Un sistema che crolla? Se lo stanno chiedendo un po’ tutti, dopo la decisione di Jalen Green di saltare il college, accasarsi in G-League per un anno e poi tentare il salto verso la NBA.
Sia chiaro, non è il primo giocatore che decide di fare una mossa simile. I più attenti ricorderanno, ad esempio, le peripezie in terra romana di Brandon Jennings, poi sposatosi con la casata di Millwaukee a fine esperienza tricolore. Esperienza, precisiamo, finita con pochi squilli di trombe e tante parole non dette, ma sono fatti che lasciano il tempo che trovano.
Solo che in questo caso la cassa di risonanza amplifica maggiormente quel naso storto (metteteci un asterisco, che dopo ci torniamo), dato che a differenza del sopra citato Jennings, qui si parla della probabilissima (fate anche quasi certa) prima scelta del Draft NBA 2021. Il che richiama non solo un’attenzione mediatica esagerata ma anche un certo tipo di investimenti economici che vanno a farsi benedire. Non sono quisquilie. Soldi che non entrano nelle tasche del college che lo avrebbe arruolato ma che entrano presumibilmente nelle sue, dato che la G-League non pone divieti che la NCAA invece mette.
Ok, dobbiamo però dare qualche spiegazione in più, magari qualcuno (giustamente) non sa come funziona il canonico percorso da seguire prima di entrare nella NBA: solitamente un prospetto che dimostra il suo valore durante la sua carriera nella High School, la comparabile nostra scuola superiore, gli viene offerta una borsa di studio per giocare in un college. Questo permetterebbe a tal giocatore di scendere in campo e studiare a scuola in maniera contemporanea. Permetterebbe, sia chiaro, non che ‘costringe’. Dopo il periodo collegiale (che può essere da 1 a 4 anni, dipende solo dalla decisione del giocatore), tal prospetto si dichiara per il Draft NBA, la kermesse dove le 30 squadre NBA possono scegliere in due giri i giocatori che ritengono migliori o più funzionali per le loro necessità.
Da qualche anno però, molti giocatori hanno sollevato parecchie perplessità sulla reale utilità di questo schema predisposto e queste perplessità si dissipano toccando vari argomenti. Innanzitutto l’aspetto economico: le squadre collegiali che riescono a mettere le mani su un prospetto atteso da tutti, riscuotono un’onda d’immagine parecchio forte nel resto d’America, facendo lievitare il prezzo dei biglietti, gli accordi televisivi e quant’altro. Solo che al giocatore non entra niente in tasca, gioca gratuitamente e per la gloria. Questo non guadagnare sfocia nel secondo aspetto, che però è di primaria importanza per il giocatore, ovvero il rischio infortunio. Sia chiaro, gli infortuni capitano in qualsiasi momento, ma dovete considerare che la maggior parte delle volte questi giovani talenti non hanno una base familiare adeguata, anzi, magari sono loro la speranza per la propria famiglia. L’esempio più lampante è LeBron James, nato e cresciuto senza padre e con una madre che non riusciva a provvedere per lui. Il suo talento gli ha permesso di sistemare le cose. Guarda caso non ha mai fatto il college, andando nella NBA direttamente (quando ancora si poteva fare). Infortunarsi farebbe rischiare al giocatore di non arrivare mai tra i professionisti, precludendoli guadagni milionari. Infine c’è l’aspetto educativo, ovvero la mancanza di una educazione universitaria. Questo aspetto può risultare grave per una idea americana, ma a ben guardare, la scelta di una buona educazione o meno è totalmente nella decisione del singolo. Se per lui avere una educazione universitaria non è un motivo di felicità, deve essere libero di fare la scelta che questa felicità riesca a specchiarsi.
La scelta di Jalen Green fa discutere, ci mancherebbe, ma a ben guardare non ha tutti i torti. La valutazione della bontà della sua scelta in quanto tale, la si può porre solo se riusciamo ad immedesimarsi nella sua situazione. Per la sua scelta personale, dove non si può avere una valutazione soggettiva ma solo oggettiva, il passare un anno a fare gavetta nella lega di sviluppo americana prima di diventare un professionista a tutti gli effetti, gli permetterebbe di guadagnare qualche soldo, allenarsi con squadre NBA (sotto richiesta espressa) e migliorare il suo gioco alla stessa maniera del college.
L’unica immagine che ne esce malconcia, in tutta questa storia, è quella della NCAA, che dopo vari scandali e proteste da più parti si vede perdere un gioiellino di prima categoria che potrebbe scatenare un pericolosissimo effetto a catena. Immagine che ad ora è piuttosto bistrattata visto che quasi tutti i grandi talenti aspettano un solo anno prima di andare nella NBA. Un solo anno dove pensano solo a giocare e molto poco a studiare.
La scelta di Jalen Green, forse, ha solo tolto la maschera a quella ipocrisia che passava per responsabilità.

