
Uno dei due saloni della NBA Digital Exhibition 2016
Apre i battenti mercoledì 16 novembre la NBA Digital Exhibition 2016. Fino al 4 dicembre, al Samsung District di via Mike Bongiorno 9 (fermata Repubblica della linea M3), sarà possibile vivere la propria passione per il grande basket americano come mai prima d’ora.
L’esibizione è suddivisa in due saloni. Uno, dominato da un enorme canestro e adornato dalle sagome dei più grandi giocatori della lega, è riservato a filmati tematici legati ai quarant’anni dalla fusione tra NBA ed ABA (1976).
Ecco allora il giocatore simbolo di entrambe le associazioni, il mitico ‘Doctor J’ Julius Erving, raccontato sia dalle immagini delle sue gesta, che dalle testimonianze di altri grandi campioni, da Magic Johnson a Kevin Garnett, passando per LeBron James e molti altri ancora.
Spazi dedicati anche a vari aspetti del gioco della pallacanestro, elevati al massimo livello dalle superstar NBA; dai dominatori dei tabelloni (con un omaggio a Tim Duncan) ai cultori del crossover (da Allen Iverson a Jamal Crawford), fino agli innovatori del concetto di tiro da tre punti (Reggie Miller e Ray Allen, ma non solo).
Vere e proprie chicche le sezioni riguardanti le voci in presa diretta degli allenatori (con, tra gli altri, un fantastico siparietto tra Gregg Popovich e Tim Duncan) e il tributo a Kobe Bryant, con la sua intera carriera ripercorsa attraverso le sue interazioni con compagni e avversari.
La ciliegina sulla torta, però, si trova nell’altro salone, quello in cui fa bella mostra di sé il Larry O’Brien Trophy. Il racconto delle NBA Finals 2016 tramite realtà virtuale è un’esperienza che va al di là di ogni immaginazione. Indossando gli speciali visori verrete catapultati nella splendida Bay Area e nella meno splendida Cleveland, per dare un’occhiata a 360° al Golden Gate o allo stendardo raffigurante King James. Non solo: potrete assistere alla carica prepartita degli Warriors sbirciando oltre le spalle di Klay Thompson e ascoltare le parole di Stephen Curry comodamente seduti in sala stampa, entrare in spogliatoio con Kyrie Irving e vedervi cadere addosso LeBron James dopo una devastante chasedown. Assolutamente da non perdere.
Abbiamo approfittato della presentazione alla stampa (durante la quale sono stati trasmessi gli audio-messaggi di Danilo Gallinari ed Ettore Messina) per fare quattro chiacchiere con le voci di Sky Sport, uno degli sponsor dell’evento.
Il primo a parlare è stato Alessandro Mamoli, conduttore della rubrica Basket Room e telecronista NBA ed NCAA per Sky.
Da appassionato di college basketball, quali sono, secondo te, i giocatori e le squadre da tenere d’occhio nella stagione che sta per cominciare?
“Per quanto riguarda i giocatori, serve ancora un po’ di tempo per poterli valutare bene. Molti sono estremamente giovani e nel corso della stagione possono succedere molte cose.
Riguardo alle squadre, meglio non fidarsi dei vari ranking della vigilia; avreste mai scommesso un euro sulla vittoria di Villanova? Io certamente no!
Ci sono troppi fattori da prendere in considerazione: dove saranno e che impatto avranno i cosiddetti one-and-done (giocatori ‘di passaggio’ verso una sicura carriera NBA, ndr), le alchimie che si verranno a creare all’interno di roster continuamente rivoluzionati e via dicendo. Poi è chiaro che i posti in cui cercare sono più o meno gli stessi: Villanova forse parte leggermente avanti, avendo già vinto (anche se, proprio perché ha già vinto, non sarà facile ripetersi), poi ci sono sicuramente le varie Duke (che ha dei freshmen molto interessanti, anche se indisponibili inizialmente), North Carolina, Kansas. C’è sempre curiosità anche per quello che succede a Kentucky. Ne approfitto per ricordare che la stagione di college basketball inizia stanotte su Sky Sport 2 con la diretta di Kansas – Duke (repliche dalle 14.30 di mercoledì 16 novembre, ndr).
Ad ogni modo, datemi un mesetto di tempo; dopo i primi confronti tra le big delle varie Conference potrò avere un’analisi più dettagliata.”
Credo che lo stesso discorso valga per quei giocatori appena passati dal college alla NBA. Per quel poco che si è visto finora, l’impressione è che, a differenza della passata stagione (con i vari Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis che impressionarono da subito), quest’anno i rookie stiano maggiormente faticando ad emergere.
