Home NBA, National Basketball AssociationNBA StatisticheTop 5 ali ad Ovest: Love, Duncan o KD? Non c’è storia

Top 5 ali ad Ovest: Love, Duncan o KD? Non c’è storia

di Luca Mazzella

Partiamo dicendo che il compito più arduo è sempre il mio: trovare 5 ali ad Ovest, metterle in ordine e soprattutto lasciare fuori 3 dei migliori giocatori dell’ultima decade, a cui comunque dedicherò qualche battuta finale. Partiamo, con le migliori 5 Ali della Western Conference! kevinlove 5) Kevin Love, 1988, Minnesota Timberwolves: vale ancora per l’Ovest? E’ ancora un giocatore dei T’Wolves? Ovviamente le possibilità di vederlo ancora in maglia Minnie sono nulle, avendo più volte il giocatore dichiarato di voler andare in un contesto vincente da subito e, per non lasciare tanti dubbi, ha aggiunto anche di voler firmare un eventuale allungamento contrattuale (il suo attuale scade tra un anno) solo se con la maglia dei Cleveland Cavs. Si prospettano quindi tempi bui nella Eastern, dato che con l’infortunio di Paul George e Indiana fuori dai giochi, gli Heat che devono leccarsi le ferite per la partenza del Prescelto e altre squadre ancora acerbe (Wizards, Bobcats, Rapotors), i Cavs dei possibili nuovi big 3 sembrano avviati alle Finals. Irving-Lbj-Love, quest’ultimo, macchina micidiale dalla distanza e rimbalzista old school, che ha sensibilmente migliorato i suoi numeri anche quest’anno e deve solo consacrarsi in un contesto diverso da quello di Minnesota per entrare nella èlite della Lega. Dopo l’annata 2012-13, la peggiore degli ultimi 5 anni, il lungo classe ’88 ha fatto registrare nella stagione da poco conclusa il suo miglior risultato in media punti per partita (26.1) e assist (4.4), aggiungendo 12.5 rimbalzi di media. Il valore del giocatore non si discute, parliamo di uno da 20 e 12 di media in carriera (!!). Gli unici dubbi sono forse la tenuta fisica, visto che mai finora è riuscito a concludere una stagione giocando tutte le 82 partite, ad eccezione di quella da rookie. Accanto alle perplessità fisiche è tutta da verificare la sua tenuta in un contesto dove non sarà certo il go-to-guy ma dovrà prendere quanto Irving e Lebron concederanno, non giocando più per la gloria personale ma per l’anello. La sensazione è che, dato l’alto IQ cestistico del trio e del neo coach David Blatt, l’adattamento di Love sarà meno difficile di quanto si possa pensare, e riuscirà probabilmente ad avvicinarsi alle statistiche avute a Minnesota, imponendosi come vera e propria arma tattica da usare contro i lunghi ad Est per portarli fuori l’arco e lasciare l’area libera. Valeva la pena sacrificare Wiggings per lui? Assolutamente si.NBA: Preseason-Portland Trail Blazers at Phoenix Suns4) LaMarcus Aldridge, 1985, Portland Trail Blazers: il lungo di Portland viene dalla sua migliore stagione in carriera in quanto a punti (23.1), rimbalzi (11), assist (2.6) e percentuale ai liberi (82%), a cui si aggiunge la comunque ottima cavalcata playoff in cui, eliminati a sorpresa i Rockets di Howard e Harden, i Blazers sono stati eliminati dai poi vincitori finali degli Spurs. Ciò nonostante, proprio nel primo turno contro Houston, Aldridge ha mostrato tutto il suo strapotere tecnico, umiliando Dwight Howard e costringendo McHale a improbabili quintetti con Superman e Asik per arginare il dominio sotto le plance della coppia Aldridge-Lopez. Nelle 11 partite dei playoff, prima apparizione dopo l’annata 2010-11, il prodotto di Texas ha fatto registrare 26.2 punti e 10.6 rimbalzi a partita, prendendosi enormi responsabilità (circa 22 tiri a partita) senza perdere troppo di efficienza rispetto alle sue stats di stagione regolare. I 46 di gara 1 (con 18 rimbalzi!), e i 43 di gara 2 hanno definitivamente messo sulla cartina geografica delle star NBA il lungo classe ’85, che sembra aver beneficiato in modo immenso dell’ingresso e dei miglioramenti di Lillard, spezza-difese che gli ha offerto metri e metri di spazio per il suo micidiale piazzato. E pensare che è stato scelto dopo il nostro Bargnani…NBA: Chicago Bulls at Los Angeles Clippers3) Blake Griffin, 1989, Los Angeles Clippers: spettacolo, fisicità, atletismo, cattiveria agonistica sono le vostre qualità preferite in un giocatore? Allora nessuno può appagare la vostra voglia di highlights più di lui! In più, anno dopo anno, Griffin sta cercando di aggiungere sempre qualche movimento in più, evidenziando enorme sacrificio e lavoro sui fondamentali che dall’ingresso nella Lega sono ora globalmente molto più affidabili di prima, soprattutto nel tiro e nel passaggio. La stagione, iniziata sotto i riflettori, è poi diventata tragicomica dopo la vicenda Sterling, il minacciato sciopero contro i Warriors e una crisi di nervi diventata abbastanza evidente anche dall’esterno. Ciò nonostante credo che nemmeno una situazione meno tribolata avrebbe reso questi Clippers una serie contender per il titolo, mancando in modo piuttosto evidente di un’ala piccola e dovendo pagare ancora troppi dividendi per la presenza in campo nei minuti chiave di DeAndre Jordan. Di certo non si può additare Griffin come responsabile di questi