Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiTim Grover ricorda Kobe: “Nessuno come lui. Gli dicevo sempre che non c’era abbastanza tempo…”

Tim Grover ricorda Kobe: “Nessuno come lui. Gli dicevo sempre che non c’era abbastanza tempo…”

di Michele Conti
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In avvicinamento alla cerimonia che inserirà Kobe Bryant nella Hall of Fame della NBA, Tim Grover ha riportato a galla dei ricordi che possono appartenere soltanto alla sua persona. Perché negli anni di lavoro fianco a fianco, ha avuto un accesso alla vita privata e professionale del cinque volte campione NBA che evade il concetto di privilegiata esclusività. La sua reputazione ed esperienza come una delle menti più dedite all’accompagnamento di un atleta verso la costruzione di una performance che tenda costantemente all’eccellenza si traduce nei nomi che ha assistito nella sua gloriosa carriera. Da Michael Jordan, con il quale i 30 giorni di prova si trasformarono in quindici anni di collaborazione. Sino a Dwyane Wade e Kobe Bryant. Tutti suoi figli prediletti. E proprio il primo è stato prescelto per introdurre la leggenda dei Los Angeles Lakers durante la sua incoronazione a Springfield.

Così, ospite a The Woj Pod di Adrian Wojnarowski, Tim Grover è partito dalle differenti vedute che contornavano il quotidiano e ossessivo approccio di Michael Jordan e Kobe Bryant. Per poi cercare di rendere percettibili i tratti distintivi dello scomparso campione dei Los Angeles Lakers. E lo fa con voce profonda, viscerale. A cadenza perfetta come i tempi che presumibilmente dominavano le sue sedute di lavoro. Tutto ciò viene poi riassunto nel suo libro, prossimo a uscire il 18 maggio, intitolato “Winning”. Un viaggio dove racchiude i tre decenni di esperienza in tredici valori fondamentali per affrontare ogni sfida che impone il raggiungimento di un obiettivo. L’arena in cui si svolge ognuna di queste sfide quotidiane non è meramente sportiva. Ma si tratta di un dogma universalmente applicabile. Fondato sulle relazioni maturate dalla sua persona con una élite di atleti professionisti. 

Tim Grover: “Tutti cercano l’approvazione di Michael Jordan”

Uno dei principi cardine che permette di mantenere un costante standard di assoluto livello nella NBA è l’inscalfibile rapporto che lega le generazioni di giocatori. Lo spirito guida e la trasmissione di know-how tra atleti permette evoluzione e ancor più il mantenimento di integrità verso coloro che hanno maggiormente impresso il proprio marchio nella storia del gioco. In accordo a quanto affermato da Tim Grover, il mito di Michael Jordan calamita ancora una rilevante mole di attenzione.

Perché la sua approvazione rappresenta per qualcuno un “definitivo riconoscimento da conquistare. Ma gli standard di Michael (Jordan, ndr) sono molto alti. E quando li raggiungi significa che lo hai davvero guadagnato. Per farlo non ritiene sia necessario vincere un titolo, o un MVP. Lui vuole rendersi conto di quanto tu sia disposto a sacrificare per continuare a eccellere. Perché dice sempre quanto ci sia ancora da fare.” Tale aspetto ha sicuramente caratterizzato la carriera di Kobe Bryant, senza mai discostare il bersaglio verso i personali obiettivi. Proprio lui, nel corso del quinto episodio della serie The Last Dance, raccontò di come ciò che chiunque ha visto di lui su un campo da basket, arriva da Michael Jordan.

Tim Grover è stato un comun denominatore tra due dei giocatori più celebrati ed iconici nella storia del gioco. I tratti comuni sono la ferocia, l’ossessiva etica del lavoro e la ricerca nel gioco di un rifugio dove evadere da vite private nelle quali non sono venuti meno inconvenienti, spesso resi anche pubblici. La parabola da Michael Jordan a Kobe Bryant spesso è descritta come una prosecuzione di una stessa anima riprodotta in due corpi diversi, in due generazioni distanti. Ma per chi come Tim Grover ha avuto la possibilità di vivere momenti che la copertura mediatica non ha potuto incontrare, alcune differenze esistevano.

Il lavoro di Tim Grover con Michael Jordan e Kobe Bryant

Kobe (Bryant, ndr) lavorava più duramente. Michael (Jordan, ndr) lavorava in maniera più intelligente.” In questo modo Tim Grover riassume i due poli che caratterizzavano la percezione del tempo da dedicare a ogni attività che si estendesse a quelle di squadra. “Quando dicevi a Michael che per quel giorno il lavoro fosse abbastanza, lui ascoltava. Perché si fidava. Mentre con Kobe non era mai così, voleva lavorare ancora, ancora, e sempre di più.” Il saper riconoscere i limiti ai quali sottoporre il proprio corpo secondo un continuo bilanciamento tra il mantenimento di uno stato di forma superiore a chiunque e la gestione del riposo è forse una delle ragioni che ha visto le due carriere distinguersi in maniera netta per numero di infortuni occorsi.

A eccezione della seconda stagione con la maglia dei Chicago Bulls, dove scese in campo in sole 18 gare, dal 1986\87 al 1992\93 Michael Jordan saltò soltanto 8 sfide di stagione regolare. Mentre dopo il ritorno dal primo ritiro, nell’era del secondo three-peat giocò per intero ognuna delle tre annate da 82 partite. Un numero eguagliato anche nell’ultima stagione con gli Washington Wizards, all’età di 40 anni.

