Questa settimana andiamo un pò indietro nel tempo, più precisamente negli anni ’70 per analizzare insieme la carriera cestistica di Peter Maravich, successivamente soprannominato Pistol Pete, giocatore membro della Hall of Fame scomparso prematuramente il 5 Gennaio del 1988.
Nato il 22 Giugno del 1947 nella città di Aliquippa in Pennsylvania, Pete mostra fin dalla pubertà un amore innato per questo sport, giocando per 3 scuole diverse spostandosi dalla Carolina del Nord a quella del Sud dimostra grandissime doti con la palla a spicchi.
Nel 1967 si segna nel college di LSU, resterà con la squadra per 3 anni prima di accedere alla NBA, durante il suo primo anno le regole dell’epoca gli proibiscono di giocare nella prima squadra ed è quindi costretto a giocare nel Freshman Team, la sua prima partita NCAA la chiude con 50 punti, 14 rimbalzi e 11 assist.
Nei 3 anni a LSU realizzerà la bellezza di 3.667 punti, viaggiando alla spaventosa media di oltre 43 punti a partita per tutto il triennio, nota significativa da prendere sicuramente in considerazione il fatto che in quegli anni non era ancora stata istituita la linea dei 3 punti, quindi tutti i punti messi a segno da Maravich furono o dal tiro libero o da 2 punti, addirittura nel suo ultimo anno di college chiuse la stagione con 44.5 punti e 6.2 assist tirando col 44.7% dal campo.
Arriviamo così al Draft NBA 1970, gli Atlanta Hawks riescono ad aggiudicarsi la 1^ scelta assoluta e mettono le mani proprio su

Pete Maravich, il suo anno da rookie è semplicemente straordinario, viaggia a 23.2 punti di media e 4.4 assist, giocando 36 minuti e tirando col 45.8% (mancava ancora la linea dei 3 punti), gli Hawks riescono a raggiungere i Playoffs ma vengono eliminati al primo turno dai New York Knicks.
L’anno successivo vede scendere la media punti che passa a 19.3, ma salgono gli assist che arrivano a 6 di media, anche questa volta gli Hawks riescono nonostante il record non entusiasmante di vittorie ad accedere ai Playoffs ma come l’anno precedente vengono immediatamente eliminati dai Boston Celtics.
Nella sua ultima stagione con Atlanta (1973-74), Maravich esplode come realizzatore, viaggia a 27.7 punti a partita (secondo solo a Bob McAdoo) e smista 5.2 assist, purtroppo però il resto della squadra non è di livello e la franchigia non riesce ad accedere alla post-season.
Qui alcune stupende giocate di Pistol Pete:
https://www.youtube.com/watch?v=kq1oUk7sgRY
Durante l’estate del 1974 gli allora New Orleans Jazz stavano cercando un giocatore che portasse talento ed entusiasmo all’interno della squadra, i Jazz scambiarono così 2 giocatori e 4 future scelte al draft agli Hawks in cambio di Maravich.
I Jazz erano in piena ricostruzione ed infatti nonostante il suo primo anno a New Orleans si chiuse bene personalmente, la squadra non raggiunse i Playoffs, anzi chiuse col peggior record dell’anno con appena 23 vittorie.
Nella stagione 1976-77 dopo alcuni infortuni, Pistol tornò in campo deciso a dimostrare tutto il suo valore, viaggiò per tutta la stagione a 31.1 punti (miglior record in carriera) e in 13 partite superò quota 40 punti, includendo una prestazione sensazionale da 68 punti contro i New York Knicks, purtroppo però i Jazz continuarono ripetutamente a mancare l’obiettivo Playoffs e Maravich cominciò a pensare di cambiare aria prima che fosse troppo tardi.
Gli infortuni ad entrambe le ginocchia iniziarono lentamente a fargli perdere diverse gare nella stagione successiva, nonostante ciò riuscì a realizzare 27 punti a partita nelle 50 gare disputate, l’annata 1978-79 fu l’ultima in maglia Jazz, chiuse con 22.6 punti, 5 assist e 2.5 rimbalzi tirando col 42%.
Nel Gennaio del 1980 firmò con i Boston Celtics per tentare un’ultima scalata al Titolo NBA, la franchigia poteva fare affidamento sulla matricola eccezionale Larry Bird e su Maravich che usciva dalla panchina con punti nelle mani, in quell’annata segnò in media 13.7 punti, tirando con un sorprendete 66.7% da oltre l’arco dei 3 punti (primo anno in cui fu introdotto), la squadra finì la regular-season con l’ottimo record 61-21 (miglior record di quell’anno), Maravich riusciva nuovamente a tornare ai Playoffs dopo ben 5 anni, ma anche questa volta gli vennero messi i cosiddetti bastoni fra le ruote, furono i Philadelphia 76ers di Julius Erving ad eliminare i Celtics al 2° turno.
Si chiusero così definitivamente i sogni di gloria di Pistol Pete, che ormai tormentato dai continui infortuni alle ginocchia decise di appendere le scarpe al chiodo dopo appena 10 stagioni da professionista, dopo essersi allontanato dal basket giocato divenne una sorta di “recluso” per ben 2 anni, non usciva più di casa e praticava esclusivamente lo yoga, esplorò l’universo vegetariano e prima di morire espresse l’intenzione di essere ricordato non come un giocatore di basket NBA ma come un semplice cristiano nato per servire Gesù.
Il giorno della sua morte, Pete aveva soltanto 40 anni, venne colpito da un infarto mentre giocava una partitella dentro la palestra di una chiesa a Pasadena, l’autopsia rivelò che Maravich era affetto da una grave patologia genetica al cuore.
Resta di lui l’ottimo ricordo degli anni passati sui parquet della NBA, noi almeno lo abbiamo potuto conoscere solamente in questa veste e di questo possiamo ringraziarlo, dispiace sempre che una persona scompaia così giovane ed è per questo che vorrei che queste righe fossero un pò più che un semplice articolo…RIP Pistol Pete.
Premi Individuali: 5x All Star Game, 2x NBA 1st Team, 1971 NBA Rookie 1st Team, 1977 Scoring Champion, N° 7 ritirato dai Jazz, 2x College National Player of the year, NCAA All Time Points Leader, N° 23 ritirato da LSU

