a febbraio, è stato subito rimpiazzato (come ruolo e come rendimento) da Wayne Ellington, giunto da Miami. L’oggetto misterioso Stanley Johnson è stato scambiato con un oggetto ancora più misterioso, Thon Maker. Luke Kennard, Ish Smith e Langston Galloway si sono confermati affidabili role players in uscita dalla panchina, e Zaza Pachulia ha garantito i soliti 10 minuti abbondanti di ‘lavoro sporco’. Ora sotto con i playoff, con la certezza quasi aritmetica di non poter neanche pensare alle finali di Conference. Un copione che potrebbe ripetersi puntuale da qui alle prossime stagioni, visto il monte salari ingolfato e le scarse prospettive di crescita degli uomini chiave.

 

Golden State Warriors: voto 6,5

Il ‘Dream Team’ degli Warriors versione 2018/19

Per la migliore squadra di sempre, la regular season potrebbe sembrare una semplice formalità, quasi un fastidio, in attesa di un nuovo viaggio alle NBA Finals. Invece è proprio nell’intenso e logorante periodo che va da ottobre ad aprile che si trovano le giuste alchimie, che si incontrano e si superano i problemi più disparati. Golden State assomiglia parecchio a una squadra a fine corsa. Non perchè i suoi fenomeni siano ‘vecchi’ o in fase calante, ma perchè coach Steve Kerr fatica sempre più a spremere motivazioni da un gruppo che ha vinto, dominato, perso, rivinto e stra-dominato. In effetti, questo 2018/19 è stato stancante; gli Warriors hanno avuto vistosi cali di intensità e risultati. Il momento più critico è arrivato a novembre, in seguito all’infortunio di Stephen Curry; sei sconfitte, di cui quattro consecutive (non succedeva dal 2013), su undici gare senza il due volte MVP e il famigerato litigio tra Kevin Durant e Draymond Green che, per un attimo, sembrava poter minare gli equilibri dello spogliatoio. Rientrato Curry, passata la paura, ma una nuova sfida si è stagliata all’orizzonte: DeMarcus Cousins. Inserire in un meccanismo così collaudato un giocatore dal talento e dalla personalità così ‘ingombranti’ non è stato semplice e, arrivati ai playoff, il processo non si può ancora definire completato.
Pur zoppicando più del solito, la corazzata della Bay Area si è confermata la squadra da battere. I suoi tre fenomeni hanno mostrato i soliti lampi di onnipotenza (anche Klay Thompson, partito male, ha regalato perle come le 14 triple – record all-time – mandate a bersaglio contro i Bulls il 29 ottobre), mentre la panchina, pur variando i protagonisti (Damian Jones, Jonas Jerebko e Alfonzo McKinnie hanno preso il posto dei vari JaVale McGee, Nick Young, Zaza Pachulia e David West nelle rotazioni), ha garantito la solita affidabilità. Ancora una volta, il principale avversario degli Warriors potrebbero essere gli Warriors stessi, con l’imminente free-agency di Durant e Thompson che potrebbe rappresentare una distrazione di troppo. Ma è più una speranza per gli avversari, che una concreta possibilità…

 

Houston Rockets: voto 6,5

Coach Mike D'Antoni con Chris Paul e James Harden

Coach Mike D’Antoni con Chris Paul e James Harden

Per i Rockets, la regular season 2018/19 è stata piuttosto complicata. Tremenda in avvio, con le sconfitte che si susseguivano (14 nelle prime 25 partite), una squadra irriconoscibile, i dubbi sul rendimento di Chris Paul (fresco di faraonico rinnovo contrattuale) e l’innesto di Carmelo Anthony che si è trasformato subito in un ‘caso’. A peggiorare ulteriormente le cose sono arrivati gli infortuni, che hanno letteralmente decimato il roster. Senza Paul, Clint Capela ed Eric Gordon, coach Mike D’Antoni ha dovuto prodigarsi non poco per schierare in campo un quintetto all’altezza. Arrivati fino al penultimo posto nella Western Conference, serviva qualcosa di straordinario per non mandare prematuramente a rotoli i sogni di gloria. Ed è allora che è salito in cattedra l’MVP.
Avvicinandosi al periodo natalizio, è iniziato il James Harden Show. La tripla-doppia da 50 punti, 10 rimbalzi e 11 assist realizzata contro i Lakers il 13 dicembre ha inaugurato una serie di 32 partite consecutive con almeno 30 punti a referto, tra cui spiccano un back-to-back da 57 e 58 punti (contro Memphis e Brooklyn) e la prova da 61 punti e 15 rimbalzi al Madison Square Garden (23 gennaio). Di quelle 32 gare, Houston ne ha vinte 21, riportandosi ai piani alti della Conference. Inizialmente si è trattato di un one man show (che ha fatto piovere sul Barba una curiosa pioggia di critiche), poi il rientro degli infortunati e alcune ottime mosse della dirigenza (come gli innesti di Austin Rivers e Kenneth Faried dal mercato degli svincolati) hanno permesso ai Rockets di ritrovare la forma migliore e rimettersi sulla scia di Warriors e Nuggets.
Come Golden State, anche i texani hanno risposto a chi mette in dubbio l’utilità della regular season, utilizzando questi mesi per affrontare e superare di volta in volta i vari problemi. Quella che si presenta ai playoff è una squadra ritrovata, guidata da una delle stelle più luminose dell’era moderna; sottovalutarla potrebbe essere un errore fatale per chiunque.

