Home NBA, National Basketball AssociationNBA Passion AppTutta questione d’impegno: piccola contrapposizione tra colletivismo e individualismo

Tutta questione d’impegno: piccola contrapposizione tra colletivismo e individualismo

di Jacopo Martini
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La produzione di statistiche è uno dei campi in cui l’NBA, e in generale tutti gli sport americani, è più evoluta. Soprattutto negli ultimi anni, con l’introduzione dei sistemi di tracking attivi durante le partite, questo settore si è implementato ulteriormente, riuscendo a restituire una grandissima mole di informazioni (che, sottolineo, bisogna saper interpretare a dovere) su quasi tutti gli aspetti del gioco, che spesso attraverso la semplice visione delle partite non si riescono a cogliere.
L’NBA potrebbe monitorare il battito cardiaco di Lebron James mentre DeAndre Liggins ha la palla in mano, se davvero lo volesse.

Sfortunatamente per noi, però, non tutto è misurabile. Quante volte sentiamo parlare dell’importanza degli intangibles?
Per chi ancora non lo sapesse, gli intangibles sono quel tipo di giocate che, per l’appunto, non si possono misurare con una semplice formula matematica. È lo sforzo che un giocatore mette in campo, l’impegno profuso ogni volta che calca il parquet.
Qualche anno fa era divenuto di moda il termine “garra”, termine argentino riferito agli sportivi che sputano sangue durante le partite. Per chiarirci: Tevez, Cambiasso, Mascherano sono un esempio perfetto di “portatori” di garra.
Ecco, possiamo assimilare gli intangibles alla garra. Tony Allen è il rappresentante più noto tra i giocatori NBA che hanno la garra, ma ovviamente non è il solo: CJ Watson, Thabo Sefolosha, Patrick Beverley, Rudy Gobert sono solo alcuni esempi di giocatori che mettono l’anima in campo.

La pallacanestro, però, è uno sport di squadra. Non basta che si impegni a fondo un solo giocatore sui 10 di media che giocano durante una partita. Ci vuole il massimo impegno di ogni componente della squadra per vincere.
Questo ad esempio sta accadendo ai Miami Heat, che sono giunti alla dodicesima vittoria consecutiva con l’exploit ai danni dei Milwaukee Bucks (106-88 per il team di coach Spoelstra). La compagine della Florida meridionale è l’esempio perfetto, in questo momento, di quanto l’impegno sia importante in contesti competitivi di alto livello come l’NBA. Forse più dei sistemi di gioco e delle abilità individuali.
Nella Lega ci sono 450 giocatori in totale (15 a squadra circa, per 30 squadre) e fatta eccezione per i 10-15 che sono oggettivamente e nettamente sopra il livello medio di talento, il “mare” di quelli di medio livello è molto vasto e le più piccole inezie possono fare la differenza tra l’essere ai margini delle rotazioni e giocare 20 o più minuti a partita.

Ci sono giocatori che scendono in campo spesso palesemente svogliati (da tifoso di Orlando mi viene in mente Jeff Green), il cui linguaggio del corpo parla chiaro appena mettono il piede sul parquet. Volendo citare gli Offlaga Disco Pax, sembrano dei commessi della Standa alla vigilia di Natale, sul loro volto campeggia una scritta enorme: “Perché lo faccio? Non vedi che io non ci vorrei stare qui?”.
Purtroppo per noi tifosi, la maggioranza dei giocatori scende in campo svogliata. Le motivazioni sono due: sicuramente una regular season da 82 partite non aiuta in questo senso, e ci può stare anche la serata storta, per carità, ma la ragione principale è che gli interessi personali vengono posti al di sopra di quelli di squadra. Quante volte si vedono giocatori che registrano statistiche incredibili solamente durante il contract year, e di contro gente che improvvisamente smette di giocare dopo aver strappato alla dirigenza di una qualche sfortunata franchigia un lucroso contratto?

Questo non vuole assolutamente essere un articolo di antropologia, ma penso sia pacifico per tutti quanti affermare che l’essere umano è, nella maggioranza dei casi, individualista ed arrivista. Non è neanche uno scandalo dire che quei due concetti, individualismo ed arrivismo, sono tra i fondamenti della cultura americana, che ha da sempre eretto a mito il self made man, l’uomo che si costruisce le sue fortune da solo, partendo dal fondo e senza alcun aiuto.
Di conseguenza si può comprendere perché accade il fenomeno di cui si è detto prima. Spesso i giocatori non si impegnano perché semplicemente non ne vedono un’utilità per loro stessi. Di contro, chi si impegna sul serio mette davanti a sé il bene della squadra, e non il proprio. Quanto è raro vedere qualcuno che si getta per cercare di recuperare una palla che sembra quasi certamente persa, al giorno d’oggi? Molto, purtroppo.
E a questo punto si ritorna alla lista di giocatori menzionati prima: Allen, Watson, Sefolosha, Beverley, Gobert: sono tutti giocatori che antepongono il bene della squadra al proprio. E poi si sono citati i Miami Heat: ecco cosa succede quando tutti pensano al bene del collettivo e non a quello dell’individuo.

Ma quindi individualismo ed arrivismo sono il male assoluto? No, perché in una società americana in cui non sono presenti questi due fondamenti, e di conseguenza in una NBA che attinge da una cultura che ne è priva, non avremmo avuto campioni del calibro di Jordan e Bryant, emblemi di quanto di buono c’è nella cultura americana e di quanto individualismo e arrivismo siano comunque necessari per arrivare molto in alto.
Ma come sempre, l’ideale sta nel mezzo: il giusto bilanciamento tra il collettivo e l’individuale.

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