Qual è il limite di Donovan Mitchell? Per ora, a giudicare dalle brutte percentuali e dalla brutta gara 5 giocate e persa dai suoi Jazz sul campo dei più forti Houston Rockets, una certa dose di prevedibilità offensiva, ed ancora poca confidenza con lo status di stella e pertanto pericolo pubblico numero 1 di ogni difesa avversaria.
Gli Houston Rockets hanno costretto Mitchell a prendere decisioni offensive sotto pressione, in un meccanismo di azione-reazione alle mosse della difesa ancora ben lontano dalla perfezione (4.2 palle perse a fronte dei 3.2 assist a partita in 5 gare).
Pressione difensiva aggravata dalla relativa pericolosità in attacco dei suoi compagni di reparto (Ricky Rubio, Joe Ingles) e dall’assenza di un lungo con punti nelle mani (ne Rudy Gobert ne Derrick Favours sono minacce concrete in ricezione statica). Uno stile di gioco ancora troppo monocorde ha fatto il resto, nonostante il coraggio e la determinazione feroce dimostrata dal prodotto di Lousville in ogni minuto passato sul parquet.
“I think there’s a lot that I can improve on and I appreciate this season in so many ways, because all the struggles I went through, through all the struggles we went through as a team, we still had 50 wins."
— Utah Jazz (@utahjazz) April 25, 2019
Difetti correggibili con il tempo, il lavoro e l’esperienza. Donovan Mitchell ha 22 anni ed è solamente al secondo anno di professionismo, ed ha già dimostrato di essere in grado di prendere in mano la sua squadra nei momenti caldi di una partita, senza alcun timore di sbagliare.
Ne è convinto James Harden, avversario in campo ma “tutor” del giovane Mitchell durante i suoi primi due anni da giocatore NBA: “Donovan Mitchell ha una grande fiducia in sé stesso. Guardate che cosa ha fatto in gara 4, ha preso in mano squadra e partita… quando diventerà più consapevole dei suoi mezzi col passare del tempo, e si renderà conto di essere al livello dei migliori, allora il limite sarà il cielo, per lui“.
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— Donovan Mitchell (@spidadmitchell) April 25, 2019
Ne è convinto Dwyane Wade, che da “pensionato” è pronto a riprendere il lavoro estivo in palestra con Mitchell, spesso accostato per mezzi atletici e movenze al Wade che poco più che ventenne divenne l’idolo della American Airlines Arena di Miami.
Ne è convinto il suo allenatore Quin Snyder, l’uomo che dopo due mesi di acclimatamento inserì Mitchell in quintetto base, mentre Rodney Hood si preparava a raggiungere Cleveland: “Donovan ha avuto su di sé la responsabilità di una squadra intera, e per un ragazzo così giovane è stato all’altezza del compito, quasi del peso (…) non tutte le sere sono uguali (…) Donovan ha appreso questo approccio e vi si applica. Crescere e migliorare attraverso le delusioni e le avversità, vale per tutti”
E c’è l’esempio di Damian Lillard, l’uomo del tiro impossibile: “Dame (Lillard, ndr) lo ha detto proprio ieri (martedì, ndr): non si vince se prima non si è perso, e non si ha successo senza prima passare momenti difficili, come questi. Ora sono triste ed arrabbiato, ma so che migliorerò ancora“.