 

Indiana Pacers voto 8

Ottima stagione per gli Indiana Pacers, nonostante l'infortunio di Victor Oladipo (#4)

Ottima stagione per gli Indiana Pacers, nonostante l’infortunio di Victor Oladipo (#4)

E’ raro che una squadra riesca a sorprendere per due stagioni di fila, ma Indiana c’è riuscita. L’anno scorso era partita con prospettive di ricostruzione, in virtù della partenza di Paul George, per poi chiudere quinta a Est, grazie soprattutto all’esplosione di Victor Oladipo. A questo 2018/19, la squadra di Nate McMillan si presentava tra le certezze della Eastern Conference; ripetersi era l’obiettivo minimo. Dopo un buonissimo avvio, il grave infortunio di Oladipo sembrava aver compromesso tutto. I Pacers, invece, si sono fatti forza e hanno resistito, lottando fino alla fine per il quarto posto e cedendolo a Boston solo nelle ultime partite. Sono rimasti a galla grazie a una pallacanestro ‘operaia’ e democratica; otto giocatori in doppia cifra di media per punti, ma nessuno oltre i 20. Oladipo era una perla, la cui assenza peserà soprattutto ai playoff, ma intorno a lui c’era comunque tanta sostanza. Dal punto di vista della produzione, a fare le sue veci sono stati Wesley Matthews, ingaggiato dopo il buyout con i Knicks, e Bojan Bogdanovic, grande protagonista della seconda parte di regular season. Myles Turner non è ancora esploso (e a questo punto viene da chiedersi se mai lo farà), ma si è rivelato un lungo affidabile, così come Domantas Sabonis, che ha confermato le ottime doti messe in mostra fin dal suo arrivo a Indianapolis. Importante anche il contributo di veterani come Thaddeus Young, Tyreke Evans (anche se lontano parente di quello visto l’anno scorso a Memphis) e Darren Collison, qualche segnale interessante dal rookie Aaron Holiday, che potrebbe ritagliarsi un ruolo importante in futuro.
E’ lecito pensare che la corsa playoff di Indiana sia destinata a finire presto, ma è altrettanto certo che questi Pacers venderanno cara la pelle. In estate, tutti i veterani andranno in scadenza di contratto. Confermarli alle cifre giuste o sostituirli accuratamente sarà una scelta determinante per poter restare ad alti livelli, magari provando a diventare una contender.

 

Los Angeles Clippers: voto 7,5

Montrezl Harrell e Lou Williams

Montrezl Harrell e Lou Williams

Al di là dell’ottavo posto finale, il 2018/19 dei Clippers è stato molto positivo. Una partenza sprint, poi un brusco calo, quindi un nuovo scatto, decisivo per tornare ai playoff dopo un anno di astinenza. Tutto ciò nonostante la cessione, a stagione in corso, del miglior giocatore della squadra, quel Tobias Harris che, a Est (dove effettivamente è finito, ma con le selezioni ormai chiuse), sarebbe stato un All-Star. Lo scambio con i Sixers ha portato in dote Landry Shamet, che con Shai Gilgeous-Alexander ha formato una straordinaria coppia di rookie, promossa titolare nel quintetto di Doc Rivers. Soprattutto, ha garantito ai Clippers scelte future (da utilizzare magari come pedine per una trade) e lo spazio salariale (non garantito, in caso di player option esercitata da Harris) per dare la caccia, in estate, ad almeno un grande free-agent. Nel migliore scenario possibile, Jerry West e soci avrebbero rinunciato a un anno di Tobias Harris per avere Kevin Durant, Kawhi Leonard e Anthony Davis. Mica male!
Il fatto che i grossi calibri possano approdare sulla sponda meno ‘nobile’ di Los Angeles è tutt’altro che una suggestione. A differenza dei Lakers, i Clippers hanno un progetto chiaro, delle gerarchie ben definite (coach Rivers ha da poco ottenuto un rinnovo contrattuale) e un roster già in grado di competere per i playoff. Merito dei due rookie, della produzione offensiva di Lou Williams (diventato di recente il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina) e di quella difensiva di Patrick Beverley, dell’energia di Montrezl Harrell e della presenza sotto i ferri del giovane Ivica Zubac, ‘scippato’ agli sprovveduti cugini gialloviola. Se i Clippers sono ai playoff, però, è anche grazie a uno splendido Danilo Gallinari, alla miglior stagione in carriera. I quasi 23 milioni di dollari che percepirà nel suo ultimo anno di contratto lo candidano automaticamente a finire in qualche trade ma, soprattutto se dovessero sfumare i sogni Leonard e Durant, sarà molto difficile che Rivers si separi da uno dei suoi leader.

