Un’altra settimana è agli archivi. Come ogni venerdì, analizziamo tre temi caldi degli ultimi sette giorni in NBA… It’s Three Points time!
1 – 7 seconds or Harden

Coach Mike D’Antoni e James Harden
L’arrivo di Mike D’Antoni sulla panchina degli Houston Rockets potrebbe rivelarsi il colpo più sottovalutato dell’estate NBA. L’ex ‘baffo’ rischia di trasformare la franchigia texana in una sorta di ‘evoluzione’ dei Phoenix Suns del ‘7 seconds or less’, che tanto divertì (ma poco, anzi, nulla vinse) negli Anni 2000.
A Houston, D’Antoni ha trovato qualcosa che gli era mancato sia a New York che a Los Angeles (esperienze successive alla fine del rapporto con i Suns), ovvero una grande star completamente al suo servizio.
Se, infatti, né Carmelo Anthony, né tantomeno Kobe Bryant sono mai sembrati particolarmente in sintonia (colossale eufemismo) con il ‘guru’ dell’attacco run-and-gun, al contrario James Harden sta regalando al suo coach la miglior pallacanestro della sua carriera.
Le straordinarie doti del ‘Barba’, spostato ufficialmente nel ruolo di point guard (posizione che, di fatto, ricopriva anche prima), vengono esaltate appieno dal ritmo alto e dagli spazi aperti studiati per lui dall’ ex giocatore dell’Olimpia Milano. Il suo primo mese è da MVP: 12.5 assist, 7.7 rimbalzi (!) e la bellezza di 28.7 punti di media a partita. In pratica, un giocatore che fa più assist, prende il doppio dei rimbalzi e segna molto di più del due volte Most Valuable Player Steve Nash, leader di quella fantastica versione dei Suns.
Detto questo, quindi, Harden meglio di Nash? Fermi tutti…
Stiamo parlando di due giocatori estremamente diversi. Da una parte un vero e proprio ‘visionario’ del gioco, nella cui scala delle priorità veniva innanzitutto quella di ‘far girare’ i compagni, poi, se proprio necessario, quella di segnare. Dall’altra parte troviamo una devastante macchina da canestri, palla in mano uno dei 2-3 più grandi attaccanti della lega. Difficile, anzi, impossibile vedere Harden chiudere una stagione con 18 punti a sera.
E’ anche vero, però, che un giocatore del genere, completamente a sua disposizione, D’Antoni non l’aveva mai avuto.
Se un sistema offensivo così produttivo come il ‘7 seconds or less’ viene azionato da un realizzatore di tale calibro, il risultato potrebbe avere effetti apocalittici.
Le similitudini tra quei Suns e questi Rockets non si fermano alla presenza di Mike D’Antoni e a quella di uno straordinario leader. Entrambe le squadre, infatti, sono partite dal fallimento dei progetti precedenti; il cosiddetto ‘Backcourt 2000’ (formato da Jason Kidd e Penny Hardaway) a Phoenix, la super-coppia James Harden – Dwight Howard in Texas. Sia l’una, che l’altra ‘creatura’ dantoniana hanno puntato a plasmare il roster ad immagine e somiglianza del coach puntando sui giovani.
In Arizona arrivarono Shawn Marion, Joe Johnson, Leandro Barbosa e, dulcis in fundo, Amar’e Stoudemire. A Houston la situazione è ancora in divenire, ma lo spazio concesso ai vari Clint Capela, Sam Dekker, K.J. McDaniels e Montrezi Harrell fa pensare che la strada intrapresa sia quella. Anche la presenza di ottimi tiratori (vedi Ryan Anderson o il ‘rinato’ Eric Gordon), indispensabili per questo tipo di attacco, è un chiaro elemento che accomuna le due realtà.
Per arrivare ai livelli di quei Suns (e magari provare a superarli), però, servirebbe almeno un altro giocatore in grado di fare la differenza. Avere un equivalente (per quanto possibile) di Stoudemire o Marion al fianco di Harden farebbe inevitabilmente calare le statistiche individuali del Barba, ma offrirebbe a D’Antoni un’ ’ancora di salvezza’ qualora il numero 13 incappasse in una serata storta.
Come ben sa Nash, per vincere bisogna fare i conti anche (e soprattutto) con i grandi avversari (i San Antonio Spurs di allora e i Golden State Warriors di oggi, per citarne un paio). Con queste premesse e con tutti gli aggiustamenti necessari (specialmente per quanto riguarda la difesa), però, nel giro di un paio di stagioni potremmo trovarci di fronte ad una seria (e spettacolare) minaccia per la corsa al titolo NBA.
2 – Summertime sadness