Al contrario, nel 2014 venne pubblicata una infografica che riportava i 22 infortuni che al tempo già avevano caratterizzato il cammino di Kobe Bryant dal 1996. A tal proposito, Tim Grover ha raccontato di come abbia dovuto “insegnare a Kobe Bryant a prendersi delle pause. Oltre che a conoscere la fisionomia dei suoi muscoli per assicurarsi che la sua carriera durasse più a lungo.” Questa sua predisposizione mentale lo spinse spesso a concepire un infortunio come un modo per elevare il rendimento tecnico ed atletico di un’altra parte del corpo. Pur divorando parte della sua integrità fisica, i venti anni di carriera nella NBA sono un traguardo ambito. Che Kobe Bryant ha condotto senza mai guardarsi alle spalle.

Kobe Bryant durante una gara NBA, spinto al limite più estremo del proprio corpo

Le chiamate notturne di Kobe Bryant a Tim Grover

La dedizione di Kobe Bryant non conosceva alterazioni. 24 ore per 7 giorni alla settimana. Per quanto possa apparire una estremizzazione, Tim Grover riporta come non esistessero orari in cui il suo corpo non potesse essere sottoposto a una mole di lavoro che gli permettesse poi di raggiungere un ulteriore step in avanti nel suo processo di meticolosa ricerca della perfezione. “Ho ricevuto molto spesso chiamate alle 3 di mattina. Kobe era solito chiedermi cosa stessi facendo, e io rispondevo che stavo dormendo, ciò che anche lui avrebbe dovuto fare. Era solo un aggancio per dirmi di raggiungerlo in palestra. Prima di quelle telefonate passava la notte a guardare il film della partita precedente. Oppure a studiare il prossimo avversario. Così trovava un aspetto del gioco su cui lavorava e non accettava la sola idea di riposarsi prima che non lo avesse acquisito.

Se Michael Jordan nel suo discorso di ingresso nella Hall of Fame parlava dei limiti come un’illusione, Kobe Bryant cercava di renderli tangibili per poi eliminarli e cominciare nuovamente questo circolo finché potesse. Così, Tim Grover fornisce due episodi raccontati che testimoniano questo atteggiamento di pura determinazione. Il primo riguarda la preparazione individuale a un torneo olimpico in Arizona. Kobe Bryant chiese al suo preparatore di inserire la bicicletta nel suo programma di allenamento. “Ritenni che non ci fossero problemi. Fino a quando non decise di pedalare per ore sotto il sole più caldo. Voleva intenzionalmente il picco di temperatura. In questo modo cercava di capire quali fossero i limiti, al fine di imporsi su di essi.” Oppure, quando successivamente giocò un All-Star Game dopo aver subito un trauma alla testa, soltanto per “sapere come ci si sente.” Un continuo viaggio verso l’estremo. Uno stile di vita impareggiabile.

La nascita della Mamba Mentality e i due grandi obiettivi di Kobe

Nel finale, Tim Grover ha riportato i momenti esatti che contornarono la nascita del dogma della Mamba Mentality. Uno stile di vita, e non una mentalità come precisato da lui stesso. Un set di valori che oggi guida la quotidiana presenza nella NBA di tanti giovani giocatori, e giocatrici. Da Sabrina Ionescu nella WNBA, a Devin Booker, Anthony Davis e Julius Randle. Il giocatore dei New York Knicks, autore di una stagione formidabile, ha descritto recentemente quale fu la scena nella quale gli fu iniettato questo spirito. A ogni modo, Tim Grover sottolinea che la Mamba Mentality è trasferibile a ogni contesto di vita. Che “nasce dal competitivo lato oscuro che fa parte della personalità di ogni individuo.

Anthony Davis grida “Kobe” in seguito al tiro della vittoria nella serie playoffs 2020 contro i Denver Nuggets

La creazione risale a un momento in cui Kobe Bryant stava attraversando delle difficoltà nella vita privata. “Voleva un posto dove alloggiare mentalmente per mettersi nelle condizioni di performare al massimo livello. E Kobe Bryant non poteva che scegliere il serpente più pericoloso e velenoso al mondo come alter ego. In realtà, nasce dal film Kill Bill. Dove c’era un assassino soprannominato The Black Mamba. Non appena lo vide, si immedesimò immediatamente. Perché lui era un assassino in campo.” La Mamba Mentality è stata poi dettagliatamente raccontata in un libro di Kobe Bryant. Dedicato a tutti coloro che non conoscono regola che non sia il raggiungimento dell’eccellenza.

Ora appare una reliquia appartenente al patrimonio di ricordi che la leggenda dei Los Angeles Lakers ha lasciato al mondo dopo il 26 gennaio 2020. Con un palpabile nodo alla gola, Tim Grover riporta i due piani che Kobe Bryant ha disgraziatamente lasciato incompleti. “Voleva che sua figlia diventasse la prima donna a giocare nella NBA. Non nella WNBA, nella NBA. E poi, voleva prendere di nuovo il possesso di Los Angeles dopo gli anni dominati in campo. Che fosse stato a Hollywood o imprenditorialmente. Questo è ciò su cui stava lavorando duramente. Voleva sempre la prossima vittoria. Io ero solito dirgli – Kobe, non abbiamo tempo, non abbiamo tempo. Quanto avrei voluto avere torto.” Tra poche ore, in occasione della cerimonia per l’ingresso nella Hall of Fame, quel tempo maligno verrà nuovamente celebrato.

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