Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiL’ultima chiamata? Deandre Ayton e i 7 giocatori da marcare stretto nella nuova stagione NBA

L’ultima chiamata? Deandre Ayton e i 7 giocatori da marcare stretto nella nuova stagione NBA

di Andrea Delcuratolo
ayton lakers

Nel mondo dell’NBA le carriere non sono linee rette: si misura il talento, certo, ma spesso è la combinazione tra salute, contratto, contesto di squadra e tempismo a decidere se un giocatore rilancia la sua carriera o scivola nell’oblio. Per Deandre Ayton, Zion Williamson, Brandon Ingram, De’Aaron Fox, Shaedon Sharpe, Darius Garland e Jalen Suggs la stagione che sta per cominciare ha i contorni di una “ultima occasione”. Non perché siano finiti, ma perché errori ripetuti, infortuni o situazioni contrattuali e di roster lasciano a ciascuno di loro poco margine per sbagliare. Ecco perché, giocatore per giocatore.

Deandre Ayton

Se entri in NBA con la prima chiamata assoluta del draft 2018, vuol dire che qualcosa devi essere in grado di dimostrare sin da subito. Per Ayton non è andata così. In cinque stagioni ai Phoenix Suns, le prestazioni sono state altalenanti fra discontinuità, infortuni e scelte dirigenziali sbagliate. Non che a Portland, in una squadra in totale rebuilding, sia andata meglio. In 7 anni, le medie dicono 16.4 punti, 10.5 rimbalzi e 1.6 assist. Numeri molto buoni ma inutili se Ayton gioca a mezzo regime. 

Ayton resta un lungo con caratteristiche rare: dominio fisico, mobilità, capacità di creare gioco sotto canestro. Tuttavia le domande sul suo impatto offensivo sistematico, la costanza difensiva e il valore sul mercato lo pongono in una posizione delicata. Dopo mosse di mercato recenti e contratti non troppo onerosi per la franchigia, Ayton si trova — più che prima — nella condizione di dover dimostrare di poter essere il centro di riferimento di una contender, non solo un collante statistico. Se questa stagione ai Los Angeles Lakers non vedrà un salto netto in presenza, rendimento e leadership, il suo mercato e il suo ruolo potrebbero ridursi drasticamente.

Zion Williamson

Zion Williamson è folklore per i New Orleans Pelicans: esplosività, capacità di cambiare il ritmo della partita e fame sotto canestro. Ma la sua storia è stata pesantemente condizionata dagli infortuni. Tornare a livello costante significa mettere insieme stagioni intere e, soprattutto, resistere ai carichi di gioco senza pause prolungate. In Louisiana c’è un disperato bisogno di continuità: non più periodi a sprazzi ma una stagione in cui sia leader e presenza affidabile. Se le pause per problemi fisici dovessero ripetersi, la narrazione attorno a Zion passerà ancor di più da “prodigio da costruire” a “eterno incompiuto” — e il tempo a disposizione per dimostrare il contrario non è infinito.

Con Zion non si parla di talento, ma di sopravvivenza fisica. Quando è sano, è devastante: nessuno nella Lega combina quella potenza esplosiva a un controllo del corpo così innaturale per un giocatore della sua stazza. Le medie dicono 24.7 punti, 6.6 rimbalzi e 4.3 assist in 214 partite.  Ma “quando è sano” è diventato il problema. Ha saltato 214 partite su 328 possibili nei suoi primi quattro anni. I Pelicans lo aspettano, il pubblico lo venera ancora, ma la pazienza della NBA è finita. Zion deve giocare — e deve farlo per almeno 60 partite, da leader. Per la prima volta, non si tratta solo di “essere spettacolare”, ma di essere affidabile. Se non riuscirà a restare in campo, le franchigie inizieranno a considerarlo un lusso troppo fragile per costruirci attorno. 

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