La precaria situazione in casa Heat riassunta in un’efficace immagine… Tanking?
A Miami, Florida, l’inverno non arriva mai. Certo, a dicembre viene buio prima, ma ciò non impedisce ad abitanti e turisti di affollare le candide spiagge di South Beach e di farsi un tuffo nella calda e azzurrissima porzione di Oceano Atlantico che incontra il Mar dei Carabi.
Per i locali appassionati di basket, però, questa eterna estate è ultimamente segnata da un velo di ‘tristezza’.
Con i fasti dell’era dei ‘Big Three’ ormai lontani, i Miami Heat stanno vivendo una fase critica della loro storia.
Il mancato rientro di Chris Bosh, costretto a dire addio alla squadra con cui ha vinto due titoli NBA (2012 e 2013), si è rivelato una ‘mazzata’ dalla quale gli uomini di Erik Spoelstra non sembrano essersi ancora ripresi. La nuova stagione è iniziata con il misero bottino di dieci sconfitte nelle prime quattordici partite, tra cui spicca il poco onorevole k.o. di Philadelphia.
Guai a dare la colpa di questo pessimo avvio solamente alla partenza di Dwyane Wade, autore fin qui di ottime prestazioni con la nuova maglia dei Chicago Bulls. Il numero 3 è ancora un signor giocatore, ma si può benissimo affermare come abbia dato tutto (e anche di più) alla causa Heat. Prima o poi, Pat Riley avrebbe dovuto premere il pulsante Reset.
Il ‘sacrificio’ dello storico capitano (così come quello di CB1) ha lasciato più che altro un vuoto dal punto di vista della leadership. Il dominante Hassan Whiteside, una delle pochissime note liete, sta inanellando prestazioni che lo proiettano tra i grandissimi, ma non sembra in grado di ricoprire il ruolo di uomo-franchigia. Stesso discorso per Goran Dragic (si susseguono le voci di una possibile trade che lo coinvolga a febbraio) o Dion Waiters, mentre il ventenne Justise Winslow ha ancora un’intera carriera davanti a sé per dimostrare il suo valore.
Con i restanti membri del roster che possono essere considerati poco più che giocatori di contorno (sempre che i giovani Josh Richardson e Tyler Johnson non decidano di smentirmi) e dopo una partenza del genere, la corsa ai playoff sembra già compromessa.
Del resto, le concorrenti non stanno certo ad aspettare; tra le innumerevoli formazioni a passare indenni sul ‘cadavere’ degli Heat possiamo trovare Bulls, Hawks, Hornets e Pistons, sulla carta avversarie dirette di Miami per la qualificazione alla post-season.
Forse per i tifosi sarebbe meglio aspettare, all’ombra delle palme, i prossimi passi di una ricostruzione all’apparenza inevitabile.
3 – Dallas, abbiamo un problema!

Lo sguardo sconsolato di Rick Carlisle, allenatore dei Dallas Mavericks
Vi ricordate chi sconfisse Miami nelle NBA Finals del 2011? Esatto, proprio gli stessi Dallas Mavericks che, solo cinque anni e mezzo dopo, languono sul fondo della Western Conference. E’ davvero incredibile il ‘tonfo’ della squadra di Rick Carlisle, già candidata (con un discreto vantaggio sulle inseguitrici) al premio di “delusione dell’anno”.
Eppure, sulla carta, il roster dei Mavs non sarebbe proprio da buttare. L’età media è sicuramente troppo avanzata, ma un quintetto formato da Deron Williams, Wesley Matthews, Harrison Barnes, Dirk Nowitzki e Andrew Bogut appare tutto sommato rispettabile. D’altro canto, sulla carta non si è mai vinto nulla. La dura realtà dice che Dallas è al momento la peggior squadra della lega.
Un inizio di stagione da incubo per la franchigia guidata da Mark Cuban: due misere vittorie (peraltro consecutive) a fronte di dodici sonore sconfitte. E’ vero che, finora, il calendario non ha dato tregua ai texani, sempre opposti a squadre con ambizioni da playoff (se si considerano tali anche quelle dei Lakers); è altrettanto vero, però, che la situazione sta degenerando, con i playoff sempre più lontani.
Probabilmente il roster è un po’ troppo ‘corto’. A parte il già citato quintetto, ci sono pochi giocatori in grado, fin qui, di dare un valido contributo dalla panchina. Caso a parte quello di Seth Curry, il quale sembra finalmente aver trovato la collocazione ideale. Se il fratello meno celebre di Steph è il miglior elemento della tua second unit, però, è difficile arrivare lontano.
Un altro indiziato per questa brutta partenza è certamente il fattore infortuni: tra i titolari, il solo Barnes (eccellente il suo impatto con la nuova maglia) ha disputato tutti e quattordici gli incontri in programma. Il grande Nowitzki, leader incontrastato del gruppo, è fermo a quattro presenze.
Staremo a vedere come si comporterà la squadra con il roster al completo e contro avversari più abbordabili. La sensazione, però, è che i grossi bovini texani siano già scappati dalla stalla.

