Nets: l’importante è partecipare

di Jacopo Martini
Brooklyn Nets
Brooklyn Nets

NEW YORK, NY – DECEMBER 12: Brook Lopez #11 of the Brooklyn Nets looks on during the first half against the Los Angeles Clippers at Barclays Center on December 12, 2013 in the Brooklyn borough of New York City.

È comune credere che l’inizio della fine per i Brooklyn Nets sia datato 12 luglio 2013, giorno in cui è stata finalizzata la trade che ha mandato nella New York continentale i grandi vecchi Pierce, Garnett e Terry, e che ha spedito a Boston il futuro dei Nets (dove futuro sta per “scelte al draft per 4 anni”). Ma, in realtà, la fine è iniziata prima: possiamo infatti andare ancora indietro di un paio d’anni, quando, il 24 febbraio del 2011, l’altra franchigia della Grande Mela ha fatto felice gli Utah Jazz, cedendo sempre un pezzo del suo futuro (un nome: Derrick Favors) per l’allora all-star Deron Williams, e in uno scambio minore cedendo una seconda scelta al draft 2012 ai Golden State Warriors per i dimenticati Dan Gadzuric e Brandan Wright, che, indovina indovinello, si è tramutata per magia in Draymond Green.

Ma la lista delle squadre che hanno beneficiato della generosità del front-office di Brooklyn non finisce qui: oltre ai Warriors, ai Celtics e ai Jazz, possiamo aggiungere anche gli Atlanta Hawks, coinvolti nel 2012 con la trade per Joe Johnson in cambio di contratti in scadenza (leggasi spazio salariale per firmare Paul Millsap) e una scelta al draft del 2013, Shane Larkin, che ironia della sorte è finito proprio a Brooklyn la scorsa stagione. Ma anzi, andiamo indietro ancora di un paio d’anni, dove questa volta possiamo veramente indicare l’inizio della fine: è il 2009, e mr. Michail Prokorov diventa l’azionista di maggioranza di Brooklyn, il primo non-americano ad essere proprietario di una franchigia; c’è un piccolo problema però: mr. Prokorov è ricco (e ci mancherebbe, avendo comprato una squadra di NBA) e estremamente capriccioso, e ciò vuol dire che vuole vincere, e vuole farlo a tutti i costi, sottovalutando però il fattore Eisenower che gli americani tanto amano: i piani non sono nulla, la pianificazione è tutto; tradotto: non è che puoi arrivare e fare quello che vuoi, pensa un attimo prima di agire. Ma mr. Prokorov ha nelle vene l’irruenza siberiana, e decide di costruire una squadra per vincere subito, ed ecco spiegate le spese folli di cui si è parlato prima: peccato però che tutti i giocatori presi in quegli anni avevano già passato, chi più chi meno, il loro prime, quindi più che win-now, alla fine i Brooklin Nets sono diventati una squadra win-before, nel senso che i giocatori che dovevano vincere l’avevano fatto prima di arrivare ai Nets.
Ed arriviamo ai giorni nostri: ebbene sì, perché tramontato l’ambizioso piano della vittoria del titolo NBA, il front-office ha smantellato la squadra che avrebbe dovuto centrare l’obiettivo e ha iniziato a ricostruire con quello che è rimasto: nulla. Infatti, i passati anni di scellerata gestione si stanno facendo sentire, soprattutto in questa offseason. Partiamo però dall’alto, perché la situazione societaria è lo specchio del cattivo momento che sta passando la franchigia: la confusione regna sovrana, dato che, in sintesi, è una dittatura quella instaurata da mr. Prokorov, che ha messo fantocci buoni per lo spettacolo dei pupi siciliani nei ruoli chiave della dirigenza; mr. Prokorov che si sta anche stufando del suo giocattolino, e dopo aver investito fior di milioni, se non miliardi, tra squadra e costruzione del nuovo e avveniristico palazzetto per le partite casalinghe dei Nets (il Barclays Center), sta pensando seriamente di vendere baracca e burattini (letteralmente) dopo aver capito che per altri quattro anni almeno il titolo lo vede, forse, con il binocolo.
Sull’ex GM Billy King non sono neanche spendibili delle parole, visto che era il mero esecutore del volere del capriccioso Michail, o perlomeno un gm che ha cercato solamente di tirare avanti fino a che il periodo brutto non fosse passato. E con il tabula rasa di qualche mese fa, probabilmente il periodo nero è davvero alle spalle. O quasi. Al suo posto è arrivato Sean Marks, dai San Antonio Spurs, dal quale non possono essere attesi però miracoli nel breve tempo. Il progetto è chiaro: smantellato quasi completamente il roster dello scorso anno, firmando giocatori dal nome non altisonante ma che possono far bene (come Jeremy Lin, dai Charlotte Hornets) e trade arrabattate per cercare di prendere dei giovani prospetti usciti dall’ultimo draft (Thaddeus Young mandato ai Pacers per la 20° scelta Caris Levert e Marcus Paige, 55° scelta, più soldi in cambio della 42° scelta dei Jazz Isaiah Whitehead). Giusto per farvi un’idea, ecco il riassunto completo delle cessioni e degli acquisti dei Nets di questa offseason:

INOUT
Anthony BennetThaddeus Young
Luis ScolaJarret Jack
Greivis VazquezWillie Reed
Justin HamiltonWayne Ellington
Trevor BookerThomas Robinson
Isaiah WhiteheadHenry Sims
Caris LevertDonald Sloan
Jeremy LinShane Larkin
Randy FoyeMarkel Brown

Gli unici “big splash” tentati durante la free-agency sono stati per Tyler Johnson e Allen Crabbe, ma essendo tutti e due restricted free-agent le loro rispettive franchigie, rispettivamente Heat e Blazers, hanno pareggiato le offerte. C’è da aggiungere però che i contratti che erano stati offerti loro sono ancora di più un indice della confusione societaria, perché per due giocatori che, ad ora, si sono solamente dimostrati onesti role-players, non si offrono 50 e 75 milioni di dollari; anche se, durante questa free-agency dalle cifre pazze, si è visto di peggio. Gli unici giocatori che si sono salvati da questo repulisti generale sono il redivivo Brook Lopez, l’unico prospetto che pare essere promettente Rondae Hollis-Jefferson, il croato Bojan Bogdanovic, il sophomore Patrick McCollough e Sean Kilpatrick, con uno di questi ultimi due che probabilmente non andrà oltre il training camp di ottobre.

E il coach? Ovviamente una società così incasinata non poteva farsi mancare un cambio di allenatore a fine stagione: è quindi arrivato Atkinson.
A lui il compito di traghettare questa squadra verso non si sa bene cosa, dato che fino al 2019 scelte al primo giro non ce ne saranno e quindi tankare sarebbe inutile, o utile ai Celtics, se proprio ci tengono; ovviamente possibilità di fare i playoff sono pari a 0, e sarebbe una previsione ottimistica; l’unica cosa che resta da fare è creare un gruppo unito, dove tutti giocano, si divertono e non pensano ai risultati della squadra, facendo così dei Brooklyn Nets una franchigia da oratorio, dove anche il buon Prokorov, capendo che con i capricci non si va da nessuna parte, si abbandonerebbe ad una ondata di bontà, e accarezzerebbe i capelli dei suoi ragazzi in modo paterno, convincendoli che un giorno diventeranno dei campioni. E come monito per tutti, farà issare un banner all’entrata del Barclays Center, in cui campeggerà la scritta a caratteri cubitali “L’importante è partecipare”.

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