mancati miglioramenti del team (che, e bene ricordarlo, fino a 4 anni fa era barzelletta della Lega): il lungo da Oklahoma ha fatto registrare 24 punti, 9.5 rimbalzi e 4 assist ad allacciata di scarpe, a cui ha unito 1.2 palle rubate di media e sensibili miglioramenti soprattutto dalla linea del tiro libero, suo vero neo in questi primi 4 anni di carriera ma finalmente non più un tabù. L’impressione è ancora quella di un giocatore con margini ulteriori di miglioramento, che fa ancora troppo affidamento sul fisico ma che, consapevole dei propri limiti, sta cercando di aggiungere un jumper sempre più affidabile e una incrementata capacità di far uscire la palla se raddoppiato. Inutile o comunque non indicativo guardare le statistiche, soprattutto nella percentuale da 2, visto che la metà dei suoi canestri arriva da schiacciate e alley-oops. La fiducia resta immutata, anche perché a parziale scusante rimane la vicenda Sterling, ma il prossimo anno con una nuova proprietà ci si aspetta un ulteriore passo in avanti del team, e questo passa necessariamente per un ulteriore miglioramento del proprio leader statistico. Duncan 2) Tim Duncan, 1976, San Antonio Spurs: c’è bisogno di dire qualcosa? Dobbiamo proprio perderci nei numeri per descrivere quella che forse è la migliore Ala Grande di sempre? La ferita delle finals 2013 è rimasta una crepa troppo profonda nell’orgoglio degli Spurs e del proprio coach Popovich, ma chi più di Duncan, che mai è riuscito a perdonarsi quell’errore in post-basso contro Battier, poteva tramare la vendetta perfetta a danno degli Heat? Un’intera stagione di rodaggio per arrivare freschi all’obiettivo, playoffs quasi dominati totalmente (ma che paura coi Mavs), e un cast di supporto che sembra aver appreso il meglio dai 3 maestri in campo e dal Professore in panchina, sono stati gli ingredienti per una cavalcata che ha commosso anche i non amanti del basket Spurs, sicuramente meno pirotecnico di altri team ma tremendamente efficace e basato su regole filo-europee. Stagione regolare con le marce basse (29 minuti a partita, peggio solo dei 28 delle stagioni 2010-12), senza numeri memorabili ma comunque rispettabili vista l’età e l’usura del giocatore (15 punti, 9.7 rimbalzi, 3 assist e 2 stoppate di media), e playoffs da Hall of Famer, con un controllo mentale costante sul match e i soliti canestri silenziosi ma pesantissimi. E, a titolo raggiunto, la promessa di riprovarci un ultimo anno, rinnovando per altri 12 mesi un contratto che in molti credevano ormai concluso, temendo il ritiro di questa leggenda vivente. Il prossimo anno c’è da scommettere che non avremo certo degli Spurs sazi, anzi personalmente continuo a considerarli i veri favoriti per la vittoria finale. kevin-durant-041210jpg-cbb27aef82603c66 1) Kevin Durant, 1988, Oklahoma City: MVP, MVP!! Che dire, della stagione regolare soprattutto, di questo fenomeno? Chi scrive continua a credere che, al di là delle sue colpe, non sia facilissimo giocare con Westbrook, spezza ritmo per eccellenza, ma che, si dia a Cesare quel che è di Cesare, ha giocato comunque una post-season a tratti epici. Tornando al miglior giocatore dell’annata regolare, iniziamo col dire che i 32 di media rappresentano il suo miglior risultato in carriera, a cui ha aggiunto 7.4 rimbalzi, 5.5 assist (anche questo best della carriera) e 1.3 palle rubate, tirando col 55% da 2 e quasi il 40% da 3. Le cifre sono tuttavia leggermente scese nei playoffs, con 29.6 punti e 4 assist, frutto certo di difese più agguerrite e specializzate, ma anche di una sua capacità di lettura che forse a volte sembra risentire del gioco non sempre fluido impostato da coach Brooks. In ogni caso, anno dopo anno, l’attuale assetto di Okc non sembra quello adatto per il titolo, e non potendo togliere Durant o il miglioratissimo Ibaka, probabilmente qualcosa in cabina di regia o in panchina dovrebbe cambiare, perché i numeri sembrano esonerare da colpe l’MVP in carica.

 

Menzione speciale: Dirk Nowitzki, Zach Randolph, Pau Gasol: rispettivamente un Hall of Famer, un MVP romantico di ogni turno agguerrito di Playoffs, e uno dei giocatori dal più alto IQ cestistico di sempre (non a caso Kobe voleva a tutti i costi la sua conferma). Per età, usura, minor appariscenza (anche se unita a tremenda efficacia), infortuni e squalifiche (sanguinosa quella in gara 7 di Randolph contro OKC), non mi sono sentito di inserire i giocatori appena citati nella top 5, ma ciò non toglie l’immensa stima e l’enorme rispetto per la carriera di questi 3 talenti, sicuramente non tra i più spettacolari in una Lega di super atleti, ma sempre mentalmente e tatticamente più avanti di tutti. Li rivedremo, il prossimo anno, in un’ultima scalata playoffs (interessantissimi i Mavs e sempre temibili i Grizzlies, soprattutto se sani da inizio anno) e in una scalata al titolo (i Bulls, sperando nella salute di Rose che al training camp USA sembra davvero in formato MVP), con la consapevolezza che non ci deluderanno e continueranno a macinare record su record, di franchigia e invididuali.

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