le sue doti cestistiche, stiamo parlando di Jerry Stackhouse, guardia atletica in possesso di un ampissimo repertorio offensivo.
le icone della squadra, Dr. Stack (come verrà soprannominato) nel suo secondo anno di college guida la squadra con 19.2 punti di media e 8.2 rimbalzi, vincendo il premio National Player of the Year di Sport Illustrated.
A metà della stagione 1997-98 viene ceduto ai Detroit Pistons insieme al compagno Eric Montross, in cambio di Theo Ratliff e Aaron McKie.
di livello, per tutta la regular season viaggia a 23.6 punti e guida la squadra ai Playoffs, qui addirittura le sue cifre aumentano, passa a 24.7 punti (miglior percentuale in carriera) giocando 40 minuti, tira col 40.7% da due e col 43% da tre punti, purtroppo però i Pistons escono subito al primo turno.
L’anno successivo sarà costretto a saltare praticamente quasi l’intera stagione a causa di un intervento di artroscopia al ginocchio destro, giocherà soltanto 26 partite.
m USA del 1992, anche lui però rientra nella nostra rubrica “Eterni Secondi” per non essere mai riuscito a vincere un Titolo NBA.
Chiuderà il suo anno da rookie con 20 punti di media, 9 rimbalzi e 2.1 stoppate, tirando col 47.4% dal campo, nelle sole 50 partite disputate a causa di alcuni infortuni, nonostante ciò viene votato come Rookie Of The Year 1986.
La stagione successiva (2001-02), che sarà anche la sua ultima, viene spedito agli Orlando Magic, dove parte titolare solo 4 volte nelle 65 gare disputate, il minutaggio si restringe ulteriormente a 14 minuti e i punti di media diventano 6, i rimbalzi 4 e le stoppate 0.7, Pat Ewing decide così di annunciare il suo ritiro dal basket NBA giocato, passando a sperimentare la carriera da allenatore, purtroppo però anche qui non arrivano i risultati sperati, rimane sempre al ruolo di Assistente Coach, prima con i Wizards, poi ai Rockets, successivamente passa ai Magic e dal 2013 ad oggi riveste il ruolo di Associate Head Coach negli Charlotte Hornets.
una delle ali grandi più forti di sempre nella storia della NBA. Con la maglia dei Sacramento Kings ha fatto sognare milioni di fan ma purtroppo nella sua lunga carriera tra i pro non è mai riuscito a vincere un Titolo NBA.
Nel Draft NBA del 1993, appunto, viene selezionato dagli Orlando Magic che però lo cedono immediatamente ai Golden State Warriors in cambio di Anfernee Hardaway e 3 future scelte al primo turno.


