Per ciò che riguarda il campo, i protagonisti della settimana NBA appena trascorsa sono stati i Golden State Warriors, capaci di annichilire, nel giro di tre giorni, due avversarie del calibro di Cleveland Cavaliers e Oklahoma City Thunder. Due incontri che hanno dato il via ad una serie di polemiche scaturite dai brutti falli di Draymond Green e Zaza Pachulia, rispettivamente su LeBron James e Russell Westbrook. Archiviando rapidamente la pratica con due sostanziali pareggi (interventi assolutamente ingiustificati, assorbiti con più enfasi del dovuto da chi li ha subiti) e ‘passaggio del turno’ da parte della squadra in trasferta (Green e Pachulia davvero inguardabili nelle circostanze), questa edizione di ‘Three Points’ verterà invece sull’imminente trade deadline. Ci sono tre giocatori, in particolare, le cui carriere sembrano entrate in una fase di stallo, e la cui presenza potrebbe essere ormai un peso per le rispettive franchigie (con la quale sono legati, tutti e tre, fin dalla stagione 2010/11). Per diversi motivi, il loro coinvolgimento in eventuali trade sarebbe tutt’altro che da escludere.
1 – Stay Melo?

Carmelo Anthony
A peggiorare ulteriormente la turbolenta situazione in casa New York Knicks (reduci dalla ‘sparizione’ di Derrick Rose e finiti fuori dalla zona playoff) è arrivato il ciclone Anthony. Non si tratta di una tempesta tropicale, bensì della bufera scatenata da un articolo in cui Charley Rosen, giornalista molto vicino al presidente dei Knicks Phil Jackson, sosteneva come ‘Melo’ avesse ormai “fatto il suo tempo a New York”. Prontamente sono arrivate la seccata replica del numero 7 (“se la dirigenza pensasse questo, credo che sarebbe il caso di parlarne”) e i successivi chiarimenti con il Maestro Zen. Aldilà delle parole di facciata e degli ‘atti dovuti’, però, è indubbio come il pezzo di Rosen non sia proprio il frutto di una notte brava. Senza arrivare alle (facili) conclusioni secondo cui sia stato proprio Jackson a ‘dettare’ l’articolo all’amico, da tempo si ha la sensazione che un eventuale addio di Carmelo Anthony non comporterebbe poi troppe sofferenze, né da una parte, né dall’altra.
Iniziamo ad analizzare la situazione dal punto di vista del giocatore, sotto contratto fino al 2019. Quella in corso è la sua quattordicesima stagione di una carriera NBA non ricchissima di soddisfazioni. Almeno, non dal punto di vista dei risultati. A livello personale, infatti, qualcosina ha raccolto: Nove All-Star Game (che a giorni, con ogni probabilità, diverranno dieci) e miglior marcatore NBA nel 2012/13, tanto per gradire.
Nel febbraio del 2011, il suo arrivo ha trasformato i Knicks da squadra allo sbaraglio a materiale da playoff. Il problema è che, dopo un paio di stagioni buone (ma non ottime; il miglior risultato è stata l’eliminazione al secondo turno del 2013), la franchigia ha intrapreso il percorso inverso. Dopo la sconfitta contro gli ottimi Indiana Pacers versione George-West-Hibbert è arrivata una serie infinita di umiliazioni, culminata con l’ultimo posto ad Est nel 2015.
A conti fatti, il matrimonio tra la franchigia e la superstar da Baltimore non ha reso i frutti sperati. I Knicks non sono mai stati da titolo, mentre Melo ha dovuto aspettare con ansia le varie Olimpiadi per rinfoltire la sua bacheca (nella quale fa bella mostra anche lo storico titolo NCAA vinto con Syracuse nel 2003).
Il deludente avvio di questo 2016/17, preceduto peraltro da improbabili proclami (“Sì, il nostro è un super-team!” aveva dichiarato alla vigilia Derrick Rose) sembra il preambolo dell’inevitabile fine dell’avventura nella Big Apple di uno dei più grandi attaccanti puri della storia NBA (sul talento poco da dire; il suo uno-contro-uno rimane una delle 10-15 cose per cui valga la pena avere gli occhi). Una separazione non facile, che consentirebbe però a New York di iniziare un nuovo progetto senza i 24.6 milioni (che diventerebbero quasi 28 tra due stagioni) del suo ingombrante contratto. Un progetto possibilmente diverso da quello apparentemente ‘campato per aria’ che ha portato a Manhattan i vari Rose e Noah, magari incentrato su Kristaps Porzingis e su un nucleo giovane, da assemblare partendo già dall’eventuale trade per Carmelo. Un Carmelo che, dal canto suo, potrebbe dare uno scossone alla sua carriera, magari unendosi ad un top team e provando l’ebbrezza di una caccia al bersaglio grosso. D’altronde, a maggio le candeline saranno 33, con lo spettro dell’ennesimo fuoriclasse senza anelli che si fa sempre più visibile.
2 – La zavorra più talentuosa al mondo