“Molto dipende anche dal minutaggio che hanno a disposizione. Ci sono giocatori come Brandon Ingram, ad esempio, che hanno tutte le potenzialità per diventare dei fenomeni, ma che sono ancora piuttosto acerbi per la NBA. Soprattutto dal punto di vista fisico, non possono reggere 48 minuti giocati a questi livelli, contro atleti fisicamente superiori. Infatti, quello che a mio avviso è il principale candidato a Rookie Of The Year, ovvero Joel Embiid, oltre ad avere alle spalle già parecchi allenamenti con i compagni e oltre a giocare in una squadra come Philadelphia, ha anche una stazza che gli permette di assorbire meglio un impatto del genere. Onestamente mi aspetto un maggiore spazio per Buddy Hield dei New Orleans Pelicans nel corso della stagione, ma probabilmente sarà un processo graduale. Vedremo…”
L’ultima domanda si va a ricollegare alla mostra inaugurata oggi, incentrata sui momenti che hanno fatto la storia della NBA. Quali sono i tre momenti, come appassionato prima e telecronista poi, che conserveresti per sempre nella tua collezione privata?
“Tre sono davvero pochi da scegliere! Sicuramente il tiro di Michael Jordan nelle Finals del 1998 contro Utah, poi ci metterei la gara-7 di quest’anno, che ci ha ripagato con gli interessi di una serie fino a quel momento non bellissima.
Per il terzo avrei l’imbarazzo della scelta, ma vado con il titolo vinto dai San Antonio Spurs nel 2014. Non soltanto perché quelle furono le prime finali che seguii come inviato sul posto, ma anche perché, in vita mia, non ho mai visto una squadra giocare così bene.”
Abbiamo posto quest’ultima domanda, in separata sede, anche a Flavio Tranquillo, storica voce del basket NBA in Italia. Curiosamente, la risposta è stata quasi la stessa:
“Devo limitarmi a scegliere tre momenti che ho vissuto in prima persona, quindi direi senza dubbio la gara-6 del 1998 con il tiro di Jordan e la gara-7 dello scorso giugno tra Warriors e Cavs. Come terzo ed ultimo scelgo una qualsiasi delle schiacciate di Julius Erving, che mi hanno fatto innamorare di questo gioco.”
Parliamo ora dei Cleveland Cavaliers, campioni NBA in carica. Durante la scorsa stagione, in concomitanza con in licenziamento di David Blatt, sembrava che la situazione fosse sul punto di esplodere. Dopo la conquista del titolo, invece, sembra che tutto si sia risolto. E’ possibile che quella vittoria abbia spazzato via, di colpo tutti i problemi? Eppure, la squadra è ancora la stessa…
“Non è possibile e, a mio avviso, non è così. Di sicuro, prima del licenziamento di Blatt c’era un coinvolgimento emotivo di un certo tipo da parte di colui che ha in mano le chiavi della franchigia. Dopo il licenziamento, il coinvolgimento emotivo è cambiato. Non credo, però, che si sia risolto tutto; spesso si tende a dimenticare che, dopo gara-4, i Cavs erano sotto 3-1. Per citare un esempio, la serie finale di Kevin Love non è stata certamente all’altezza di un giocatore con il suo stipendio. E potrei andare avanti ancora a lungo. Semplicemente, Cleveland è riuscita a mettere da parte i problemi meglio di tutti gli altri nel corso dei playoff. Visto che, anche quest’anno, il titolo si assegna ai playoff, vedremo come ci arriveranno.
Effettivamente, in questa stagione i Cavs sono più tranquilli, fanno cose più facili. Guai però a giudicare basandosi soltanto sui primi mesi: esempi come i Golden State Warriors dell’anno scorso o i Boston Celtics del 2009 ci dimostrano che la squadra di ottobre / novembre, anche dopo aver vinto un titolo, non è mai la stessa che arriva al 19 o al 20 di giugno.”
Rimanendo nella Eastern Conference, ci sono due squadre, Atlanta e Charlotte, che hanno iniziato alla grande la stagione. Tra queste due e Toronto, di chi ti fidi di più, e per quale motivo?
“Onestamente tenderei a non fidarmi di nessuna di queste. Toronto è quella più affidabile, perchè ha le maggiori probabilità di riuscire a fare quello che fa ora anche tra 6-7 mesi, il che non è per forza un bene, quindi può tranquillamente tornare in finale di Conference. Anche Atlanta e Charlotte potrebbero arrivarci, anche se ho dei seri dubbi che riescano (soprattutto Atlanta) a giocare a questi livelli per un lungo periodo. Charlotte ha dimostrato di poter fare grandi cose in una metà campo, quella difensiva. Dal punto di vista offensivo, però, troppo spesso fatica a segnare, e questo, soprattutto nei playoff, diventa un problema.”
Di seguito il video integrale di quest’ultima intervista