2000 della NBA, ha vestito la maglia degli Orlando Magic diventando insieme a Shaq il simbolo della franchigia, ma purtroppo, come tutti i nostri ‘Eterni Secondi’, non ha mai messo le mani sul Titolo NBA.
Sceglie di andare al Memphis State College, ma le cose non vanno per il meglio, durante la stagione 1990-91 viene colpito da un proiettile vagante ad un piede, durante una rapina, ed è costretto a saltare praticamente tutta la stagione.


NBA.
campo, vince meritatamente il premio di Rookie Of the Year 1999.
2004-05, Carter dice addio alla franchigia canadese per approdare ai New Jersey Nets di Jason Kidd e Richard Jefferson.
Eccoci di nuovo qui per analizzare un altro grandissimo cestista che rientra di diritto nella nostra categoria “Eterni Secondi“: sto parlando di Grant Hill, prodotto di Duke, giocatore formidabile sia a livello collegiale che in NBA.
Deve attendere due stagioni prima di approdare ai Playoffs con i Pistons, i quali, nonostante una buona squadra, vengono eliminati subito al primo turno. Hill mette a referto 19 punti (56.4%) e 7.3 rimbalzi nelle 3 partite disputate durante quei Playoffs.
Grazie al sostegno dell’altro veterano Steve Nash, Hill sembra essere in qualche modo ringiovanito, gioca più fluidamente in campo e nonostante il calo nella media punti (circa 12 a partita) diventa un tassello importante per la squadra dell’Arizona.
lunghe stagioni in NBA.
rto Michael Jordan. Il ragazzo inizia ad avvicinarsi al basket molto presto e, arrivato al momento clue della sua vita, ovvero la scelta del college, opta su suggerimento dei familiari per la Washington University.
guardia dotata di atletismo e mezzi tecnici notevoli che va ad aggiungersi alla lista degli eterni secondi, un giocatore spesso paragonato ai più grandi di questo sport che purtroppo a causa degli infortuni non è riuscito ad essere costantemente al top della sua forma. I suoi fan sicuramente gli avranno dedicato un posto speciale nel proprio cuore ma ciò non toglie che rimarrà sempre un gradino sotto i Campioni che tutti conosciamo.
simo ma le sue dimensioni non lo aiutano di certo.
delle 82 disputate e viaggia a 14 punti di media, con 8.6 rimbalzi, 2 assist e 1 stoppata a partita, cifre che gli valgono l’inserimento nel quintetto dei Rookie.

riesce a trascinare la squadra
asa. Chris Paul inizia ad essere criticato dai fan e dalla stampa, che come al solito non perde occasione di etichettare i giocatori NBA: molti lo accusano di non essere un vero leader, altri di giocare in maniera poco incisiva nei momenti clou.
si ritrovano nelle loro fila giocatori importanti che un tempo facevano la differenza in campo come Paul Pierce e Josh Smith, i quali rispettivamente con Celtics e Hawks erano diventati il simbolo delle due franchigie.