 

Los Angeles Lakers: voto 4

Gli uomini più attesi del 2018/19 gialloviola. Da sinistra: Lonzo Ball, LeBron James, Kyle Kuzma e Brandon Ingram

Gli uomini più attesi del 2018/19 gialloviola. Da sinistra: Lonzo Ball, LeBron James, Kyle Kuzma e Brandon Ingram

Sul 2018/19 dei Lakers si è scritto di tutto e di più, e se ne scriverà ancora a lungo. Semplicemente, è stato uno dei più clamorosi fallimenti nella storia dello sport. Certo, non ci si poteva aspettare che una squadra reduce da sei stagioni passate nei bassifondi della Western Conference vincesse di colpo il titolo, però almeno qualificarsi ai playoff era un obiettivo ampiamente alla portata. Se non altro per la presenza di LeBron James, il quarto miglior marcatore della storia NBA. Quello che, insieme a Michael Jordan, è al centro di eterne discussioni su chi sia il più grande giocatore di sempre. Soprattutto quello che, a partire dal 2011, non aveva mai mancato un appuntamento con le Finals. Invece, la stagione gialloviola è di fatto terminata a febbraio, con l’attenzione rivolta più verso la draft lottery, che verso l’ottavo posto.

Le cause di questo disastro sono molteplici, e a riguardo sono già stati riempiti centinaia di articoli e dibattiti. Forse il problema sta alla radice: il percorso di una franchigia giovane e ancora impegnata in una lunga ricostruzione non era compatibile con quello di uno straordinario fenomeno arrivato quasi a fine corsa, dunque desideroso di vincere subito. La disperata caccia ad Anthony Davis (per cui erano stati offerti ai New Orleans Pelicans tutti i giovani di punta), che ha spaccato irrimediabilmente lo spogliatoio, è stata una chiara dichiarazione d’intento: a noi interessa provarci oggi, non domani. I Lakers, allo stato attuale, non erano pronti. Coach Luke Walton era stato assunto per guidare la ricostruzione, non per condurre al titolo LeBron. Lonzo Ball e Brandon Ingram hanno impiegato mesi per trovare un ruolo ben definito all’interno del roster, salvo poi infortunarsi e salutare anzitempo la compagnia. Gli infortuni hanno certamente avuto un peso, ma non possono essere l’unico alibi; anche squadre come Denver, Houston e Indiana ne sono state particolarmente bersagliate, eppure… Tra gli altri giovani, Kyle Kuzma è stato il più convincente, ma sembra che la sua spiccata personalità abbia creato qualche frizione di troppo con il Re. I veterani (Rajon Rondo, Lance Stephenson e JaVale McGee su tutti) hanno dato un buon contributo, anche se troppo altalenante, e comunque l’incertezza sul futuro si è fatta sentire anche per loro. Gli addii a Magic Johnson e Luke Walton hanno inaugurato quella che, nella Città degli Angeli, si preannuncia un’estate rovente, con una serie di interrogativi di cui sentiremo parlare con una certa frequenza…

 

Memphis Grizzlies: voto 5

Da sinistra, Jaren Jackson Jr., Mike Conley e Kyle Anderson

Da sinistra, Jaren Jackson Jr., Mike Conley e Kyle Anderson

Un giorno di metà novembre, Memphis si è svegliata con una sorpresa: era al comando della Western Conference! Questo incredibile posizionamento era spiegabile in diversi modi: da un lato l’eccellente organizzazione difensiva e il rientro a pieno regime di Mike Conley, dall’altro la classifica corta e la falsa partenza delle avversarie più quotate. Nel giro di poche settimane, i reali valori sono emersi, e i Grizzlies sono sprofondati fino al penultimo posto. Durante la caduta, la dirigenza ha realizzato che l’unica strada percorribile era la rifondazione, e ha quindi messo sul mercato i pochi pezzi pregiati. Un’illuminazione piuttosto tardiva; aver aspettato così a lungo ha notevolmente abbassato il valore di Marc Gasol, ceduto ai Raptors in cambio dei contratti in scadenza di Jonas Valanciunas, C.J. Miles e Delon Wright e una seconda scelta futura (non il massimo per l’uomo-simbolo della franchigia), e reso pressoché impossibile scambiare Conley (titolare di un contratto mostruoso fino al 2021) e Chandler Parsons. Insomma, questo 2018/19 rischia seriamente di rallentare la ricostruzione.
Quantomeno, un raggio di sole ha illuminato i campi del Tennessee (agevolando non poco il cammino di Franco Battiato): Jaren Jackson Jr. ha disputato un’ottima stagione d’esordio. Sebbene sia un giocatore tutto da costruire, ha confermato i lampi di talento e la versatilità che avevano convinto Memphis a selezionarlo con la quarta scelta assoluta nel 2018. Dal lungo da Michigan State, dall’inevitabile addio di Conley, dal nuovo allenatore (J.B. Bickerstaff è stato esonerato qualche giorno fa) e da una scelta alta, ma non altissima, al prossimo draft, partirà il prossimo capitolo della storia della franchigia. Un capitolo che dovrà essere scritto alla perfezione, altrimenti il ritorno dei Seattle SuperSonics si farebbe sempre più vicino…

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