DeMarcus Cousins
Vi liberereste mai di un giocatore da 28 punti, 10 ribalzi e 5 assist a partita, in grado di portare palla e tirare da tre come una guardia nonostante i suoi 211 cm per 112 kg? Se vi chiamate Sacramento Kings e il giocatore in questione è DeMarcus Cousins, forse potreste farci un pensierino…
Per trovare una versione anche solo rispettabile dei Kings bisogna tornare ai tempi di Mike Bibby e Peja Stojakovic, ultimi superstiti dell’era ‘Greatest Show On Court’. Quella del 2006 è l’ultima apparizione ai playoff per la franchigia californiana, sprofondata poi in un decennio abbondante di assoluta mediocrità.
A furia di perdere, prima o poi arriva l’occasione per la risalita. Quell’occasione sembrò arrivare al draft del 2010 quando, con la quinta chiamata assoluta, fu selezionato il fenomenale centro da Kentucky. Eppure, nonostante le doti di cui sopra, Cousins non ha mai dimostrato di poter guidare i suoi Kings al benché minimo traguardo (se non vogliamo considerare come tale il record all-time di astinenza da playoff). Anzi, spesso e volentieri il suo pessimo atteggiamento è stato una delle principali cause (se non LA principale) dei fallimenti della squadra. Dai continui falli tecnici (alcuni presi con una disarmante ingenuità), che ne hanno ormai definitivamente compromesso la ‘reputazione’ con gli arbitri, ai plateali litigi con i vari allenatori, ultimo tra i quali George Karl, DMC ha contribuito a rendere i Kings ‘inallenabili’. Il clima di tensione tra i vari allenatori e il loro miglior giocatore ha finito inoltre per far ‘scappare’ al più presto chiunque avesse la minima possibilità di diventare free-agent (il caso più recente è quello di Rajon Rondo, un’altra testa piuttosto calda…). Insomma, una vera e propria ‘zavorra’.
Non che la gestione della franchigia sia stata sempre impeccabile, anzi… Una miriade di ‘progetti’ e allenatori diversi (vedi anche e soprattutto le cause sopra citate), un numero ben più alto di giocatori ‘sbagliati’, sia in free-agency (del resto, chi mai – Marco Belinelli a parte – deciderebbe di passare anche una sola stagione in un contesto simile?) che ai vari draft (con le notabili eccezioni di Tyreke Evans e di Isaiah Thomas, quest’ultimo scelto probabilmente per sbaglio e prontamente ceduto). Dalla fine dei gloriosi anni di Chris Webber e compagni, inoltre, la squadra è stata più volte al centro di possibili piani di trasferimento. Soltanto il progetto per la costruzione del futuristico Golden 1 Center, inaugurato lo scorso ottobre, ha impedito la scomparsa dei derelitti Kings in favore del tanto auspicato ritorno dei Seattle SuperSonics.
Con queste premesse, è inevitabile pensare che la soluzione migliore, sia per la franchigia che per Cousins, sia quella di una trade. Decidesse di rinunciare ai vantaggi economici comportati da un rinnovo, DMC potrebbe finire in una squadra con un minimo di ambizione, mentre i Kings si libererebbero finalmente della zavorra più talentuosa al mondo.
3 – L’anno del Gallo

Danilo Gallinari, arrivato a Denver da New York nella trade per Carmelo Anthony
L’imminente capodanno cinese darà inizio all’Anno del Gallo. In ambito cestistico, è da parecchio tempo che molti tifosi italiani si augurano che, prima o poi, arrivi anche la stagione della svolta per il ‘nostro’ Gallo, al secolo Danilo Gallinari.
Arrivato ai Denver Nuggets nel 2011, per via della trade che ha spedito lontano dal Colorado Carmelo Anthony, Danilo ha vissuto stagioni costellate da alti e bassi, senza mai però spiccare davvero il volo. La miglior versione dei Nuggets fu quella del 2013, con il solido quintetto Lawson-Iguodala-Gallinari-Faried-McGee e con George Karl nominato Coach Of The Year. Quell’anno Denver chiuse con il terzo miglior record della Western Conference, ma dovette però arrendersi al primo turno, pur combattendo, agli emergenti Golden State Warriors. Dopo il misterioso licenziamento di Karl, la magia di quei giorni non è più tornata e la squadra è sprofondata in un triste vortice di mediocrità.
Per come funziona il sistema sportivo americano, ci sono due situazioni ideali per una franchigia: la prima è ovviamente quella in cui si lotta per il titolo, o comunque per le finali di Conference; la seconda è il cosiddetto rebuilding, ovvero la costruzione di una squadra futuribile, il più delle volte mediante anni di continue sconfitte. I Nuggets si trovano invece al centro del guado; non abbastanza consistenti da poter ambire a qualcosa di più che un primo turno di playoff (già di per sé difficilmente raggiungibile), non abbastanza ‘scarsi’ da puntare a qualche top pick al prossimo draft. E’ chiaro che si debbano fare delle scelte, e chissà che tra queste non ci sia il ‘sacrificio’ di alcuni veterani come Wilson Chandler, Kenneth Faried e lo stesso Gallinari.
Come nei casi analizzati in precedenza, anche qui l’ipotesi è potenzialmente vantaggiosa per entrambe le parti in causa. Denver si priverebbe di un validissimo giocatore (la cui ascesa è stata probabilmente frenata anche dai numerosi infortuni), non in grado però, almeno da solo, di renderla un top team. Il Gallo, invece, potrebbe finalmente dare una svolta alla sua carriera, magari cercando gloria in una squadra ‘da corsa’. Del resto, lo aveva dichiarato lui stesso, tempo fa: “Mi sono rotto le palle di perdere”. Una dichiarazione rilasciata dopo l’eliminazione della nazionale italiana ad Eurobasket 2015, perciò dopo il suo rinnovo biennale con i Nuggets. Se davvero Danilo intende raggiungere grandi traguardi, forse la grande occasione è in arrivo. In estate avrà una player option sull’ultimo anno di contratto. Sempre che la trade deadline non cambi drasticamente le carte in tavola.

